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  • Perché questo non è un paese per giovani

    Di Lorenzo Borga

    La spesa pensionistica in Italia è aumentata e ha raggiunto uno dei livelli più alti dell’area Ocse. Aumentano reddito e ricchezza per gli over 64 ma si contraggono per figli e nipoti. Nell’indifferenza dei governi. 

    Gli “invisibili” si sono fatti chiamare, in occasione delle proteste dei mesi scorsi contro una legge di bilancio che – a loro dire – li vedrebbe svantaggiati: parliamo dei pensionati. Incredibilmente, perché in Italia gli ultra 65enni godono di una condizione economica che è molto migliorata nel tempo e di anni di politiche a loro favore, o di chi in pensione ci sta andando.

    Come ha descritto Luciano Capone su queste pagine (Il Foglio di giovedì 16 gennaio) i pensionati risultano sì “invisibili”, ma nel senso che il loro reale livello di benessere non è percepito dal dibattito pubblico. La spesa pensionistica è ulteriormente aumentata e ha raggiunto uno dei livelli più alti dell’area Ocse. Nel 2018, secondo l’Istat, l’importo medio delle pensioni risultava aumentato del 70 per cento rispetto al 2000, mentre gli stipendi hanno raggiunto una crescita dimezzata, del 35 per cento (grafico). Si tratta di incrementi del livello nominale, cioè senza tener conto dell’inflazione. Questo significa che se gli stipendi hanno appena tenuto il passo dell’aumento dei prezzi, cresciuti nello stesso periodo di poco più di un terzo secondo l’istituto di statistica nazionale, le pensioni sono state invece incrementate a livello reale, in anni – non c’è bisogno di ricordarlo – di forte crisi. E ancora, secondo la Banca d’Italia reddito e ricchezza sono cresciuti del 15 e del 60 per cento per gli over 64 mentre i giovani li hanno visti contrarsi rispettivamente del 10 e del 60.

    Eppure i governi italiani non si concentrano sulle nuove generazioni. Anche il recente mini-taglio del cuneo fiscale è stato distribuito alla più ampia platea possibile di beneficiari – 16 milioni di persone – mentre non si è deciso di intervenire con forza sui più giovani. Ad esempio, sul piatto si sarebbe potuto mettere la stabilizzazione del bonus introdotto dal governo di Paolo Gentiloni per le assunzioni a tempo indeterminato dei giovani dipendenti, che è rimasto invece magro. Il governo Renzi allargò la quattordicesima nel 2016, un bonus per le pensioni più basse che però non tiene conto del reddito dell’eventuale coniuge. Il governo Gentiloni tentennò parecchio nel 2017 di fronte all’innalzamento automatico dell’età pensionabile per adeguarlo alla crescita dell’aspettativa di vita. E il primo governo Conte sappiamo bene cosa ha combinato sul lato previdenziale, mandando all’aria miliardi di euro con Quota100 alla ricerca di un improbabile ricambio generazionale sul lavoro, che infatti molto probabilmente non si è verificato (nemmeno le grandi aziende pubbliche hanno usufruito dei prepensionamenti per assumere più giovani di quanti siano stati i nuovi pensionati, come eppure avevano promesso Di Maio, Salvini e Conte).

    La condizione dei più giovani in Italia, rispetto a quella dei loro genitori, è peggiorata anche secondo gli studi della Fondazione Visentin. Ogni anno i suoi ricercatori pubblicano un rapporto sull’equità intergenerazionale, misurata attraverso una serie di indicatori. L’indice sintetico che ne deriva è peggiorato rispetto al 2004 del 28 per cento, per via soprattutto della disuguaglianza di reddito, delle prospettive pensionistiche, del debito pubblico e della ridotta accumulazione di capitale umano. Ma le soluzioni stentano, o – peggio ancora – rischiano di peggiorare la situazione. Secondo un sondaggio condotto in tutta Europa, il 70 per cento dei cittadini intervistati ritiene che non bisognerebbe aumentare l’età di pensionamento, anche a fronte dell’allungamento della prospettiva di vita. In Italia siamo un po’ più saggi: “solo” il 60 per cento è d’accordo con la tesi dominante, forse per via dell’enorme peso di spesa e debito pubblici a cui ci stiamo legando per pagare le pensioni dei prossimi decenni. Perché sì, in Europa non siamo i soli ad avere qualche problemino con l’equità tra generazioni, in particolare sulle pensioni. Ne sa qualcosa la Francia, in cui da settimane divampa uno scontro tra sindacati e governo su una riforma del sistema pensionistico, che oggi prevede alcuni privilegi inspiegabili e permette ai francesi di andare in pensione perfino prima degli italiani secondo i dati dell’Ocse. Ma in Italia manteniamo un primato: abbiamo un dibattito pubblico che – in gran parte – se ne frega dei giovani e del loro benessere. I sindacati di certo: più del 50 per cento degli iscritti di Cgil e Cisl figura essere pensionato. I governi, spesso, pure come l’esperienza ha dimostrato. I talk show anche: la televisione è rimasto a guardarla soprattutto chi ha più di 45 anni. La condizione non è molto diversa per chi si informa tramite i giornali, a dire il vero.

    Non soddisfatti della propria condizione, alcuni giovani fanno da sé. I ragazzi in piazza per il futuro climatico del pianeta – pur con alcune note stonate, ma con grandi meriti di aver posto l’attenzione su un tema cruciale – li rappresentano. E anche le sardine, nonostante nelle loro piazze i capelli bianchi siano andati aumentando. Ma sarebbe cinico non citare anche chi, nel suo piccolo, si batte per questa battaglia in Parlamento. Più Europa ha organizzato nei mesi scorsi una raccolta firme per inserire il principio di equità intergenerazionale in Costituzione, e anche ieri in un evento a Bologna ha ribadito la propria posizione: serve un contratto sociale più sostenibile tra le generazioni. In attesa che anche i partiti a doppia cifra se ne accorgano e agiscano di conseguenza.


    Pubblicato su
     Il Foglio20 gennaio 2020

    Foto: LaPresse

     

  • Evento "Una Generazione Avanti": tutto quello che c'è da sapere

    Mancano ormai pochi giorni all'evento che +Europa sta organizzando a Bologna il 18 e 19 gennaio.
    Una generazione avanti. Idee per l’Italia che verrà sarà il primo grande evento nazionale di +Europa del 2020.

    Dal debito pubblico all’ambiente, dall’emergenza climatica a quella demografica, dall’innovazione al welfare, un cantiere di idee e di proposte sulle disuguaglianze tra le generazioni, con ospiti di eccezione. Tra i tanti, Elsa Fornero, Carlo Cottarelli, Oscar Giannino, Marco Cattaneo, Stefano Bonaccini), oltre naturalmente a Benedetto Della Vedova e Emma Bonino.

    Ecco una sintesi delle informazioni da sapere:

    Location
    La location dell’evento è il Centro Congressi di FICO Eataly World, in Via Paolo Canali 8 a Bologna facilmente raggiungibile con un bus che parte ogni mezz’ora dalla stazione centrale.
    Per chi verrà in auto, al Centro Congressi si può accedere direttamente dal parcheggio del complesso.

    Navetta
    Per facilitare l’arrivo di tutti, ci sarà anche un bus navetta aggiuntivo di +Europa che partirà la mattina del 18 e del 19 vicino alla stazione. Punto di ritrovo: Viale Pietramellara 18/3 (slargo), partenze ore 9.30 - 10.10 - 10.50 (chiedeteci in loco gli orari del ritorno).

    Hotel
    Abbiamo stipulato una convenzione con l’Hotel Holiday Inn (tel. 051 6334588, www.hibolognafiera.it) a pochi passi dal luogo dell’evento. Chi prenoterà con il codice VUF-832461 a nome “Una generazione avanti” potrà beneficiare di tariffe scontate del 10% sul prezzo giornaliero (IVA e prima colazione incluse).

    Cena con Emma Bonino
    La sera di sabato 18 ci sarà una cena con Emma Bonino al ristorante La Bottega del Vino, sito nel complesso Eataly. Sarà una cena di autofinanziamento, pensata per coprire parte delle spese sostenute, con una donazione (minima) di 100 euro. Per prenotarvi scrivete a [email protected]

    Registrazione
    Per registrarsi per entrambe le giornate qui: https://eventi.piueuropa.eu/home/eventi.

    Programma
    Sabato 18: inizio ore 10.30 e chiusura ore 20.00
    Domenica 19: inizio alle 10.30 e chiusura ore 13.30.

