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  • published La cura o altri rimedi in Un altro genere di politica 2022-01-18 14:30:11 +0100

    La cura o altri rimedi

    di Nicole Rubano

    Ogni anno, il primo martedì del mese di aprile ricorre la giornata del lavoro invisibile, istituita in Canada per dare riconoscimento e valore all’insieme di attività svolte tra le mura domestiche che, di valore – soprattutto economico – non ne hanno avuto mai. Si include l’attività di pulizia dell’abitazione e di cucina, oltre a servizi di cura per il benessere dei propri familiari, soprattutto i più piccoli e i non autonomi come disabili, malati e anziani.

    Definirlo lavoro invisibile, al giorno d’oggi, sembra quasi un paradosso: lo vediamo eccome, ce l’abbiamo sotto gli occhi e ne riconosciamo tanto l’importanza quanto il peso delle responsabilità a esso legate. Si tratta, infatti, di un lavoro indispensabile: senza una persona disponibile a prendersi cura di loro, i soggetti non autonomi non avrebbero la possibilità di vivere una vita dignitosa, in uno spazio domestico ben curato. Eppure, queste attività indispensabili non sono considerate e a livello politico-economico. In altri termini, poiché c’è già chi si occupa di lavoro domestico in via del tutto informale, che l’abbia scelto o meno, la necessità di rendere questo settore visibile passa in secondo piano. Perché?

    Lo fanno le donne, da sempre viste come “le regine della casa”, anche tra loro stesse. Un tratto distintivo legato alla cura, all’altruismo e alla disponibilità verso il prossimo. Persino una corrente della storia del femminismo, quella essenzialista, riconducibile alla psicologa Carol Gilligan, ha enfatizzato le attitudini comportamentali delle donne in casa, facendo della cura un potere, un talento, un ruolo. Tuttavia, trattandosi del genere meno rappresentato in politica e meno emancipato nella società, quel ruolo di cura, investito esclusivamente dalle donne nella sfera privata, ha tristemente mantenuto la stessa invisibilità che caratterizzava – e caratterizza – la donna nella sfera pubblica.

    Invisibilità che è sinonimo di informalità: non è previsto un compenso economico per il lavoro domestico svolto, non è valutata in termini professionali la competenza della cura, non esiste un gruppo di interesse che possa rappresentare questo lavoro in seno alle istituzioni. Da qui, il ristretto spazio decisionale lasciato alle donne circa i loro “oneri domestici”, per cui ci sono tre opzioni principali.

    La prima opzione è svolgere il lavoro domestico a tempo pieno, scelta che coinvolge, secondo la più recente rilevazione Istat (2017), 7 milioni 338 mila donne casalinghe. Una scelta di comodo? Purtroppo no, considerando che si tratta della categoria più a rischio di incidenti domestici, come evidenzia lo studio “Faccende pericolose” dell’Anmil.

    La seconda, più “freak” – permettete l’ironia –, è essere childfree, ovvero scegliere la non maternità. Sempre più donne, infatti, rinunciano ad avere figli, registrando, ad oggi, il livello minimo di nascite dall’Unità d’Italia (-4,0 %, Istat 2018). Le ragioni sono molteplici e meriterebbero ulteriori approfondimenti, ma è impossibile non pensare che, tra le motivazioni, possa esserci il bisogno della donna di conquistare indipendenza e empowerment, a costo di rinunciare alla maternità, pur di non vedersi “chiusa” nel ruolo di madre e curatrice domestica verso cui la società la spinge.

    Infine, vi è una terza opportunità: assumere il double burden. Interpretato e lodato come “multi-tasking” da alcuni (uomini), ma aspramente condannato come “ingiustizia di genere” dalle femministe contemporanee, il double burden è, letteralmente, lo svolgimento di due lavori, entrambi in modalità full time. Da un lato, il lavoro che la donna svolge in linea con le sue competenze professionali, dall’altro, il lavoro che esegue a casa in tutte le attività di cura domestica che, senza di lei, sarebbero incompiute. Il compenso, però, non è doppio.
    Al contrario, è facile prevedere una forte perdita – spirituale, più che economica – per le donne che scelgono il double burden. Meno tempo da dedicare a se stesse, per svolgere attività extra-lavorative ed extra-domestiche, per auto-determinarsi oltre le aspettative sociali.

    In sintesi, si tratta di tre differenti risposte con cui l’universo femminile cerca di allinearsi e adattarsi all’informalità che caratterizza il lavoro domestico. Eppure, è evidente quanto ognuna delle tre situazioni descritte presenti delle forti diseguaglianze e ingiustizie. La soluzione a ciò, questa volta, non può essere invisibile. Ogni cittadina, prima o poi, nel corso della sua vita, dovrà scegliere uno di quei tre contesti, accettandone gli esiti subottimali che ne derivano, solo perché il lavoro invisibile continua a essere ignorato dall’economia e dalla politica. Dunque, da dove si potrebbe partire?

