Di Silvia Nalin, componente della Direzione di Più Europa
Le elezioni comunali di Venezia del 2026 hanno consegnato una verità semplice. Non ha vinto soltanto Venturini. Ha vinto un sistema. Il sistema Brugnaro. Ha perso il centrosinistra. Ha perso la coalizione di cui facevo parte. Sarebbe inutile cercare alibi o singoli responsabili. Ma sarebbe ancora più grave non capire cosa significa questo risultato. A Venezia non si è votato soltanto per scegliere un sindaco. Si è votato per decidere se mettere in discussione o confermare un modello di città fondato sulla rendita, sull’over turismo e sulla progressiva trasformazione dello spazio pubblico in occasione di profitto privato. Da anni Venezia viene venduta come una straordinaria macchina turistica. Il turismo è il petrolio d'Italia, ci ripetono i peggiori esponenti della peggiore destra dal dopoguerra a oggi. È vero. Ma proprio come il petrolio, quando diventa l'unica risorsa, distrugge tutto il resto e dove passa lui non cresce più nulla. Distrugge il lavoro qualificato. Distrugge la diversificazione economica. Distrugge la residenzialità. Distrugge il tessuto sociale.
Mentre milioni di visitatori attraversano la città, i veneziani continuano a diminuire. Mentre aumentano gli incassi del settore turistico, aumenta la difficoltà di trovare una casa. Mentre si celebrano record di presenze, intere generazioni di giovani vengono spinte verso lavori precari, mal pagati e privi di prospettive. A Venezia, a Mestre, a Marghera. Città d’acqua e di terra. E non sarà la separazione dei comuni a salvarci da questo sistema.
Il messaggio che Venezia manda ai suoi figli è brutale: fai il cameriere, lavora nell'accoglienza, servi il turismo oppure vattene.
Molti scelgono di andarsene.
Nel frattempo, il mercato immobiliare viene deformato dalla rendita. Le case diventano investimenti finanziari. Gli affitti diventano insostenibili. Vivere in città diventa un privilegio per pochi. Venezia viene spolpata come un prodotto e non governata come una comunità.
Eppure, tutto questo raramente occupa il centro del dibattito politico. Perché?
Perché il modello delle nuove destre, a Venezia come nel resto d'Europa e del mondo funziona esattamente così. Mentre si concentrano ricchezza e potere, l'attenzione dell'opinione pubblica viene spostata altrove.
La moschea, l'immigrato, la sicurezza, il degrado, le polemiche identitarie, la presenza o l'assenza dei candidati nei quartieri, l’identità territoriale doc dei candidati sindaci. Settimane e settimane di discussione pubblica consumate attorno a temi che producono paura, indignazione, conflitto e violenza, mentre i veri processi che stanno cambiando la città continuano indisturbati.
È una strategia che vediamo ovunque. Le destre contemporanee parlano continuamente di identità perché non vogliono parlare di potere economico. Parlano continuamente di sicurezza perché non vogliono discutere di disuguaglianza. Parlano continuamente di immigrazione perché non vogliono affrontare la questione della distribuzione della ricchezza.
La costruzione del nemico è il più antico e il più efficace degli strumenti politici.
Se il problema è il migrante, non si parla degli affitti. Se il problema è la moschea, non si parla della speculazione. Se il problema è il degrado, non si parla della precarietà. Se il problema è l'altro, non si parla mai di chi trae profitto dal modello economico esistente e da chi si impoverisce. Per questo il razzismo non è un elemento accessorio. È parte integrante del modello. Serve a dividere chi avrebbe interesse a unirsi. Serve a trasformare il disagio sociale in conflitto tra poveri. Serve a impedire che la discussione si concentri sui meccanismi che producono esclusione e impoverimento.
Le elezioni veneziane sono state e restano elezioni nazionali e soprattutto internazionali. Da Lisbona ad Amsterdam, da Barcellona a Firenze, il conflitto è lo stesso. Da una parte ci sono città trasformate in piattaforme per il turismo globale, la rendita immobiliare e la finanziarizzazione dell'economia urbana. Dall'altra ci sono cittadini che cercano di difendere il diritto alla casa, al lavoro dignitoso, agli spazi pubblici e alla permanenza nei propri territori.
Venezia è semplicemente il luogo in cui questo scontro appare con nitida chiarezza. La vittoria di Venturini non chiude la discussione. La rende ancora più urgente. Ma questa riflessione riguarda prima di tutto chi ha perso. Se davvero, e io ne sono convinta, il voto del 2026 rappresenta la conferma di un modello fondato sulla rendita, sulla speculazione, sulla monocultura turistica e sulla distrazione permanente attraverso le guerre culturali e identitarie, allora la sconfitta non può essere archiviata e a poco servono le analisi dei flussi e via discorrendo. La vera domanda è un'altra. Quali tra le forze politiche e civiche dentro e fuori la coalizione di centrosinistra hanno davvero compreso la natura dello scontro che si è consumato a Venezia? Quante hanno capito che non si tratta semplicemente di amministrare meglio lo stesso modello, ma di metterlo radicalmente in discussione? Quante hanno capito che la questione centrale non è soltanto la qualità dei servizi o l'efficienza amministrativa, ma il rapporto tra democrazia e rendita, tra interesse pubblico e interessi privati, tra diritto alla città e sfruttamento economico del territorio?
E, soprattutto, quali sono disposte a combattere questo modello fino in fondo, senza esitazioni, senza ambiguità e senza compromessi? Facendo davvero fino in fondo quello che potrebbe sconfiggere questo modello?
Perché il problema non è soltanto che il sistema Brugnaro ha vinto ancora.
Il problema è capire se esiste davvero, dentro il campo che ha perso, qualcuno disposto a costruire un'alternativa all'altezza della sfida.