    Sabato 18 gennaio

    Ore 10.00
    Registrazione

    Ore 10.30
    Giordano Masini (coordinatore della segreteria di +Europa)
    Marco Cattaneo (giornalista scientifico, direttore de Le Scienze e National Geographic Italia)
    Deborah Piovan (divulgatrice scientifica, imprenditrice agricola)
    Piero Poccianti (presidente dell’Associazione Italiana Intelligenza Artificiale)
    Paolo Costanzo (gruppo +Europa Milano)
    Mario Lavanga (gruppo +Europa 4.0)
    Roberta Villa (giornalista scientifica)
    Aldo Ravazzi (presidente di Green Budget Europe)
    Massimo Baldi (economista)
    Ciccio Rigoli (scrittore e imprenditore)
    Elsa Fornero (economista)

    Ore 13.30
    Pausa pranzo

    Ore 14.30
    Francesca Pesce (ACTA , l’associazione dei freelance)
    Davide Ederle (Presidente dell’Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani)
    Ariela Briscuso (gruppo +Europa Roma)
    Pietro Verzelli (Comitato Ventotene)
    Laura Porcile (Figli Costituenti)

    Ore 15.15
    Presentazione del documento programmatico Una generazione avanti

    Ore 15.30
    Serena Sileoni (giurista, vicepresidente Istituto Bruno Leoni)
    Francesco Luccisano (fondatore think tank Al Lavoro!)
    Michele Governatori (segreteria di +Europa)
    Carlo Cottarelli (economista)
    Emma Bonino (senatrice di +Europa)
    Carlo Alberto Carnevale Maffè (economista)
    Oscar Giannino (giornalista)
    Benedetto Della Vedova (segretario nazionale di +Europa)
    Giuliano Cazzola (giuslavorista)
    Benedetta Dentamaro (gruppo +Europa Bruxelles)
    Marco Taradash (segreteria di +Europa)

    Ore 17.40
    Discussione

    Ore 20.00
    Chiusura dei lavori

    Domenica 19 gennaio

    Dalle ore 10.30
    Piercamillo Falasca (vicesegretario di +Europa)
    Interventi dei candidati di +Europa
    Benedetto Della Vedova (segretario nazionale di +Europa)
    Stefano Bonaccini (presidente della Regione Emilia-Romagna)
    Emma Bonino (senatrice di +Europa)

    Partecipate numerosi: più siamo e meglio stiamo!

    Siamo presenti su Facebook all'evento https://www.facebook.com/events/637385793667779/  e su Twitter con un account tutto dedicato: https://twitter.com/Gen_Avanti
    Seguiteci con l'hashtag #UnaGenerazioneAvanti

    Ci vediamo a Bologna!

  • Dopo la Generazione X e la Generazione Z, la Generazione D (debt)

    Di Patrizia Feletig

    L’interessante articolo di Massimo Baldi annota “l’Italia è uno dei Paesi sviluppati con il più elevato grado di persistenza intergenerazionale dei livelli di istruzione, reddito e ricchezza” e ricorda come “negli ultimi anni l’Italia ha speso meno per la pubblica istruzione che per pagare gli interessi sul debito”.

    Per dare una più vivida rappresentazione dell’ingiustizia perpetrata tra i membri della stessa generazione la quale, al tempo stesso, raffigura anche la mancanza di “carburante” per la crescita futura della nazione, riporto un grafico comparativo su dati OCSE per paese, tra la spesa pubblica pro capita per la gestione del debito e quella in educazione (fonte Italiadati).

    Nel raffronto con le altre economie avanzate, la collocazione dell’Italia in basso al quadrante inferiore di destra sottolinea la macroscopica iniquità che affligge le giovani generazioni italiane, "Generazioni D" che si ritrovano con un doppio svantaggio:

    1. eredità di uno stock di debito sempre più oneroso da gestire
    2. disuguaglianza di opportunità nel diritto soggettivo all’educazione, unico vero strumento di mobilità sociale.

    A livello paese, il disinvestimento nelle competenze porta a medio lungo termine:

    1. la perdita di competitività paese, della produttività lavoro, flessione dell’occupazione;
    2. un’accresciuta conflittualità e sfilacciamento del contratto sociale;
    3. un inasprimento del fenomeno NEET: circa 24% contro 13% tra gli italiani dai 20 e 24 anni non studia, non lavora, non segue un percorso di formazione e nella fascia di età tra 25 e 29% si arriva a più di 1 su 3 giovani;
    4. si accentua lo scollamento dell’Italia con il resto dei paesi avanzati.

    Paradossalmente, bisognerebbe immaginare che in futuro in Italia si decidesse di tassare l’ignoranza per sostenere i costi della politica di deficit spending!

  • La formazione continua: il quarto pilastro dell’istruzione per la produttività in Italia

    A cura del Gruppo Più Europa 4.0

     

    Introduzione Statistica

    La formazione continua è intesa come la formazione non professionale (ossia non erogata da un istituto scolastico pubblico o privato convenzionato) che viene fornita dalle aziende ai propri lavoratori con l’obiettivo di mantenere le proprie conoscenze aggiornate, operare in sicurezza e acquisire nuove conoscenze a vantaggio della produttività del lavoratore e dell’azienda.

    La percentuale di persone che hanno partecipato ad un corso di formazione nella fascia di età tra 25-64 anni è stata dell'8,3% nell’anno 2016, che non solo è ben lontana dalle percentuali dei paesi virtuosi, ma anche dal benchmark europeo del 15% da raggiungere entro il 2020 e dalla media EU28 del 10,8% (Premutico and Nobili 2017). Tuttavia siamo oltre al 60% di aziende che forniscono formazione ai propri dipendenti e il 41% di aziende con oltre 10 addetti che forniscono corsi di formazione (Premutico and Nobili 2017). Tuttavia, questi valori sono in funzione sia del titolo di studio del lavoratore che delle dimensioni dell’azienda.

    La formazione continua erogata è principalmente corsuale ed in aula (52,3% di formazione corsuale contro 29% di training-on-the-job e 26,7% di workshop). Inoltre la formazione è principalmente generalista: solo il 29,7% della formazione offerta riguarda formazione d’innovazione, mentre la restante percentuale è coperta da mantenimento delle competenze e formazione obbligatoria. Se si guarda alle tematiche specifiche, il 71,2% dei piani coinvolti riguarda gestione aziendale, soft skills e contabilità, mentre solo il 7,6% copre corsi tecnici (costruzioni, manifattura, commercio, etc.) (Natili, Marcolin, and Ferrera 2017; Premutico and Nobili 2017).

    Buona parte dei corsi è finanziata con i fondi paritetici professionali (FPI) con lo 0,30% dei contributi INPS, a cui si aggiunge il fondo rotazione del ministero del lavoro e trasferimenti statali (tipicamente agevolazioni fiscali). Gli FPI ammontano a 600 milioni (0,0375% PIL). I lavoratori hanno fatto in media 25 ore di formazione nell’anno 2016 e il valore medio per lavoratore è stato intorno ai 59 euro. Tuttavia il costo per partecipante ad un corso è intorno a 451 euro e il 60% dei corsi è erogato da imprese formatrici. Infine, i lavoratori in Italia presentano livelli bassi per le competenze di base (informatica, matematica e comprensione di testi scritti) (Premutico and Nobili 2017).

     

    I problemi

    Il problema della formazione professionale in Italia risiede sostanzialmente nell’assenza di una cabina di regia che elabori percorsi e obiettivi strategici sul breve e sul lungo periodo.

    Se è vero che la formazione continua deve essere un diritto, è altrettanto vero che tale diritto debba essere garantito al lavoratore e alle imprese. Ciò che complica ulteriomente il quadro complessivo nazionale è sicuramente l'eterogeneità della domanda di formazione e la disomogeneità della distribuzione geografica dei settori d’attività.

    Dal punto di vista delle risorse, l’erogazione della formazione passa attraverso numerosi fondi di formazione interprofessionale (FPI), gestiti da associazioni di categoria o sindacati.

    L’accesso alla formazione è quindi possibile mediante la pubblicazione di bandi e avvisi creati da questi fondi. In seguito alla burocratizzazione dell'iter di accesso e alla necessità di presentare progetti che dovranno essere approvati dai fondi, però, la formazione è necessariamente vincolata dall'attività delle imprese formatrici e dalle società di consulenza . È innegabile il fatto che l’applicazione ad un bando (sia esso un fondo interprofessionale o fondo europeo) richiede una expertise di project management che le aziende non è detto abbiano sviluppato al loro interno. La partecipazione ad un corso di formazione viene appaltata ad aziende esterne o presa in carico in-house solo da aziende di grandi dimensioni. Questo complesso di criticità sicuramente colpisce ancora una volta le piccole e le micro-imprese.

    Grande assente per quanto riguarda la gestione delle erogazioni di formazione è il MISE, il quale ha dato vita alla formazione attraverso il credito d’imposta per ricerca e sviluppo inserito nel programma Industria 4.0, ma lascia alla contrattazione collettiva tutto il resto degli ambiti di formazione continua.

    Sul versante economico, invece, possiamo elencare alcuni aspetti che contribuiscono ad aggravare lo scenario fin qui delineato. Basti pensare che a carico del datore di lavoro vi è:

    1. una parte dei contributi INPS che andrà a essere versata al fondo di formazione (generalmente lo 0,30% del contributo INPS);
    2. il costo della progettazione nel caso di appalto a ditta esterna;
    3. il mancato reddito del lavoratore che partecipa al corso;
    4. la difficoltà di accesso alla formazione che prevede la messa in aula di un numero minimo di lavoratori, variabile a seconda del fondo e del contributo da esso stanziato pro lavoratore.