    Il primo passo consiste nel monetizzare la cura domestica, ovvero stabilire e garantire il valore economico a cui corrisponde il servizio di cura, in proporzione a quanto viene svolto da tutte le donne, tanto le casalinghe, quanto le lavoratrici. Al contempo, è necessario formalizzare la cura domestica, quindi riconoscere e legare l’attività a una competenza degli individui, piuttosto che a un talento di genere, così da abilitare l’intero nucleo familiare allo svolgimento delle attività domestiche.

    Per raggiungere questo risultato, è pur vero che le donne, loro stesse, devono iniziare a cedere le responsabilità del lavoro di cura, abbandonando il trono da “regine della casa” ereditato dalla tradizione. Naturalmente, un riconoscimento economico e sociale non è facile da raggiungere. Si tratta di studiare e modificare stereotipi e tradizioni di genere consolidati da tempo e già radicati nel sistema che ci circonda, incluse le stesse classi dirigenti dell’economica e della politica. Non a caso, questi ultimi sono contesti di potere in cui le donne sono in forte minoranza e hanno poco margine per esporre le loro problematiche e discuterne le soluzioni.
    È una commemorazione triste, dunque, quella del primo martedì di aprile: un problema politico evidente, ma nascosto in quattro mura domestiche.
    Non sarà che il lavoro invisibile non ha bisogno di un riconoscimento, ma di una radicale rivoluzione?

    Questo articolo è stato pubblicato su La27Ora del Corriere della Sera 

  • Appello a Lagarde e Von Der Leyen dalle donne italiane

    di Daniela Poggio

    Siamo nel cuore di Parigi. È lì che nel 1935 una giovane donna espatria insieme al marito e alla figlia per sfuggire alla dittatura fascista. Si chiama Xenia Silberberg, è figlia di due rivoluzionari russi e in Italia, dove si è trasferita ancora bambina insieme alla madre, incontra e sposa Emilio Sereni, un militante comunista.
    Xenia sceglierà successivamente il nome di Marina, Marina Sereni.
    La dittatura lei la conosce, il regime zarista le ha tolto il padre, quello fascista ha rischiato di toglierle il marito.
    Ora è una militante anche lei e insieme a Teresa Noce dà vita nel 1937 al foglio clandestino “Noi Donne”, una iniziativa delle antifasciste in esilio.

    In Italia, è Palmiro Togliatti nel 1944 a immaginare una pubblicazione politica femminile ed è così che il foglio “Noi Donne” arriva nel nostro Paese, pubblicato in clandestinità per i primi due anni e da allora senza interruzioni per ben 76 anni diventando un punto di riferimento del femminismo italiano, protagonista di battaglie importanti per la parità di salario, divorzio, aborto e tutela della maternità. Oggi Noi Donne è un magazine digitale, presente anche su Twitter (@noidonnemag) e Facebook. Tra le fondatrici italiane vi è anche Marisa Rodano, 99 anni, la prima donna nella storia italiana a venir eletta alla carica di vice presidente della Camera dei deputati. Marisa oggi, insieme a Daniela Carlà e Tiziana Bartolini è tra le promotrici di “Noi Rete Donne”, un’associazione che da dieci anni sostiene attivamente la presenza femminile nelle istituzioni che si occupano di politica, ma anche di economia e di scienza.

    «Abbiamo riunito circa 60 associazioni in un accordo per la democrazia paritaria, una rete promossa e coordinata da Noi Rete Donne» racconta Daniela Carlà, che è anche dirigente generale del Ministero del Lavoro e presidente del consiglio dei sindaci Inail. «In questi anni abbiamo collaborato a numerose proposte di leggi ed emendamenti che hanno consentito alle donne di crescere in termini di partecipazione alla vita politica».
    Insomma, se oggi in Italia ci sono più donne che si occupano di politica, che possono far sentire la loro voce, lo dobbiamo anche a loro. Non stupisce quindi che nasca proprio da questo gruppo storico di donne (l’iniziativa è sostenuta anche da Giancarla Codrignani) la “lettera aperta” a Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, e Cristine Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea «per ridisegnare le priorità economiche, consolidare democrazia e diritti civili».

