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Democrazia a debito: l'autobiografia politica della nazione

Di Carmelo Palma

Il “si spende oggi e si paga domani” è stato e rimane il caposaldo della costituzione materiale della democrazia italiana. L’indebitamento, cioè lo squilibrio generazionale del bilancio pubblico, rappresenta non solo un problema di sostenibilità economica, ma di libertà politica. Il successo “democratico” del deficit spending dimostra che il problema del debito pubblico è ben più grande delle sue già gigantesche dimensioni finanziarie.

Per Paolo Cirino Pomicino negli anni ‘80 il debito pubblico aumentò perché “una politica fiscale restrittiva avrebbe innescato una miscela esplosiva tra terrorismo, alta inflazione, forte prelievo fiscale”. Il deficit contribuiva invece ad arricchire i contribuenti, che incassavano gli interessi crescenti sui titoli del debito italiano, rabboccando i propri redditi, e a porli al riparo dal redde rationem del pareggio di bilancio. Al contempo garantiva la stabilità delle istituzioni democratiche, privando i brigatisti del potenziale consenso sociale dei ceti popolari impoveriti. La quadratura del cerchio, la pietra filosofale.

La giustificazione dell’ex ministro del bilancio democristiano non assolve la classe dirigente del tempo sul piano della responsabilità, ma spiega la natura di un fenomeno (per nulla economico, bensì tutto politico) che avrebbe nei decenni successivi azzoppato le prospettive di crescita del nostro Paese, irrigidito il bilancio dello Stato, impoverito e desertificato il welfare non previdenziale e indebolito la finanza pubblica italiana di fronte alla sfida decisiva, che il Trattato di Maastricht, di lì a pochissimo, avrebbe annunciato: l’ingresso nella moneta unica.

Il deficit e il debito sono stati e rimangono il caposaldo della “costituzione materiale” della democrazia italiana, la benzina del motore politico della Repubblica. Le poche esperienze rigoriste - per definizione traumatiche e psicologicamente rigettate dal “popolo” - sono succedute a cataclismi politico-economici in cui lo Stato rischiava il rovescio e i conti pubblici il fallimento. Ancora oggi si parla dei governi Amato e Ciampi dopo la fine della Prima Repubblica e del governo Monti, circa vent’anni dopo, come di “dittature” politico-economiche imposte dall’esterno (o dall’estero). Il prelievo forzoso dai conti correnti del luglio 1992 o la riforma Fornero sulle pensioni non sono considerate e neppure raccontate dalla stampa come il prezzo del ricatto di un debito pubblico insostenibile, ma come rapine politiche. Lo ha ricordato recentemente Emma Bonino, con una sintesi felicemente semplice: in Italia, i nemici del popolo non sono quelli che causano i problemi, ma quelli che sono costretti, fuori tempo massimo, a rimediarvi.

È paradossale che la tendenza all’indisciplina finanziaria appaia oggi, ad un tempo, come il problema più grave e il carattere più strutturale della nostra vita politica. Il deficit e il debito, eufemisticamente ribattezzati “flessibilità”, sono la maledizione e il perduto amore della politica italiana, una sorta di età dell’oro della nostra democrazia in cui tutti i conti potevano essere regolati post-datando la liquidazione e l’incasso del dovuto. Il debito non ha solo falsato il rapporto sociale tra le generazioni, ma anche la relazione morale tra quelli del prima e quelli del poi, tra i primi e gli ultimi intesi in senso storico e non evangelico.

Il fenomeno del debito pubblico fa esplodere il conflitto di interesse tra il potere e il futuro e quindi rappresenta non solo un problema di sostenibilità economica, ma di libertà politica. Gli Stati come l’Italia costretti a riscattare a caro prezzo le ipoteche iscritte a suo tempo sul bilancio dei non nati dalla cupidigia dei viventi sono, semplicemente, meno liberi, poiché la spesa obbligata restringe i margini di scelta e le possibilità di decisione. Un Paese come l’Italia che senza la spesa pensionistica e il servizio del debito - cioè senza gli squilibri generazionali del bilancio pubblico - sarebbe, per così dire, un Paese quasi normale, è l’esempio paradigmatico della duplice emergenza, finanziaria e democratica, legata a politiche “anti-futuro”.

Se però, malgrado gli esiti di queste ricette, sono tante le forze politiche che si affannano a promettere nuova “flessibilità” per ridurre le tasse o aumentare le spese e, stando agli ultimi sondaggi, sono complessivamente destinate a raccogliere il voto di ben più di nove italiani su dieci, bisognerebbe ammettere che il debito è una sorta di autobiografia politica della nazione; un’autobiografia democratica, e non autoritaria, come il fascismo, ma altrettanto rappresentativa di una cultura profonda, di un modo d’essere e di funzionare consustanziale alla natura del nostro regime politico.

Una domanda da parte degli elettori di tipo predatorio o parassitario esige un’offerta corrispondente da parte degli eletti e le ricette del “si spende oggi, si paga domani” rispettano perfettamente queste caratteristiche. Che continuino a funzionare, sul piano democratico, e a essere smerciate sul mercato del consenso con grande successo di pubblico (e ormai, a quanto pare, pure di critica) dà la misura esatta del perché il problema del debito sia ben più grande delle sue già gigantesche dimensioni finanziarie.

Nel carcere del debito, gli elettori sono prigionieri affetti dalla sindrome di Stoccolma e continuano ad avvertire il fascino del proprio carceriere. Oppure, per usare un’altra metafora clinica, si potrebbe sostenere che quella dal debito (inteso in un senso atecnico, come dissociazione della responsabilità di finanziamento da quella di spesa) rappresenta una forma di dipendenza “fisica” e non solo “psicologica”, perché attorno a questa struttura del bilancio pubblico si articola un vero e proprio (per quanto disfunzionale) patto sociale, con i suoi palinsesti ideologici e apparati simbolici che appare addirittura eversivo provare a demistificare.

Per fare un esempio, come spiega benissimo Elsa Fornero nel suo articolo, “pensionato” è diventato sinonimo di “povero” proprio negli anni in cui il tasso di povertà aggrediva le fasce più giovani della popolazione e alleviava il suo peso su quelle più anziane. Ma la crescente povertà dei pensionati, per quanto infondata dal punto di vista economico, ha continuato a essere raccontata in toni sempre più drammatici e a funzionare perfettamente sul piano politico-ideologico, sbarrando il passo a riforme ineludibili, prima dolosamente rimosse e poi dolorosamente subite. Da questo punto di vista, il debito è stato il conto della falsa coscienza.

Le letture più corrive con la retorica “anti-tecnocratica” addebitano all’impoverimento del ceto medio e alla crescente (sotto)proletarizzazione politico-culturale delle fasce più disagiate il fascino delle opzioni politiche che fondano la possibile rinascita del Paese sulla sovversione democratica delle regole economico-finanziarie che, da Maastricht a oggi, hanno provato a ingabbiare il bilancio pubblico italiano.

Forse bisognerebbe avere il coraggio di ammettere la verità più impronunciabile. Che è proprio la cultura del debito (pubblico) a essere alla base della crisi italiana e a rappresentare la forma politica e “democratica” di quella privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite, verso cui inclina la nostra intera vita pubblica. E se qualcuno volesse azzardare una qualche lettura analitica dell’inconscio politico nazionale dovrebbe amaramente concludere - visto che i debiti degli uomini di oggi li pagano gli uomini di domani - che in Italia non solo comandano i “vecchi” (con le loro rendite e i loro bisogni), ma comanda la “vecchiaia” come età d’elezione della democrazia.

Pubblicato su Strade, 1° febbraio 2018.

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