    La fiscalità generale sembra non agevolare la situazione, poiché manca una vera propria iniezione di liquidità. Per quanto riguarda la detassazione della formazione, le imprese e i lavoratori possono chiedere deduzioni per IRAP e IRPEF per i contratti di apprendistato (i quali prevedono formazione che non è considerata formazione continua) e per i corsi universitari (le università erogano solo lo 0,7% dei corsi di formazione continua). Inoltre possono sfruttare il credito d’imposta 4.0. Sebbene l’accesso a questo tipo di formazione risulti essere semplificato sia dal punto di vista burocratico che di gestione, i vantaggi previsti per questo tipo di formazione sono ascrivibili al solo credito d’imposta medio del 40% delle spese relative al solo personale dipendente impegnato nella formazione. Inoltre, per sua stessa natura, il credito d’imposta è rimborsabile in tempi lunghissimi o può essere utilizzato per la compensazione di eventuali debiti (rapporto Ipsoa rimborso crediti). La soluzione più rapida dunque si riduce ad essere il pagamento dei contributi dei lavoratori.

    Non si dimentichi che buona parte della formazione erogata non solo è ancora ancorata a metodologie non più funzionali come il corso in aula, ma è profondamente connessa all’ambito dei processi di amministrazione aziendale, a scapito di quella tecnica, nonostante i vari piani Industria 4.0 e le associazioni di categoria riconoscano questa formazione come fondamentale.

    Infine è importante mettere in risalto il fatto che il processo di continuità formativa tra mondo della scuola e mondo del lavoro, nonostante i numerosi proclami di natura politica, non si è ancora verificato. Abbiamo assistito infatti ad un incremento del peso della responsabilità delle aziende in ambito formativo e negando al lavoratore ogni possibilità di costruirsi un bagaglio di competenze tecniche e relazionali che gli permetta di poter accedere al mondo del lavoro.

    Questo combinato disposto di fiscalità poco esigibile, burocratizzazione e scarsa omogeneità delle modalità di offerta formativa rendono estremamente difficoltosa la fruizione della formazione continua, soprattutto per le PMI.

     

    La soluzione

    La soluzione per un piano di formazione continua deve agire su tre livelli: monitoraggio/analisi, stanziamento delle risorse e implementazione dell’efficacia. Questo piano deve coinvolgere le varie parti sociali per garantirne successo ed efficacia su larga scala.

    Il monitoraggio deve trovare il ruolo centrale dell’ANPAL e dell’INAPP, la cui attività di sondaggio statistico dovrebbe essere coordinata con l'ISTAT. Inoltre, le imprese di grandi e medie dimensioni dovrebbero comunicare obbligatoriamente i propri dati sulla formazione continua. Questo richiede una infrastruttura IT adeguata alla raccolta dei dati e un maggiore staff per ANPAL (il cui rapporto staff-disoccupati o staff-occupati è ben lontano dai livelli di altri paesi europei). Ad oggi, INAPP si basa su dati INPS. Si può pensare di demandare la raccolta dati alle camere di commercio.

    Le risorse potrebbero essere stimate con delle cifre esemplificative quali 50 mila euro per azienda a triennio, o 3 miliardi di euro per anno ripartiti nella seguente maniera: un aumento del contributo INPS dallo 0,30% allo 0,90%, 1 miliardo dallo stato e il terzo miliardo a carico dei fondi europei (e soprattutto degli amministratori locali di usarli). Questo porterebbe gli investimenti in formazione continua dallo 0,0375% del PIL allo 0,0625%, con investimenti paragonabili a quelli danesi sullo stesso campo. L’aumento a carico dei contributi sociali si deve collocare soprattutto per ridurre i costi della formazione corsuale e a distanza, che gli FPI sanno erogare al meglio. I soldi statali ed europei devono invece localizzarsi sul recupero delle competenze di base dei lavoratori (soprattutto in ICT) compensando le aziende per il mancato reddito e la formazione essenziale per l’inserimento sul mercato (su modello formazione per start-up) e per l'inserimento nel mondo del lavoro (ad esempio con le corporate academy).

    Questo richiede una implementazione rigorosa che passa attraverso il coinvolgimento delle parti sociali. ANPAL dovrebbe, di concerto con le camere di commercio, definire delle linee guida per la formazione continua (obiettivi e monitoraggio), delle linee guida per l’apprendistato (ad oggi a coordinamento regionale) e della comunicazione delle best practices. Questo peraltro esiste già nei concetti di competence center (centri di partenariato pubblico e privato per la ricerca), Innovation Hub (consulenza per investimenti 4.0) e Punti impresa digitale (servizi formativi per il digitale). Tuttavia in Italia non si demanda alle camere di commercio (enti pubblici in Italia) di organizzare le reti di formazione. Si potrebbe pensare di spingere le camere di commercio a coinvolgere i propri membri a definire cosa le aziende debbano e come possano erogare. Inoltre le camere di commercio potrebbero contribuire ai costi della formazione (rivalendosi sui loro membri) per ridurre il carico INPS sui lavoratori. Questo punto può essere peraltro ulteriormente compensato col welfare aziendale.

     

    Una possibile proposta implementativa

     L’eventuale iter implementativo potrebbe consistere nei seguenti punti:

    1. Dal punto di vista del lavoratore, si potrebbe richiedere un aumento dei contributi da 0,30% a 0,90% per i fondi FPI. Tuttavia, per garantirne l'uso, si potrebbe imporre un uso minimo obbligatorio di fondi FPI, ma soprattutto bisognerebbe pensare all'aumento delle ore dedicate alla formazione ad almeno 48 ore nei CCNL. Questo aumento dei fondi FPI sarebbe dedicato alla formazione corsuale e ai corsi a distanza (come i MOOC).
    2. Tuttavia, per invogliare la spesa di fondi pubblici e parapubblici per la formazione si potrebbe proporre una deviazione temporanea del regime de minimis da 200 KEUR a 250 KEUR, dove l’aumento viene vincolato alla formazione. Questo aumento dovrebbe essere finanziato con un’iniezione di 2 miliardi di fondi aggregati tra stato ed Unione europea e vincolato alla formazione tecnica. L’eventuale accesso a soldi europei potrebbe essere solo per bando, per cui i soldi statali possono essere investiti in due possibili modalità. La prima sarebbe aumentare la capienza dei fondi europei (in logica di co-investimento), che richiederebbe la capacità di applicare a questi bandi da parte dell’aziende. La seconda sarebbe una detrazione IRES sulla base di quanto speso in formazione tecnica, ma specialmente in formazione sul posto di lavoro o training-on-the-job. L’eventuale certificazione dei costi potrebbe essere: a) Il contratto di formazione esterna o la paga oraria di formatori esterni certificati; b) In caso di dipendenti, si possono individuare figure specifiche secondo linee guida (vedi sotto) nell’azienda e usare la loro paga oraria per la formazione. Tuttavia servono ispezioni e regolamenti per eventuali abusi (simile a quanto avviene per il contratto di apprendistato);
    3. La detrazione IRES potrebbe essere diretta per spingere una formazione continua che coinvolge Università e Istituti tecnici. Tuttavia la formazione da ITS può risultare non aggiornata da un punto di vista hardware e software, sia per l’utilizzo di tecnologia e software datati. Ecco quindi la necessitò di definire delle linee guide per la formazione continua.
    4. Un coordinamento e linee guida per la formazione continua potrebbe essere redatto attraverso camere di commercio e attraverso le associazioni di categoria. Queste linee guida dovrebbero spingere anche per aggiornamenti dei curricula dei vari ITS e Università per l'aggiornamento dell’uso di macchine e software aggiornati. Infine, la campagna di comunicazione e coinvolgimento di questo piano sulla formazione continua potrebbe essere demandato alle camere di commercio.

     

    Bibliografia

    Natili, Marcello, Arianna Marcolin, and Maurizio Ferrera. 2017. “La formazione continua in Italia e in prospettiva comparata: dati e buone pratiche”, www.centroeinaudi.it.

    Premutico, Davide, and Domenico Nobili. 2017. “XVIII Rapporto sulla formazione continua”, www.anpal.gov.it.

    Pubblicato su Più Europa 4.0, 13 gennaio 2020

     

  • published Uno sguardo al futuro in Una generazione avanti 2022-01-18 12:43:11 +0100

    Uno sguardo al futuro

    Di Paolo Costanzo

    L’agenda politica del nuovo decennio dovrà necessariamente fare i conti con i principi di responsabilità e di sostenibilità economica, sociale e ambientale.

    A causa degli effetti congiunti della rivoluzione tecnologica, di politiche di welfare poco lungimiranti e della catastrofe ecologica, la generazione più giovane rischia di vivere in condizioni peggiori rispetto alle generazioni precedenti. È quindi necessario avviare politiche economiche e sociali che invertano l’attuale andamento e creino pertanto le premesse per uno sviluppo sostenibile.