    Una lettera che è possibile sottoscrivere inviando una mail a [email protected] o tramite la petizione su Change.org .
    A oggi le firme sono già oltre 500 tra persone e associazioni.
    Quella di “Noi Donne” è una lettera appassionata, ma anche sofferta, perché nasce dalla consapevolezza che quella critica così dura ad alcune posizioni espresse dalla due leader europee e che altrettanto duramente è stata consegnata a un articolo recentemente apparso sul Riformista, “Tre donne alla guida dell’Europa. Una troika non all’altezza”, ci fa male. E chi ha lottato per decenni per consentire anche a quelle donne di essere lì, questo non lo può accettare.

    «Siamo a una difficilissima prova della Storia« recita la lettera «Due donne ai vertici delle istituzioni europee sono una coincidenza eccezionale, risultato di un lungo impegno per l’emancipazione e la libertà delle donne. Ci aspettiamo da voi decisioni libere, destinate a riformulare e rinsaldare l’idea di una Europa dei popoli, solidale, e delle donne».
    Perché questa è una prova a cui Ursula von der Leyen e Cristine Lagarde sono chiamate in nome di tutte le donne che in loro hanno visto, finalmente, una svolta. Certo, due nomine arrivate nel solco di percorso segnato da logiche patriarcali, percorsi cioè che prediligono le soluzioni convenzionali, ma che le donne devono allenarsi a mettere in discussione esercitando il pensiero critico. «Questo è un momento in cui anche i pensieri eretici possono trovare spazio», ci dice Daniela Carlà. Cosa vuol dire?

    Avere il coraggio di fare scelte radicali, diverse, mettendo al centro concetti nuovi che appartengono alla dimensione femminile e che oggi possono trovare nuovi significati. La cura ad esempio, da sempre relegata (insieme alle donne) a una dimensione residuale e domestica, oggi diventa la chiave deontologica per reinterpretare scienza ed economia.
    Le donne lo sanno cos’è la cura, si sono allenate per secoli. Oggi serve quell’attitudine per proteggere e, appunto, curare un mondo malato, un pianeta malato: «Se le società si strutturassero guardando agli ultimi, alle persone marginali, solo così saremmo in grado di immaginare un mondo nuovo a partire dall’impatto di questa epidemia», è la suggestione di Tiziana Bartolini, oggi Direttrice di “Noi Donne”.

    Ecco allora che il movimento delle donne fa un passo avanti, oltre gli stereotipi. «Noi per prime», continua Tiziana, «dobbiamo da un lato continuare a combattere gli stereotipi che vedono la donna ancora in ruoli convenzionali, ma non dobbiamo nemmeno cadere nello stereotipo che una donna è brava solo perché donna».
    La quantità di donne presenti in politica è un risultato, ma non basta. Adesso devono avere il coraggio e la sensibilità di sradicare meccanismi di riferimento che mostrano ormai tutti i loro limiti. Un appello che sta nascendo da più parti insieme alla consapevolezza che le donne potrebbero contribuire alla ripresa, come ha suggerito Ilaria Capua. E la ministra Bonetti, infatti, annuncia l’iniziativa Donne per nuovo Rinascimento, una task force di dieci donne per ricostruire, costruire diciamo noi, un percorso di protagonismo femminile.

    Non mancano nemmeno iniziative dal basso come “Ideexdomani” , promossa da Ladynomics, che invita le donne a inviare un breve video con idee e progetti per la ricostruzione.

    Stiamo vivendo una circostanza eccezionale, non dobbiamo mancare a questo appuntamento con la storia, non possiamo dimenticare che c’era un prima in cui le donne non potevano esprimersi con autorevolezza e ironia come oggi fa Ilaria Capua (che pure ha pagato un caro prezzo) e fortunatamente molte altre, non possiamo ignorare che se Ursula von der Leyen e Cristine Lagarde sono lì è anche per le tante battaglie condotte in nome della parità di genere.
    Non lo devono ignorare soprattutto loro: hanno saputo chiedere “scusa” – un gesto non proprio comune da parte di quelle cariche istituzionali – ora possono e devono trasformare l’Europa.
    Noi Donne glielo chiediamo, Noi Donne siamo con loro.

    Articolo pubblicato il 4 aprile su La27Ora del Corriere

  • Digital divide: Stato, nuove disuguaglianze e primato delle competenze

    di Alessandra Senatore

    L’emergenza imposta dal COVID-19, con le sue implicazioni restrittive sullo svolgimento della vita quotidiana delle persone, trascina con se l’acuirsi di nuove disuguaglianze, che impongono oggi più che mai interventi infrastrutturali e strutturali capaci di contrastare in modo decisivo uno dei fenomeni cruciali della società dell’informazione.

