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Un movimento meridionalista non è la ricetta ai problemi del Mezzogiorno

di Alessandra Senatore* 

In risposta all’iniziativa aggressiva della Lega, alle insidie secessioniste portate in grembo dal federalismo differenziato, amministratori locali e nostalgici neo borbonici, con rinnovato orgoglio d'appartenenza, invocano da più parti l'affermazione di un movimento meridionalista, affannandosi per intestarsi per primi la paternità del rilancio di temi identitari che riaffermino ideologicamente il protagonismo delle regioni meridionali.

Ma più che una volontà politica di rinnovare la centralità della questione meridionale nel dibattito nazionale, sembrerebbe una mera scelta propagandistica per scongiurare un'avanzata leghista al Sud e recuperare consenso, come se rilanciare ideologicamente il meridionalismo, emulando di fatto la stessa propaganda leghista nel parlare alla "pancia" del popolo, per risvegliare sentimenti identitari, possa bastare a risolvere i problemi storici del mezzogiorno.

Oltre l'ideologia ci vuole una visione politica nazionale che punti ad importanti investimenti strutturali, che convogli e concentri in modo strategico le risorse comunitarie al Sud - bypassando gli interessi della politica locale - per rilanciare gli investimenti privati e il lavoro. Di certo non saranno i vari "Piani per il lavoro" - avviati da singole Regioni per creare posti di lavoro nella PA - la ricetta per creare uno sviluppo socio-economico decisivo per la crescita del Sud e del nostro Paese nel suo complesso.

Il fatto che oggi una strategia comunicativa che cavalchi il tema identitario dell'appartenenza sub culturale ad un territorio sia politicamente remunerativo non equivale quindi ad assumere un'impostazione politica meridionalista nel suo significato più autentico. Il meridionalismo in un'accezione corretta studia e considera i problemi legati all'evoluzione economica e sociale del meridione italiano come decisivi per tutto il paese, problemi che oggi andrebbero ancor più inquadrati in orbita europea. Il meridionalismo quindi non può essere svilito, riducendolo ad un movimento antagonista fondato sull'appartenenza territoriale, alla strega del secessionismo leghista.

Oggi piuttosto, per affrontare in modo laico e sostenibile i temi dello sviluppo socio-economico del Mezzogiorno andrebbe rilanciata con forza un'idea propria del meridionalismo "liberale" secondo cui il Mezzogiorno può salvarsi, e con esso salvare l’Italia, solo ancorandosi all’Europa e all’Occidente.

In questa prospettiva l'autonomia assume una valenza positiva se posta come obiettivo economico di uno sviluppo autopropulsivo del mezzogiorno. Uno sviluppo "autonomo" del Sud significa libero dall'intermediazione politico clientelare di una certa classe dirigente ancora imperante - che spesso non manca di strumentalizzare ideologicamente proprio il meridionalismo per meri fini propagandistici - libero quindi da una gestione delle risorse e degli investimenti strutturali finalizzata prevalentemente a creare rendite improduttive.

 

*vicepresidente di Più Europa

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