    L’invecchiamento della popolazione, l’alto livello del debito pubblico rispetto al PIL, la scarsa attenzione all’innovazione e alla formazione sono ostacoli che si frappongono ai principi di sviluppo sostenibile. Tagli della spesa pubblica solo in termini reali, e non in termini di potere di acquisto, permetterebbero di perseguire il pareggio di bilancio e l’avanzo primario necessario a ridurre il rapporto debito/PIL.

    La spesa per istruzione nel nostro Paese è fra le più basse d’Europa e il sistema dell’istruzione andrebbe rivisto mettendo al centro l’apprendimento degli studenti e prevedendo criteri di selezione, formazione e valutazione degli insegnanti più incisivi. La composizione dei pochi laureati registra uno squilibrio fra i laureati in materie umanistiche e quelli in materie scientifiche (i primi pari al doppio dei secondi) contro un sostanziale equilibrio a livello europeo per entrambe le tipologie di indirizzo.

    La necessità di rendere sostenibile lo sviluppo economico e sociale e per non compromettere gli equilibri ambientali rende indispensabili investimenti in tecnologie avanzate ed ecocompatibili. La stessa UE ha sollecitato la transizione verso un’economia più circolare, i cui vantaggi consentono la riduzione della pressione sull’ambiente, più sicurezza circa la disponibilità di materie prime, l’aumento della competitività e della crescita economica.

    Lo sviluppo, la conoscenza e la capacità di utilizzo di tecniche di intelligenza artificiale giocheranno un ruolo fondamentale per la crescita del Paese. Recenti studi hanno stimato che l’IA potrebbe raddoppiare il tasso annuo di crescita economica ed aumentare la produttività del lavoro fino al 40% entro il 2035. Non cogliere tale opportunità significherebbe arretrare ulteriormente rispetto ai competitor internazionali e relegare il nostro Paese ad un ruolo secondario rispetto alle altre potenze economiche.

    L’innovazione tecnologica determinerà nuove professioni con competenze di livello elevato. Creare nuovi posti di lavoro sarà più semplice che formare il personale per occupare i suddetti posti di lavoro. Si renderà quindi necessario uno sforzo continuo alla riqualificazione delle persone e la complessità sarà determinata dalla resistenza emotiva necessaria agli individui ad affrontare la propria carriera lavorativa. I governi dovranno intervenire promuovendo un settore dedicato alla formazione permanente, introducendo il diritto soggettivo alla formazione continua.

    L’agenda politica del nuovo decennio dovrà necessariamente fare i conti con i principi di responsabilità e di sostenibilità economica, sociale e ambientale. Ciò comporta la necessità di perseguire uno sviluppo sostenibile, vale a dire soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di colmare le proprie necessità. 

    Nella seconda metà del secolo scorso ogni generazione ha potuto godere di un’istruzione migliore, di un’assistenza sanitaria superiore e di un reddito più alto rispetto alla generazione precedente. Nei prossimi decenni, invece, a causa degli effetti congiunti della rivoluzione tecnologica, di politiche di welfare poco lungimiranti e della catastrofe ecologica, la generazione più giovane potrebbe già considerarsi fortunata se riuscisse a mantenere inalterate le condizioni attuali. È quindi necessario avviare politiche economiche e sociali che invertano l’attuale andamento e creino pertanto le premesse per uno sviluppo sostenibile. L’obiettivo è molto ambizioso e presuppone leader capaci, con una visione di lungo periodo, che abbiano il coraggio di dire la verità ai cittadini, e cittadini che siano disposti ad ascoltarla e abbiano maggiore fiducia nel fatto che tali politiche siano giuste e necessarie.

    Gli ostacoli al perseguimento dei suddetti principi sono non sono solo di carattere culturale, ma di varia natura. A livello nazionale, sono rappresentati dalle criticità legate all’invecchiamento della popolazione e al calo demografico, dall’alto livello del debito pubblico rispetto al PIL e dalla scarsa attenzione all’innovazione e alla formazione.

    La prima è una circostanza comune a molti Paesi dell’Unione europea ma più marcata nel nostro, e porterà a una inevitabile riduzione della capacità produttiva dell’Italia. Si stima infatti che nei prossimi 25 anni la popolazione di età compresa fra i 20 e i 64 anni, al netto di un afflusso dall’estero di circa 4 milioni di persone, diminuirà di circa 6 milioni di unità. Tale riduzione di capacità produttiva, che si rifletterà in una minore entità del PIL, dovrà essere contrastata con aumenti decisi nella partecipazione al lavoro e nella produttività. 

    Tagli della spesa pubblica solo in termini reali e non in termini di potere di acquisto permetterebbero di perseguire il pareggio di bilancio e l’avanzo primario necessario a ridurre il rapporto debito/PIL (con una spesa pubblica pari al 46% del PIL un risparmio del 2% in termini reali non comporterebbe sacrifici particolarmente penalizzanti per l’economia italiana). Un tale comportamento sarebbe auspicabile in quanto: (i) saremmo meno esposti a rischi di crisi finanziarie; (ii) aiuterebbe la crescita potenziale in quanto manterrebbe bassi i tassi di interesse facilitando gli investimenti; (iii) un bilancio in pareggio che elimini gli sprechi e permetta un’allocazione efficiente delle risorse farebbe bene all’economia del Paese; (iv) i sottoscrittori residenti (2/3 del totale) destinerebbero i propri risparmi ad altri investimenti che potrebbero rivelarsi più utili al Paese.

    Andrebbero poi affrontate e ridotte le cause che conducono i migliori talenti a lasciare l’Italia (circa 120.000 gli italiani emigrati nel solo 2018) e allo stesso tempo andrebbero risolte le difficoltà che incontriamo nell’attirare lavoratori a elevata qualificazione. Annoveriamo fra queste la scarsa attenzione al merito e un ambiente economico poco favorevole all’attività delle imprese e agli investimenti necessari alla crescita.

    L’immigrazione potrebbe dare un contributo alla capacità produttiva del Paese, e non con meno impegno andrebbero affrontate le difficoltà che incontriamo nell’integrazione e nella formazione di chi proviene da altri paesi. 

    L’Italia è fra i Paesi con la più bassa percentuale di scolarizzazione in ambito UE (13% dei laureati). La composizione dei pochi laureati registra uno squilibrio fra i laureati in materie umanistiche e quelli in materie scientifiche (i primi pari al doppio dei secondi) contro un sostanziale equilibrio a livello europeo per entrambe le tipologie di indirizzo. A ciò si aggiunga che i recenti test Pisa, condotti fra i quindicenni dei Paesi OCSE, hanno evidenziato risultati disarmanti per i nostri studenti, il che significa che l’approccio verso il sistema dell’istruzione andrebbe rivisto mettendo al centro l’apprendimento degli studenti e prevedendo criteri di selezione, formazione e valutazione degli insegnanti più incisivi. La spesa pubblica italiana per istruzione in percentuale di Pil, pari al 3,8 per cento, è ben al di sotto della media europea (4,6 per cento). Il problema riguarda principalmente l’istruzione terziaria. 

    Migliorare il livello medio di istruzione ed equilibrare le specializzazioni contribuirebbe ad accrescere la produttività del sistema produttivo e ridurrebbe la disoccupazione anche dei giovani con un livello di istruzione più elevato. La crescita della nostra capacità produttiva dipende anche da quante persone siano disponibili a lavorare nella “fabbrica Italia”, quanto a lungo siano disposte a lavorare e dal progresso tecnologico che determina quanto produttivi siano il capitale e il lavoro impiegati.  

    A tal fine, l’Italia ha risposto con ritardo alla rivoluzione tecnologica, il che ha rallentato la crescita economica. La necessità di rendere sostenibile lo sviluppo economico e sociale, per non compromettere gli equilibri ambientali, rende indispensabili investimenti in tecnologie avanzate ed ecocompatibili. La stessa UE ha sollecitato la transizione verso un’economia più circolare, i cui vantaggi consentono la riduzione della pressione sull’ambiente, più sicurezza circa la disponibilità di materie prime, l’aumento della competitività e l’incremento dell’occupazione (si stima che nell’UE grazie all’economia circolare si creeranno 580.000 nuovi posti di lavoro). 