    Parliamo del digital divide, ovvero della divisione tra chi ha accesso a internet e chi no. Vuoi per forza o per scelta di chi lo subisce, che sia di natura infrastrutturale (assenza di accesso alla rete) o che derivi da carenze culturali in termini di alfabetizzazione informatica, che riguardi larghe fasce della popolazione o le piccole imprese, il divario digitale rappresenta nel nostro paese una grave causa di disuguaglianza ed esclusione, oltre che uno dei principali fattori critici di successo per la competitività del nostro tessuto socio-economico.

    Si può ragionevolmente affermare che Internet in considerazione delle sue enormi e straordinarie potenzialità applicative, è di fatto un imprescindibile fattore di sviluppo dell’intera società. Non a caso, il Consiglio sui diritti umani delle Nazioni Unite ha considerato espressamente Internet alla stregua di un diritto fondamentale dell’uomo, ricompreso nell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino.

    A partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, comincia a diffondersi la tesi secondo cui il mancato utilizzo di Internet possa dare luogo a una nuova forma di disuguaglianza sociale che si manifesta nel gap esistente fra gli information haves e gli havenots e che, pertanto, richiede l’elaborazione di specifiche politiche pubbliche volte a garantire effettive condizioni di accesso ad Internet.

    Malgrado i numerosi progetti promossi e le iniziative messe in campo negli ultimi 20 anni, ad oggi la situazione italiana presenta ancora un ritardo significativo nell’evoluzione del fenomeno, collocando l’Italia ben al di sotto della media europea.

    Tra le categorie più minacciate dall’esclusione digitale vi sono i soggetti anziani (cd. “digital divide intergenerazionale”), le donne non occupate o in particolari condizioni (cd. “digital divide di genere”), gli immigrati (cd. “digital divide linguistico-culturale”), le persone con disabilità, le persone detenute e in generale coloro che, essendo in possesso di bassi livelli di scolarizzazione e di istruzione, non sono in grado di utilizzare gli strumenti informatici.

    Alla fine di Gennaio l’ISTAT rilevava che in Italia il 25% delle famiglie è ancora “fuori” da internet. Persiste il gap tra Nord e Sud del paese e gli investimenti delle imprese in risorse per il digitale restano ancora scarsi ( solo 3 su 10 investono in tecnologie e competenze digitali).

    Le due principali variabili che maggiormente influiscono sull’evolversi del fenomeno sono il livello di diffusione e la qualità delle infrastrutture di rete, ed il livello medio di competenze necessarie all’utilizzo funzionale ed evoluto delle nuove tecnologie. Se da una parte la diffusione delle connessioni a banda larga, seppure ancora al di sotto della media europea, in Italia è notevolmente migliorato dal 2017, i dati relativi al livello di competenze - soprattutto quelle di base - dei cittadini, sono molto più critici evidenziando un forte divario tra le famiglie che è riconducibile soprattutto a fattori generazionali e culturali.

    Gli esiti negativi della stratificazione di queste disuguaglianze appaiono, paradossalmente, quanto più evidenti ed urgenti, proprio nel momento in cui l’emergenza socio-economica, indotta dall’emergenza sanitaria, produce un’accelerazione del digitale quale principale mezzo per ripensare a nuove forme di gestione della vita quotidiana e a nuovi modelli relazionali capaci di contrastare l’isolamento sociale.

    Lo stato delle cose e i dati sopracitati suggeriscono alcune riflessioni decisive nell’analisi del fenomeno e sulla relativa necessità che si mettano in campo delle politiche per contrastarlo.

    Rispetto alla prima delle variabili che incidono sulla possibilità di ridurrà il digital divide, ovvero la disponibilità di connessioni a banda larga per tutti, c’è da dire che al momento le norme europee ed italiane non garantiscono la copertura banda larga, ma solo la connessione base dial – up (che è collegata alla semplice presenza della linea telefonica, che è invece garantita). Agcom sta da tempo rivedendo il concetto di diritto universale in questa materia, valutando di inserire appunto anche la connessione banda larga. Ciò imporrebbe un obbligo di copertura da parte dell’operatore dominante (per noi Tim), sovvenzionato da un fondo comune tra gli operatori (ora usato per assicurare la copertura della linea telefonica universale).

    In un siffatto scenario, considerato non solo il valore strategico della rete dal punto di vista economico, per le sue possibili applicazioni, ma anche l’enorme potenziale positivo sullo sviluppo stesso della società e tenuto conto della velocità con cui le cose evolvono -soprattutto nel progresso spinto dal digitale - sembra quanto mai giustificato ed opportuno un intervento dello Stato che, come già fatto in passato, possa ovviare al fallimento del mercato, continuando ad investire nelle infrastrutture di rete necessarie a diffondere capillarmente le connessioni a banda larga e non solo, anche laddove il privato non ha convenienza ad investire. L’accesso con la connessa partecipazione al mondo digitale si configura ormai con tutte le peculiarità del bene pubblico che pertanto va garantito a tutti i cittadini.

    Per quanto riguarda l’altra variabile ancor più determinante per contrastare il divario digitale, che è la dimensione cognitiva, ovvero la maggiore o minore diffusione di competenze necessarie all’utilizzo delle nuove tecnologie, la riflessione anche qui, e a maggior ragione, non può prescindere dal reclamare una decisiva competenza dello Stato, ed un suo deciso intervento nel mettere in campo politiche attive di contrasto del fenomeno riconoscendole tra le proprie priorità.

    Nella letteratura in materia prevalgono due diverse tesi, su quale sarà il naturale processo evolutivo del fenomeno, ma che in realtà appaio piuttosto come i due esiti possibili della maggiore o minore capacità dello Stato di intervenire con politiche efficaci.

    In particolare, c’è la tesi cosiddetta della “normalizzazione” che sostiene la progressiva eliminazione del divario informatico, che andrà gradualmente a normalizzarsi sino ad esaurirsi totalmente, nella prospettiva di un progressivo livellamento delle competenze digitali, a c’è poi la tesi della “stratificazione” che invece opta per un crescente incremento delle disuguaglianze virtuali nate con la Rete, le quali, piuttosto che diminuire, sono destinate a protrarsi nel tempo con effetti sempre più discriminatori tra gli inclusi e gli esclusi.

    Verosimilmente si può sostenere che saranno le scelte politiche che si faranno per contrastare il fenomeno a determinare l’avverarsi dell’una o dell’altra tesi e che il discrimine rispetto all’emergere di uno di questi due scenari evolutivi sarà l’intervento o meno dello Stato. Ed è chiaro che, essendo quello della normalizzazione lo scenario più giustamente plausibile a cui tendere, tutto si gioca sulla capacità di investire nella crescita e nello sviluppo delle competenze.

    In fondo il digital divide come ogni situazione di disuguaglianza va affrontata rimuovendo gli ostacoli all’accesso, tra questi il principale, anche in questo scenario virtuale, resta la mancanza di conoscenza.

    Investire in maniera importante sulle competenze e quindi sulla formazione è pertanto essenziale, a partire dalla scuola primaria e dalle conoscenze di base, ma agendo anche sulla riqualificazione professionale di dipendenti pubblici e privati, oltre che sull’alta formazione necessaria ad offrire quegli skills necessari alle imprese per investire nel digitale.

    In conclusione il contrasto al digital divide, per tutte le implicazioni che si porta dietro in termini di tutela dei diritti di accesso e inclusione oltre che di potenzialità economiche e sociali inespresse,  deve rappresentare una priorità fondamentale dell’agenda politica nazionale, ma ad oggi non pare sia esattamente così, viste le risorse messe in campo negli ultimi anni. Probabilmente sarà proprio lo stato di emergenza in cui siamo, facendo da termometro al livello di alterazione in cui l’Italia si trova rispetto al resto dell’Europa, che imporrà necessariamente tra le terapie di “cura” per l’Italia anche il contrasto deciso alle nuove disuguaglianze digitali.

  • Se il revenge porn sbarca su Telegram

    di Francesca Mercanti

    Oggi Wired ha pubblicato un'inchiesta  che racconta di come Telegram sia diventato un canale enorme per la diffusione e scambio di materiale “revenge porn” come anche materiale pedo pornografico.

    I dati a cui fa riferimento l'articolo sono agghiaccianti: “43mila iscritti in due mesi, 21 canali tematici collegati e un volume di conversazioni che si aggira sui 30mila messaggi ogni giorno”.

    Quello dei gruppi che hanno per tema lo stupro virtuale di donne, ragazze e bambine (sconosciute e non) a cui viene rubata e violata l'identità e la privacy e di conseguenza la propria vita per sempre, non è un fenomeno isolato e non riguarda poche decine di persone abbiette ma è una dimostrazione di come la cultura dello stupro sia al contrario ben radicata nella nostra società.

    Padri, fratelli, fidanzati, mariti, ex, tutta la categoria del genere maschile è partecipe in modo trasversale con un unico fine: quello di rivendicare il proprio potere sui corpi e le vite delle donne, negando loro dignità e libertà.