    Il sistema manifatturiero italiano nei prossimi anni dovrà affrontare dure e decisive sfide che decideranno parte del suo futuro. Un cambiamento epocale, che molti addetti ai lavori arrivano a chiamare “Quarta Rivoluzione Industriale”, il quale vedrà la nascita di modelli, strategie e paradigmi nuovi. Cogliere le opportunità offerte dall’innovazione significa affrontare con maggiore consapevolezza un mercato sempre più competitivo che evolve con ritmi sempre più serrati e nelle direzioni più varie. Industria 4.0 viene generalmente considerata come un processo che culminerà in una nuova concezione dell’industria, dallo sviluppo di nuovi prodotti e servizi, alla ricerca e innovazione, fino alla validazione e alla produzione, con il minimo comune denominatore costituito da un alto grado di automazione e interconnessione. In tale contesto, lo sviluppo, la conoscenza e la capacità di utilizzo di tecniche di intelligenza artificiale giocheranno un ruolo fondamentale per la crescita del Paese. Recenti studi hanno stimato che l’IA potrebbe raddoppiare il tasso annuo di crescita economica ed aumentare la produttività del lavoro fino al 40% entro il 2035. Non cogliere tale opportunità significherebbe arretrare ulteriormente rispetto ai competitor internazionali e relegare il nostro Paese ad un ruolo secondario rispetto alle altre potenze economiche.

    Nelle precedenti rivoluzioni industriali, quando i lavori umani sono stati automatizzati, nel settore dei servizi sono emersi nuovi lavori che richiedevano abilità cognitive che solo gli uomini possedevano. Con l’Intelligenza artificiale dovremo invece comparare le abilità di un insieme di individui alle abilità di una rete integrata. I vantaggi potenziali della connettività e della capacità di aggiornamento sono così enormi che almeno in alcuni ambiti professionali potrebbe avere senso sostituire tutti gli esseri umani con i computer, anche se a livello individuale alcuni uomini potrebbero ancora svolgere un lavoro di qualità migliore rispetto a quello delle macchine (ad es. medici di base che si occupano quasi sempre della diagnosi di malattie note e della gestione dei trattamenti per le famiglie saranno rimpiazzati dai dottori dell’IA, il che renderà disponibili risorse economiche per pagare medici umani e assistenti di laboratorio per condurre ricerche innovative e sviluppare nuove medicine o procedure chirurgiche). L’innovazione tecnologica determinerà nuove professioni con competenze di livello elevato. Creare nuovi posti di lavoro sarà più semplice che formare il personale per occupare i suddetti posti di lavoro. Si renderà quindi necessario uno sforzo continuo alla riqualificazione delle persone e la complessità sarà determinata dalla resistenza emotiva necessaria agli individui ad affrontare la propria carriera lavorativa (insufficiente resistenza mentale al cambiamento; individui che dovranno continuare a reinventare se stessi senza perdere il loro equilibrio mentale). Gli individui dovranno continuare a sviluppare nuove competenze e a cambiare la loro professione. I governi dovranno intervenire sia promuovendo un settore dedicato alla formazione permanente, introducendo il diritto soggettivo alla formazione continua, sia organizzando una rete di sicurezza per gli inevitabili periodi di transizione. Secondo una ricerca del 2018 del World Economic Forum, nel 2025 la sostituzione dei lavori attuali con i robot comporterà una perdita di 75 milioni di posti di lavoro, a fronte della creazione di 133 milioni di nuovi posti di lavoro, con mansioni diverse e più qualificate. 

    Tutto ciò, però, se vogliamo consegnare alle future generazioni un contesto favorevole allo sviluppo sostenibile, sarà possibile se gli Stati, le aziende e gli attori politici e sociali comprenderanno che è necessaria una visione di lungo periodo e una cultura che ponga al centro la persona.  

     

  • Un cambio di approccio radicale per ridurre il divario generazionale

    Di Gerardo Benuzzi

    L’evento pubblico Una generazione avanti. Idee per l’Italia che verrà organizzato da +Europa sabato prossimo a Bologna è l’occasione per una riflessione seria su un problema gravissimo, di cui ancora non si ha sufficiente percezione e che colpisce in modo particolare il nostro paese.

    La vita di un giovane in Italia, la vita dei nostri figli - oggi come mai in passato - risulta gravata da un debito pubblico elevatissimo e crescente, da un tasso di crescita economico prossimo allo zero e appesantito dal calo demografico in atto, dall’inceppamento di fatto dell’ascensore sociale: in presenza di un allungamento della vita media, i quattro pilastri del welfare sociale - educazione, sanità, pensioni, promozione dell’autonomia personale - risultano, nel loro insieme, sbilanciati drammaticamente in direzione delle fasce più anziane della popolazione.

    Vi sono molte fratture nel nostro paese, tra cui quella tra Nord e Sud e quella tra ceti sociali elevati e bassi, ma quella tra giovani e anziani è, in quanto trasversale a tutte le altre divisioni, il fattore potenzialmente più dirompente per la nostra società. Il disagio generazionale - che si sta manifestando attraverso il ritardo che i giovani stanno accumulando rispetto agli obiettivi raggiunti dalle precedenti generazioni - potrebbe sfociare in un vero e proprio dramma sociale, ancora prima che economico: non c’è nulla di più terribile della percezione che, rispetto ai tuoi genitori, il tuo ruolo nella società e il tuo benessere sono in prospettiva decrescenti. Sentirsi inutili o non potere nutrire speranze e aspirazioni di miglioramento per il futuro ha implicazioni negative molteplici, che toccano profondamente la sfera individuale in primis.

    I numeri evidenziano in modo brutale questa situazione: da un recente studio Unicef, i Neet (Neither in Employment nor in Education or Training), ossia i giovani che non lavorano, non studiano e non stanno facendo un percorso di formazione, in Italia sono pari a 2.116.000, ossia il 23.4% della popolazione nella fascia di età tra 15 e 29 anni (il 34% nel Sud; addirittura il 47% nella fascia 25-29 anni). Sei su dieci di questi giovani hanno un diploma di scuola superiore o una laurea e il costo sociale ed economico di avere così tanti Neet è stimato oggi in 30 miliardi di euro.

    La percentuale è la più alta in Europa e quasi il doppio della media europea (dove è pari al 12.9%): un ulteriore peggioramento rispetto alla situazione certificata dall’Intergenerational Fairness Index del 2016 (basato su tredici indicatori sociali ed economici) che ci collocava al penultimo posto in Europa; in linea purtroppo con il trend previsto dal Club di Latina nel 2014, i cui studiosi elaborarono ventisette indicatori per determinare un Indice di divario generazionale, prevedendone un raddoppio in Italia tra il 2004 e il 2020 (con tendenza a triplicarsi nel 2030).

    Una situazione ormai insostenibile, che rende non più procrastinabile un intervento deciso di correzione e una presa di coscienza seria del fenomeno. Vi sono fattori che incidono direttamente sul divario generazionale, tra questi: la disoccupazione; la questione abitativa; il reddito/ricchezza; i mutamenti climatici e ambientali; l’accesso alle pensioni; la mobilità territoriale; l’accesso al credito ed altri ancora. E vi sono fattori che incidono indirettamente sul gap, fattori potenti quali le dimensioni del debito pubblico, il livello di partecipazione alla vita democratica, la legalità.

    E’ su questi che bisogna intervenire. Ma come primo punto occorre un cambio di approccio radicale da parte di tutti. Le disuguaglianze intergenerazionali sono frutto di comportamenti e meccanismi anche culturali, profondamente inculcati nella società italiana, che lo stato e i governi succedutisi nel dopoguerra, hanno lasciato proliferare e favorito.

    Di fronte all’atteggiamento, da sempre presente nella società italiana, di forte protezione e appoggio da parte dei genitori nei confronti dei figli, lo stato poco o nulla ha fatto per favorire l’emancipazione, l’autonomia e lo sviluppo individuale di questi ultimi, nella convinzione che i genitori sempre potessero fungere, in caso di necessità, da “lenders of last resort”, prestatori di ultima istanza e garanti sine die dei propri figli.
    Al contrario, in un’ottica di breve periodo, per fini elettorali che sono via via diventati sempre più evidenti, lo stato ha riversato risorse e implementato politiche economiche a favore delle generazioni adulte in modo scriteriato. Un esempio su tutti è il caso delle baby pensioni introdotte dal Governo Rumor nel 1973, che hanno assorbito una cifra di oltre 150 miliardi di euro sino ai nostri giorni e i cui beneficiari tuttora in vita costano ancora oggi allo Stato più di 7 miliardi di euro l’anno, una cifra non distante da quella dell’altrettanto scriteriata, più recente Quota 100: una completa mancanza di visione di un futuro condiviso e sostenibile, foriera tra l’altro dell’accentuazione delle differenze sociali. Non tutti i genitori sono in grado di aiutare i propri figli; comunque, ove questo avvenga, l’effetto è quello di  una minore mobilità sociale e dell’immobilismo della ricchezza privata, sia mobiliare che immobiliare. In altre parole, si pone un freno allo sviluppo economico.

    Quando si parla di cambio di approccio radicale da parte di tutti significa veramente da parte di tutti. Gli individui, tutti noi, dobbiamo dare un contributo personale per lasciare un futuro sostenibile e di benessere (almeno pari al nostro) alle generazioni future: contributo personale nei comportamenti quotidiani, per lasciare un ambiente sano e pulito ai nostri figli e nipoti; contributo personale nella presa di coscienza che vanno evitati atteggiamenti egoistici e lobbistici, che potrebbero penalizzare economicamente le generazioni future; contributo personale nello stimolare i prossimi governi ad agire in questa direzione.