    Come viene ricordato nell'articolo, “dallo scorso mese di luglio, l’Italia si è dotata di una legge per contrastare il fenomeno del revenge porn, che prevede una reclusione fino a 6 anni e multe da 5mila a 15mila euro. Uno strumento giuridico prezioso, che riconosce finalmente la necessità di tutelare le vittime di violenza su internet e che alcune delle donne raccontate in questo articolo potranno utilizzare per ottenere giustizia. Le loro vite, quelle no, probabilmente non torneranno mai più quella di un tempo: la battaglia culturale, da questo punto di vista, è appena iniziata”.

    La battaglia culturale va portata avanti attraverso l'impegno della scuola, delle istituzioni e dei media per poter scardinare i meccanismi che continuano a diffondere la cultura dello stupro in tutti i settori della nostra società a partire dalla famiglia.

    Ma noi donne cosa possiamo fare nel nostro piccolo?

    Non dobbiamo aver paura di denunciare se ci troviamo coinvolte. Non dobbiamo pensare di essere sole poiché abbiamo una legge che ci tutela, non dobbiamo pensare che sia impossibile cambiare dei modelli culturali  che sono aberranti.

    E infine dobbiamo ribellarci: ribellarci a chi minimizza, ribellarci a chi ci dice di farci una risata, ribellarci a coloro che continuano a rimanere indifferenti a quello che altro non è che un invito alla violenza di gruppo.

  • Donne, informal carework e coronavirus

    di Silvia Melia

    L’emergenza della diffusione del coronavirus sta influenzando profondamente ogni aspetto della vita di ciascuno di noi. Per fronteggiarlo sono state infatti introdotte misure rigide di comportamento e di buon senso civico sicuramente necessarie affinché se ne limiti il contagio. Al di là delle implicazioni strettamente individuali, l’economia è uno dei settori maggiormente colpiti che darà conseguenze a lungo termine e che determinerà scelte difficili per la politica italiana non appena, ci auguriamo, tutto questo sarà finito. Occorre in questa fase focalizzare e tentare di arginare gli effetti che questa emergenza sta producendo fin dal principio della sua comparsa. Ad esempio valutare lo stato della gestione dell’informal carework ovvero la serie di attività di supporto alle persone non autosufficienti assolto da genitori, parenti, amici, tuttavia assente come indicatore di produzione nell’economia globale.

    Giovanna Badalassi spiega che «il capitalismo considera solo una parte delle attività umane, quelle della produzione e dunque retribuite nel “PIL”, e ignora invece tutte quelle attività di riproduzione sociale legate al benessere delle persone, [...] creando quindi un’incapacità del sistema di vedere una parte fondamentale della nostra vita anche dal punto di vista economico». Il lavoro di cura è di fatto una realtà sociale necessaria al benessere comune, che produce valore economico ma che non viene conteggiata nella produzione globale di uno Stato poiché non retribuito. È altresì vero che la maggior parte di questo lavoro viene svolto dalle donne a seguito di un’evoluzione economica che ha progressivamente legato il genere femminile alla riproduzione sociale dello Stato, la quale comprende anche le attività relative alla cura delle persone non autosufficienti. Il lavoro di cura non retribuito è dunque diventato appannaggio della categoria femminile sulla base di una giustificazione quasi biologica: le donne sembrano essere, secondo tale visione, più adatte all’assolvimento di queste attività per una serie di caratteristiche ascrivibili al loro genere, fra tutte la capacità della gestione domestica.

    In un sistema economico fragile come quello italiano che di per sé non incentiva la parità di genere nella gestione dell’informal carework, al presentarsi di un’emergenza sanitaria come quella del coronavirus che ha determinato la chiusura di scuole e asili e il venir meno di servizi essenziali all’espletamento di questo tipo di cura, le donne sono maggiormente penalizzate nel loro lavoro fuori casa, le prime a dovervi spesso rinunciare. Questo è un grave problema che colpisce oltre il dato economico soprattutto i progressi che si tentano di fare in direzione della parità fra uomini e donne. La questione scava dunque nei meandri della cultura sociale che ad oggi fatica a scardinare alcuni dogmi ormai rivelatisi obsoleti nelle società contemporanee. Il ruolo della donna, a fronte di numerose battaglie e rivendicazioni, è infatti completamente cambiato rispetto a qualche decennio fa e anche le valutazioni che si fanno su quelle che si ritengono essere caratteristiche confacenti a un genere piuttosto che a un altro hanno ormai perso di validità. Ancora oggi in Italia si ritiene che lavorare e formare una famiglia sia per le donne difficilmente conciliabile. Ma è anche vero che la ricchezza prodotta dalle stesse è pari al 41,6% del PIL e che sono le donne ad aver svolto 50 miliardi e 694 milioni su 71 miliardi e 353 milioni (ovvero il 71%) di ore di lavoro non retribuito per attività domestiche, cura di bambini, adulti e anziani della famiglia, volontariato, aiuti informali e spostamenti legati allo svolgimento di tali attività (Istat, 2014). Percentuali molto significative che rendono chiara la disparità nella gestione dell’informal carework e la consapevolezza che tanto si debba ancora fare per dare supporto al lavoro femminile.

    Apportare delle modifiche alla situazione attuale tocca senza ombra di dubbio alla politica la quale, ancora prima dell’esplosione di una pandemia come quella da coronavirus, avrebbe dovuto e in questo caso dovrà in futuro mettere in atto misure che favoriscano maggiore uguaglianza in questo settore, conciliando il lavoro di produzione e di riproduzione tanto per gli uomini quanto per le donne. Dando impulso a servizi sociali che consentano di ridistribuire le ore lavorate fuori casa e quelle relative alla cura delle persone care, si risponderebbe positivamente alle necessità delle donne lavoratrici senza che il loro senso di responsabilità gravi in maniera maggiore sulla propria affermazione sociale e lavorativa in tempi di emergenza come quelli attuali. Una politica lungimirante e intenta a eliminare le disuguaglianze dovrebbe incrementare il numero di posti negli asili nido, fornire maggiore assistenza agli anziani, fare in modo che le donne possano lavorare di più e meglio, anche dal punto di vista contrattuale e retributivo. Investire nel sociale e nelle scelte economiche direttamente influenti sulla condizione femminile porterebbe, come visto, a un incremento del PIL nazionale e al miglioramento delle condizioni sociali di ciascuno nel nome della sostenibilità e dell’inclusività.

    La stessa Badalassi ci invita dunque a riflettere sulla questione promuovendo misure di cambiamento a emergenza finita. Rifacendosi alle argomentazioni dell’economia femminista, sollecita infatti un’azione decisa che possa «valorizzare le capacità delle donne [...] migliorare l’azione degli Stati e gli strumenti di politica pubblica per impedire alle logiche distorte del mercato di sterminarci tutti, che se non stiamo attenti un giorno di questi sono capaci di riuscirci veramente». Non possiamo che accogliere queste proposte e pretendere una politica di vera responsabilità per porre fine a una forma di esclusione nei confronti delle donne che ha avuto modo di perpetrarsi finora, durante e ben prima della diffusione del coronavirus.

  • Le donne e lo smart working: il sondaggio di Lean In

    di Diana Severati

    Nell'ormai lontano 2014 ad un aperitivo degli Alumni AIESEC a Roma, momento in cui si incontrano diverse generazioni di persone che hanno fatto l'esperienza di AIESEC ai tempi dell'università, ho conosciuto Laura Dell'Aquila, che in quell'occasione ha parlato alle donne presenti della sua idea di fondare in Italia un circolo Lean In, di cui ora sono socia.

    Cos'è Lean In? È un'organizzazione no-profit fondata negli USA nel 2013 da Sheryl Sandberg, direttore operativo di Facebook, nominata dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti al mondo. In seguito al grande successo del suo TEDTalk 2010 intitolato Why we have too few women leaders, Sheryl Sandberg ha deciso di scrivere un libro, Lean In: women, work and the will to lead, dove condivide le sue storie personali, utilizza ricerche universitarie per far luce sulle differenze di genere e offre consigli pratici per aiutare le donne a raggiungere i loro obiettivi. Lean In ha l'obiettivo di studiare le cause del lento progresso delle donne verso ruoli di leadership,di trovare soluzioni per aiutarle a realizzare pienamente il loro potenziale, superando le ambiguità e i pregiudizi che circondano le vite e le scelte delle donne che lavorano, e di promuovere l'attuazione dei principi di parità, di uguaglianza e di non discriminazione nel lavoro e nella vita. La struttura del network è costituita dai circoli, di varie dimensioni, e dai chapter, raggruppamenti di più circoli che hanno una matrice comune (ad esempio: un’area geografica, una grande società, oppure un’università). In Italia sono presenti il chapter Lean In Italy che mette in rete, oltre a Lean In Rome e Lean In Milan altri tre circoli italiani di piccole dimensioni. Lean in partecipa alla rete Inclusione Donna.

    Ai tempi del Covid-19 non essendo possibile incontrarsi di persona gli incontri proseguono online.

    Nell'ultimo incontro, svoltosi domenica 22 Marzo si è parlato di smart working, partendo da sondaggio su un panel di socie Lean In, del quale ho fatto parte dedicato ai cambiamenti delle modalità di lavoro a seguito dell'epidemia da Coronavirus, per poi condividere a turno la propria esperienza con lo smart working.