    Bisogna infatti chiedere ai prossimi governi che approvino finanziarie dove sia chiaro e calcolabile, per tutte le misure adottate, il contributo a ridurre il divario generazionale esistente. E’ un compito non facile in quanto implica - in presenza di una capacità di spesa molto ridotta a causa del debito pubblico elevato - una redistribuzione di risorse finanziarie importanti a favore dei giovani della fascia di età sino ai trent’anni, e adoperarsi affinché tale redistribuzione, che forzatamente penalizzerà altri, dia un beneficio netto alla crescita economica, così come ci si dovrebbe aspettare nelle società giovani e dinamiche.

    Nella pratica, i governi italiani devono uscire dalla logica frammentata di misure parziali, utilizzate come alibi per potere affermare che c’è attenzione per il problema giovanile. Devono invece stabilire una dotazione di risorse ben precisa, volta ad affrontare nel suo complesso - per poterlo ridurre veramente - il divario generazionale. Un Fondo Giovani che operi su varie parti del bilancio statale: scuola, formazione, tassazione, lavoro, casa, semplificazione burocratica, aiuti per l’accesso al credito.

    Un Fondo dedicato di almeno 15/20 miliardi di euro, di cui nove recuperabili da abolizione / modificazione di reddito di cittadinanza e quota 100 e quattro da riduzione/efficienze nei consumi intermedi della pubblica amministrazione. I restanti andrebbero recuperati da altre voci di bilancio nonché attraverso forme temporali di solidarietà da parte delle altre classi di contribuenti.

    Gli obiettivi e le misure di questo Fondo dovrebbero essere prioritariamente:

    a) combattere  la disoccupazione giovanile: necessari investimenti in alternanza scuola-lavoro, in formazione professionale, per incentivi all’assunzione di under 30;

    b) contrastare la tendenza all’abbassamento dei livelli retributivi e ridurre i gap salariali a livello di retribuzione netta: decontribuzione totale sino a 25 anni e regressiva sino a 30 anni sia fiscale (IRPEF) che contributiva (INPS);

    c) favorire l’autonomia personale e il distacco dalla famiglia: detrazione canoni di affitto per nuovi nuclei familiari (da determinare importo e durata), fondo garanzia mutui prima casa;

    d) sostenere l’imprenditorialità giovanile: semplificazioni legali e fiscali per nuove imprese e facilitazioni per l’accesso al credito.

    Solo con un approccio globale, radicalmente nuovo rispetto a quello attuale, si potrà porre un freno all’impoverimento delle generazioni future, verso cui si sta procedendo senza averne coscienza, e allo sviluppo personale e sociale delle classi di età più giovane.

  • Democrazia a debito: l'autobiografia politica della nazione

    Di Carmelo Palma

    Il “si spende oggi e si paga domani” è stato e rimane il caposaldo della costituzione materiale della democrazia italiana. L’indebitamento, cioè lo squilibrio generazionale del bilancio pubblico, rappresenta non solo un problema di sostenibilità economica, ma di libertà politica. Il successo “democratico” del deficit spending dimostra che il problema del debito pubblico è ben più grande delle sue già gigantesche dimensioni finanziarie.

    Per Paolo Cirino Pomicino negli anni ‘80 il debito pubblico aumentò perché “una politica fiscale restrittiva avrebbe innescato una miscela esplosiva tra terrorismo, alta inflazione, forte prelievo fiscale”. Il deficit contribuiva invece ad arricchire i contribuenti, che incassavano gli interessi crescenti sui titoli del debito italiano, rabboccando i propri redditi, e a porli al riparo dal redde rationem del pareggio di bilancio. Al contempo garantiva la stabilità delle istituzioni democratiche, privando i brigatisti del potenziale consenso sociale dei ceti popolari impoveriti. La quadratura del cerchio, la pietra filosofale.

    La giustificazione dell’ex ministro del bilancio democristiano non assolve la classe dirigente del tempo sul piano della responsabilità, ma spiega la natura di un fenomeno (per nulla economico, bensì tutto politico) che avrebbe nei decenni successivi azzoppato le prospettive di crescita del nostro Paese, irrigidito il bilancio dello Stato, impoverito e desertificato il welfare non previdenziale e indebolito la finanza pubblica italiana di fronte alla sfida decisiva, che il Trattato di Maastricht, di lì a pochissimo, avrebbe annunciato: l’ingresso nella moneta unica.

    Il deficit e il debito sono stati e rimangono il caposaldo della “costituzione materiale” della democrazia italiana, la benzina del motore politico della Repubblica. Le poche esperienze rigoriste - per definizione traumatiche e psicologicamente rigettate dal “popolo” - sono succedute a cataclismi politico-economici in cui lo Stato rischiava il rovescio e i conti pubblici il fallimento. Ancora oggi si parla dei governi Amato e Ciampi dopo la fine della Prima Repubblica e del governo Monti, circa vent’anni dopo, come di “dittature” politico-economiche imposte dall’esterno (o dall’estero). Il prelievo forzoso dai conti correnti del luglio 1992 o la riforma Fornero sulle pensioni non sono considerate e neppure raccontate dalla stampa come il prezzo del ricatto di un debito pubblico insostenibile, ma come rapine politiche. Lo ha ricordato recentemente Emma Bonino, con una sintesi felicemente semplice: in Italia, i nemici del popolo non sono quelli che causano i problemi, ma quelli che sono costretti, fuori tempo massimo, a rimediarvi.

    È paradossale che la tendenza all’indisciplina finanziaria appaia oggi, ad un tempo, come il problema più grave e il carattere più strutturale della nostra vita politica. Il deficit e il debito, eufemisticamente ribattezzati “flessibilità”, sono la maledizione e il perduto amore della politica italiana, una sorta di età dell’oro della nostra democrazia in cui tutti i conti potevano essere regolati post-datando la liquidazione e l’incasso del dovuto. Il debito non ha solo falsato il rapporto sociale tra le generazioni, ma anche la relazione morale tra quelli del prima e quelli del poi, tra i primi e gli ultimi intesi in senso storico e non evangelico.

    Il fenomeno del debito pubblico fa esplodere il conflitto di interesse tra il potere e il futuro e quindi rappresenta non solo un problema di sostenibilità economica, ma di libertà politica. Gli Stati come l’Italia costretti a riscattare a caro prezzo le ipoteche iscritte a suo tempo sul bilancio dei non nati dalla cupidigia dei viventi sono, semplicemente, meno liberi, poiché la spesa obbligata restringe i margini di scelta e le possibilità di decisione. Un Paese come l’Italia che senza la spesa pensionistica e il servizio del debito - cioè senza gli squilibri generazionali del bilancio pubblico - sarebbe, per così dire, un Paese quasi normale, è l’esempio paradigmatico della duplice emergenza, finanziaria e democratica, legata a politiche “anti-futuro”.

    Se però, malgrado gli esiti di queste ricette, sono tante le forze politiche che si affannano a promettere nuova “flessibilità” per ridurre le tasse o aumentare le spese e, stando agli ultimi sondaggi, sono complessivamente destinate a raccogliere il voto di ben più di nove italiani su dieci, bisognerebbe ammettere che il debito è una sorta di autobiografia politica della nazione; un’autobiografia democratica, e non autoritaria, come il fascismo, ma altrettanto rappresentativa di una cultura profonda, di un modo d’essere e di funzionare consustanziale alla natura del nostro regime politico.

    Una domanda da parte degli elettori di tipo predatorio o parassitario esige un’offerta corrispondente da parte degli eletti e le ricette del “si spende oggi, si paga domani” rispettano perfettamente queste caratteristiche. Che continuino a funzionare, sul piano democratico, e a essere smerciate sul mercato del consenso con grande successo di pubblico (e ormai, a quanto pare, pure di critica) dà la misura esatta del perché il problema del debito sia ben più grande delle sue già gigantesche dimensioni finanziarie.

    Nel carcere del debito, gli elettori sono prigionieri affetti dalla sindrome di Stoccolma e continuano ad avvertire il fascino del proprio carceriere. Oppure, per usare un’altra metafora clinica, si potrebbe sostenere che quella dal debito (inteso in un senso atecnico, come dissociazione della responsabilità di finanziamento da quella di spesa) rappresenta una forma di dipendenza “fisica” e non solo “psicologica”, perché attorno a questa struttura del bilancio pubblico si articola un vero e proprio (per quanto disfunzionale) patto sociale, con i suoi palinsesti ideologici e apparati simbolici che appare addirittura eversivo provare a demistificare.

    Per fare un esempio, come spiega benissimo Elsa Fornero nel suo articolo, “pensionato” è diventato sinonimo di “povero” proprio negli anni in cui il tasso di povertà aggrediva le fasce più giovani della popolazione e alleviava il suo peso su quelle più anziane. Ma la crescente povertà dei pensionati, per quanto infondata dal punto di vista economico, ha continuato a essere raccontata in toni sempre più drammatici e a funzionare perfettamente sul piano politico-ideologico, sbarrando il passo a riforme ineludibili, prima dolosamente rimosse e poi dolorosamente subite. Da questo punto di vista, il debito è stato il conto della falsa coscienza.

    Le letture più corrive con la retorica “anti-tecnocratica” addebitano all’impoverimento del ceto medio e alla crescente (sotto)proletarizzazione politico-culturale delle fasce più disagiate il fascino delle opzioni politiche che fondano la possibile rinascita del Paese sulla sovversione democratica delle regole economico-finanziarie che, da Maastricht a oggi, hanno provato a ingabbiare il bilancio pubblico italiano.

    Forse bisognerebbe avere il coraggio di ammettere la verità più impronunciabile. Che è proprio la cultura del debito (pubblico) a essere alla base della crisi italiana e a rappresentare la forma politica e “democratica” di quella privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite, verso cui inclina la nostra intera vita pubblica. E se qualcuno volesse azzardare una qualche lettura analitica dell’inconscio politico nazionale dovrebbe amaramente concludere - visto che i debiti degli uomini di oggi li pagano gli uomini di domani - che in Italia non solo comandano i “vecchi” (con le loro rendite e i loro bisogni), ma comanda la “vecchiaia” come età d’elezione della democrazia.

    Pubblicato su Strade, 1° febbraio 2018.

  • published La previdenza sostenibile in Una generazione avanti 2022-01-18 12:41:43 +0100

    La previdenza sostenibile

    Di Elsa Fornero*

    Il sistema previdenziale è l’istituzione che racchiude forse il principale contratto tra generazioni. Tale “contratto” non è però espressamente regolato dalla Costituzione, ma è affidato alla legislazione ordinaria, spesso ispirata non già da visioni di lungo termine, bensì da obiettivi definiti all’interno di stretti orizzonti elettorali. Entro questi angusti orizzonti, la politica trova ampi spazi per interventi discrezionali che finiscono per favorire le generazioni anziane, che hanno un peso elettorale preponderante in una società che invecchia.

    I rapporti economici tra generazioni assumono diverse forme. Sul versante positivo, i giovani ereditano dalle generazioni passate la ricchezza accumulata: dal capitale umano (conoscenza, educazione) a quello finanziario (titoli di credito e di proprietà); dal capitale fisico (capacità produttiva) a quello pubblico (l’ambiente, le infrastrutture, i beni artistici). Sul versante negativo, si collocano le varie modalità in cui si può accumulare debito pubblico: il debito propriamente detto, costituito dalle promesse di pagamento racchiuse nei vari BOT, CCT, BTP, CTZ, oggi ammontanti a oltre 2.200 miliardi di euro (circa il 130 per cento di quanto il Paese produce in un anno).

    Accanto a questo debito “esplicito” esiste però anche un debito “implicito”, rappresentato non già da titoli vendibili sul mercato, bensì da oneri che si trasmettono alle generazioni giovani e future, sotto forma, per esempio, di deterioramento dell’ambiente (il cosiddetto “debito ambientale”) e, più ancora, di promesse alle quali non corrispondono versamenti equivalenti da parte dei beneficiari. In particolare, quando benefici sganciati dai costi sono attribuiti a un’intera generazione, è evidente che il costo è traslato su quelle che verranno dopo. È ciò che è avvenuto con una certa larghezza in passato, almeno a giudicare dalla differenza, in media, tra i benefici attribuiti e i contributi richiesti. In economia, tuttavia, la generosità non è gratuita: qualcuno se ne deve sobbarcare l’onere e, come per il rimborso del debito, questo qualcuno è in larga misura rappresentato proprio dalle generazioni giovani e future.

    Il sistema previdenziale è l’istituzione che racchiude forse il principale contratto tra generazioni. In questo contratto i giovani (in realtà gli “attivi”) versano contributi, sui loro redditi da lavoro, destinati a finanziare, nello stesso periodo, le pensioni di coloro che il lavoro l’hanno già lasciato, per quiescenza. La partecipazione al sistema è obbligatoria perché il contratto regge proprio sulla fiducia, della quale lo Stato si fa garante, che anche i giovani di domani parteciperanno, versando contributi che serviranno, a loro volta, a finanziare le pensioni dei lavoratori di oggi. Una specie di “catena di Sant’Antonio” la cui continuità non può che scaturire da una architettura equilibrata, nella quale gli interessi delle generazioni giovani e future siano non meno rappresentati di quelli delle generazioni presenti.

    Tale “contratto” non è però espressamente regolato dalla Costituzione, ma è affidato alla legislazione ordinaria, spesso ispirata non già da visioni di lungo termine, bensì da obiettivi di partito (più che di Paese) definiti all’interno di stretti orizzonti elettorali. Entro questi angusti orizzonti, la politica trova ampi spazi per interventi discrezionali che finiscono per favorire le generazioni anziane, che hanno un peso elettorale preponderante in una società che invecchia. Questo significa affrontare un problema strutturale di lungo periodo – forse il più importante che abbiamo – sulla base di considerazioni e opportunità di breve periodo.

    Il contratto, infatti, funziona egregiamente in un contesto di crescita demografica (nella quale cresce la frazione dei giovani rispetto a quella degli anziani) ed economica (con occupazione e redditi in salita). Esattamente ciò che manca all’Italia da un paio di decenni, cioè da ben prima della crisi finanziaria. In questo quadro di relativa stagnazione seguita poi dalla grande recessione, i diritti e le garanzie delle classi di età più elevate sono stati in larga misura preservati, ciò che ha comportato scaricare oneri e perdite sui meno garantiti, cioè esattamente sui giovani attuali e futuri. Se si considerano il forte aumento nei prossimi 2-3 decenni del numero degli anziani e la forte diminuzione del numero dei giovani, se ne deduce facilmente come politiche miopi siano sufficienti a mettere a rischio la sostenibilità del sistema.

    L’invecchiamento dipende da un dato positivo, ossia la riduzione della mortalità a tutte (o quasi) le età, e da un dato negativo, ossia la diminuzione delle nascite. In particolare, secondo dati recenti dell’ISTAT, tra il 2008 e il 2016 le nascite sono diminuite di oltre 100 mila unità, per effetto della diminuzione della propensione ad avere figli ma soprattutto per effetto (per i tre quarti della differenza) dello stesso invecchiamento della popolazione femminile. Meno figli oggi vuol dire meno giovani lavoratori domani, e pertanto (a parità di altre condizioni) meno contributi da utilizzare per pagare pensioni e altri trasferimenti o servizi a una popolazione anziana in costante crescita. La “sostenibilità del sistema” è un modo gentile per indicare la possibilità di pagare le pensioni e la sicurezza che i risparmi investiti in titoli pubblici non andranno perduti.

    Alla decrescita demografica si aggiunge, per i giovani, la precarietà occupazionale e di reddito. Non solo i giovani hanno meno garanzie (che forse neppure cercano), ma soprattutto hanno meno opportunità di lavoro e di reddito, e sono spinti sempre più verso l’estero, nella speranza di trovare lì le chances che non trovano più in patria. La povertà riguarda oggi circa il 4 per cento degli italiani con più di 65 anni ma raggiunge il 12 per cento tra i giovani sotto i 18 anni. E si tratta di un dato in costante aumento nell’ultimo decennio: dal 4 per cento di poveri nella classe di età 18-34 del 2005 si passa al 10 per cento del 2015.

    L’impoverimento dei giovani rispetto agli anziani è il contrario del progresso di una società, e ne segna il declino. Esso non dipende però, come qualcuno vorrebbe far credere, dalle riforme previdenziali che, avendo alzato l’età di pensionamento, hanno comportato un più elevato tasso di occupazione degli anziani (obiettivo peraltro sempre indicato, prima della riforma del 2011, come una priorità per il Paese!). Dipende, in larga misura, dall’evoluzione tecnologica (la digital economy ha indubbiamente polarizzato il mercato del lavoro, creando pochi posti di alto livello e alta remunerazione e spingendo molti giovani verso occupazioni di qualità e reddito relativamente bassi); dal mis-match tra domanda e offerta di lavoro, incoraggiato anche dallo scarso dialogo tra il mondo dell’istruzione e quello produttivo; e dalle segmentazioni tuttora presenti nel mercato del lavoro. Le politiche di attivazione, che devono aiutare i giovani verso un inserimento rapido ed efficace nel mondo del lavoro, sono rimaste colpevolmente indietro.

    Riforme importanti sono state introdotte, anche grazie alla pressione delle istituzioni internazionali. Le riforme, però, non nascono mai perfette e richiedono un po’ di tempo prima di essere assimilate e di produrre effetti. Il sistema previdenziale italiano è finanziariamente sostenibile (siamo l’unico Paese in cui la spesa pensionistica in rapporto al Pil non cresce, nel lungo termine, nonostante l’invecchiamento). Il mercato del lavoro si sta risvegliando, con occupazione e redditi in crescita.

    Tutto può certo essere migliorato: l’importante è non innestare retromarce, che significherebbero un nuovo allontanamento dell’Italia dall’Europa. E qui sta il rischio: che l’impazienza dei cittadini e, soprattutto, dei politici interessati soltanto alle prossime elezioni possa determinare retromarce. I nuovi legislatori avranno la forte responsabilità di non buttar via il bambino, ossia il buono introdotto nel sistema, insieme con l’acqua sporca, che ancora abbonda.

    Pubblicato su Strade, 1° febbraio 2018

    *Elsa Fornero è stata professore ordinario di Economia politica presso l'Università di Torino e Ministro del Lavoro nel governo Monti. Nelle sue ricerche scientifiche ha approfondito, tra l'altro, i sistemi previdenziali pubblici e privati, le riforme previdenziali, l'invecchiamento della popolazione e le scelte di pensionamento. 
    Parteciperà con uno speech a “Una generazione avanti, idee per l’Italia che verrà” il 18 gennaio a Bologna. 

  • Il debito pubblico italiano: una truffa generazionale

    Di Nico Di Florio

    Il nostro paese non ha mai affrontato una seria discussione sulla questione del debito pubblico e sulle ragioni che, ancora oggi, ci inducono a non vedere il gigantesco elefante che siede nella stanza.

    La storia del debito pubblico italiano è la storia di una gigantesca truffa generazionale, perpetrata, più o meno consapevolmente, dai padri ai danni dei loro figli. Un tema sconveniente, tanto da essere diventato un taboo per le classi dirigenti di un paese in cui definire qualcuno furbo significa fargli un complimento.

    La classe politica italiana ha fiuto. E sa quando è opportuno stare alla larga dai problemi reali. Per questo ha sempre preferito girare intorno all’elefante, comportandosi come se il problema non esistesse, anzi, proponendo come soluzione al problema il problema stesso e, quindi, aggiungendo debito al debito.


    L’incapacità di elevare la responsabilità fiscale a principio democratico

    Le ragioni di una così marcata involuzione della nostra politica in senso demagogico e populista sono, a mio avviso, strettamente connesse alla incapacità storica del nostro sistema di affrontare la questione del debito pubblico.

    Esiste un fil rouge tra debito pubblico e sovranismo.

    In un paese in cui la responsabilità fiscale non è mai assurta a valore democratico, la politica ha gioco facile nel declinare la questione del debito in termini di sovranità negata. Questo leit motiv, sebbene con accezioni e sfumature diverse, circola per l’intero arco costituzionale assumendo i contorni di una imposizione esterna di cui le nostre comunità sarebbero vittime a vantaggio di interessi altrui.

    Il nostro paese cambierà davvero quando acquisiremo la consapevolezza che la sostenibilità delle politiche di bilancio non è interesse della Germania ma preminentemente nostro. Il problema non è l’austerity - che peraltro non abbiamo mai conosciuto - ma, al contrario, la non-austerity o, più precisamente, l’assoluta irragionevolezza delle politiche fiscali degli ultimi decenni. È questa la ragione per cui l’economia italiana si trova ancora oggi nella impossibilità di liberare a pieno le proprie (tante) energie vitali. Del resto, per sconfessare le tesi sovraniste basterebbe guardare i dati. Le analisi economiche mostrano che negli ultimi vent’anni, tra i 28 paesi membri della UE, sono stati proprio quelli che hanno attuato politiche di bilancio rigorose a registrare i tassi di crescita più elevati.

    Purtroppo, in un’epoca dominata dalle post-verità i fatti non bastano. La verità non è interessante quanto le suggestioni identitarie del sovranismo. E per questo chi si vuole attrezzare per sconfiggere l’elefante non può affidarsi soltanto alla contrapposizione dei fatti alle falsificazioni. Ci vuole uno sforzo maggiore, soprattutto, uno sforzo di tipo narrativo. Del resto, la politica si nutre di storie, e quella del debito pubblico è una storia tanto potente quanto sconosciuta che per divenire coscienza pubblica necessita di un racconto persuasivo.


    Un paese drogato di debito

    L’Italia è un paese governato, ormai da decenni, da un’alternanza di classi dirigenti ludopatiche la cui principale strategia politica è stata quella di giocarsi, in maniera più o meno intensa, il futuro delle generazioni a venire.

    Quando il più grande sindacato italiano può permettersi di rivendicare la mancetta dei nonni come sistema di welfare, vuol dire che la nazione è sottosopra e che a guidare la baracca ci sono le persone sbagliate. Di fronte a questa sconcertante assenza di lucidità i “giovani”, ormai sempre più vittime di una vera e propria apartheid generazionale, dovrebbero trovare la forza ed il coraggio di dare corpo ad un’autentica ribellione.

    Per tali ragioni gli sforzi della nostra comunità – quella dei liberali ed europeisti italiani - avranno senso nella misura in cui riusciranno a sovvertire questo paradigma. E si dovrà cominciare proprio dal descrivere le cose per quello che sono: il debito pubblico italiano è il più clamoroso furto ai danni delle generazioni future mai avvenuto nella storia di una democrazia occidentale.

    Toccherà, dunque, a noi, alla nostra sparuta minoranza politica, denunciare con tutte le nostre forze, e possibilmente unendo le forze, questo stato permanente di continuazione del reato che ormai nessuno denuncia più.


    L’Europa: unico argine al debito

    In un quadro simile l’ingresso del nostro paese nelle istituzioni europee avrebbe reso necessario, giocoforza, porre un freno alle nostre smanie di indebitamento facendole rientrare nei limiti fisiologici per un paese che vuole restare agganciato alla modernità. Ma una classe dirigente molto furba, e poco intelligente, non ha saputo cogliere l’occasione. Al contrario, dinanzi al cambiamento epocale costituito dalla adozione della moneta unica, il sistema debito-centrico italiano ha reagito come quei tossicodipendenti a cui viene improvvisamente ridotta la dose. Il problema non era più trovare il modo di liberarsi dalla dipendenza del debito, il problema era liberarsi da chi cercava di impedirci di fare altro debito. In sintesi, questo è stato il nodo dei rapporti tra istituzioni europee e governi italiani degli ultimi vent’anni. E non è un caso che, ancora oggi, il parametro con cui si valuta se l’Europa è amica o meno amica è sempre lo stesso: la misura del nuovo debito che ci verrà concesso.

    La ricerca di nuovo indebitamento è divenuta ormai una costante della nostra politica. Oggi come ieri il debito domina i processi politici italiani. I recenti sviluppi politici ne sono la plastica dimostrazione: ogni volta in cui il paese va in astinenza dal debito si apre una nuova crisi di governo. Del resto, la genesi del governo giallo-rosso è questa. Non c’è altro collante se non la promessa di nuovo debito da ottenersi grazie ad un’Europa tornata amica.

    Siamo un paese drogato che non ha nessuna intenzione di ripulirsi.


    L’Italia sovranista: il furto continua

    Il debito pubblico ci è costato in media all’incirca 65 mld di interessi all’anno negli ultimi anni. Nel DEF 2019 viene stimato che gli interessi aumenteranno fino a 73 miliardi nel 2022.

    La storiella del debito come portato degli spericolati anni 80 non regge più. Il furto non è soltanto il lascito di un passato inebriante che non potevamo permetterci, il furto è piuttosto la realtà di un eterno presente che non mostra segnali di cambiamento. Del resto, per restare nella metafora, è noto che col passare del tempo la droga non inebria più, ma serve soltanto a stare tranquilli.

    La verità è molto semplice: la crescita dell’economia italiana non è sufficiente a ripagare il costo del debito. Non sono un economista ma credo che non sia azzardato sostenere che senza l’Euro ed il QE di Mario Draghi l’Italia sarebbe già in default.

    Orbene, andrebbe spiegato agli italiani che sono proprio gli esborsi necessari al pagamento degli interessi sul debito i soldi che mancano alle strade, agli asili nido, alle infrastrutture digitali di cui il paese ha tremendamente bisogno. Inutile cercarli altrove, i soldi sono tutti lì. La quota interessi a carico del nostro paese è pari al valore di due finanziarie all’anno.

    E allora non può non vedersi come la rivendicazione dell’indebitamento come diritto sovrano contenga una premessa implicita: fagocitare quel poco di futuro rimasto.

    Il fronte liberale dovrà attrezzarsi per impedire che questo accada. Non serve rompere l’Europa per risolvere i nostri problemi, basterebbe aggiustare l’Italia.

    Se c’è una storia che il paese deve urgentemente conoscere è questa qui. All’Italia serve un racconto adeguato e delle forze politiche che sappiano interpretarlo perché quella del furto generazionale è una storia troppo importante per restare sconosciuta.

    Chi saprà farsi carico del racconto non soltanto riuscirà a mettere a nudo la vacuità della narrazione sovranista ma, forse, anche a porre le basi per restituire il futuro rubato al nostro paese.

  • published Dialoghi RiCostituenti - Art. 51 in Video 2022-01-18 12:32:24 +0100

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  • Impresa e Commercio in Campania nell'era del Covid-19

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