    Dal sondaggio è emerso che 75% delle donne intervistate svolge lavoro dipendente. Il 90% del nostro campione ha conservato il posto di lavoro o l'attività nonostante le misure restrittive, anche se il 15% delle intervistate ha subito una riduzione dello stipendio o del fatturato. Solo il 15% lavorava da casa almeno un giorno a settimana e il Covid-19 ha portato una rivoluzione nella vita di molte. Dall'inizio di marzo infatti il 70% lavora da casa e il 50% ha dichiarato che è stato facile adattarsi.

    Per quanto concerne l'orario di lavoro il 37,8% delle intervistate l'orario di lavoro è cambiato, per il 36,5&% no mentre per il restante 25,7% il parametro orario non è applicabile. Si legge spesso in questi giorni che le donne in smart working lavorano di più: il 50% del campione dichiara di no contro il 24,3% che dichiara di lavorare di più. Passando all'impiego del tempo liberato dal percorso casa ufficio, il 53% dichiara di utilizzarlo per se stessa, il 21% per lavoro di cura e il 26% dichiara nessuna variazione.

    La presenza dei familiari in casa risulta avere un impatto positivo per il 59,5%, non applicabile per il 32,4% e negativo solo per l'8,6%. Sono emersi i seguenti aspetti positivi del lavoro da casa: autonomia, orario flessibile, più efficienza nel lavoro, gestione del tempo, imparare competenze digitali, migliore alimentazione, meno stress, più tempo libero per se stesse e per gli affetti, migliore conciliazione lavoro-famiglia, meno spese per il tragitto casa-lavoro, è un "salvagente" per mantenere il lavoro.

    Per quanto riguarda invece gli aspetti negativi, sono emersi i seguenti: alcune attività non possono essere digitalizzate, il lavoro è meno fluido, sensazione di isolamento fisico, difficoltà di gestire i tempi casa-familiari-lavoro, sembra di lavorare senza limiti di orario, minore qualità della comunicazione/interazione, collegamenti alla rete e sistemi IT da migliorare, spazi per lavorare più ristretti e con meno privacy, la stranezza di mostrare il volto professionale ai familiari, si tende a non curare il proprio al look. Infine, più in generale e non solo con riferimento allo smart working, tra le abitudini che più mancano in questo periodo di quarantena spiccano la vira sociale, le relazioni con i colleghi, la libertà di movimento, la possibilità di visitare i propri cari e l'attività fisica e culturale.

  • Smart working: da opportunità a diritto

    Forum smart working

     

    di Lucia Ghebreghiorges

    Con l’emergenza Coronavirus, il lavoro agile, il cosiddetto smart working, sta ottenendo una centralità senza precedenti nel nostro Paese. L’epidemia, tra incognite e precauzioni, ci induce a cambiare regole e abitudini quotidiane dalle quali il mondo del lavoro non resta di certo immune. Se da un lato siamo chiamati a fronteggiare una crisi durissima, che vede già in grave difficoltà molte imprese e lavoratori autonomi, dall’altro, guardando la terribile situazione con uno sguardo anche fiducioso al futuro, stiamo assistendo a prove generali di lavoro agile.
    Alcune semplificazioni disciplinate con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (n. 6/2020), quali l’esenzione dagli accordi individuali e l’autorizzazione della trasmissione telematica dell’informativa sui rischi specifici, hanno infatti esteso la possibilità di utilizzo dello smart working previsto dalla L. 81/2017, relativa al lavoro autonomo, che contiene una disciplina dettagliata del lavoro agile e dei suoi elementi costitutivi.

    Sicuramente la legge del 2017 ha aiutato a promuovere anche in Italia l’idea del lavoro agile, tanto che i dati dell’Osservatorio dello Smart working della School of Management del Politecnico di Milano, relativi al 2019, indicano che questo strumento viene utilizzato dal 58 % delle grandi imprese, mentre tra le piccole e medie imprese, nonostante un aumento della diffusione tra progetti strutturati e informali ( passati dall’8% del 2018 al 12% quelli strutturati e dal 16% al 18% quelli informali), è aumentata la percentuale di imprese disinteressate al tema (dal 38% al 51%). Ci si augura che l’emergenza cambi questo ultimo dato facendo dell’esperienza virtù, ma già questi numeri inducono ad una riflessione in merito alla necessità di promuovere in maniera più massiccia una cultura del lavoro flessibile nel nostro Paese e contrastare resistenze che non sono solo di tipo organizzativo, ma anche culturali, non permettono un’estensione dei possibili fruitori.

    Il concetto di lavoro agile infatti ancora oggi in molti casi viene interpretato come telelavoro, mentre in realtà è una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall'assenza di vincoli orari o spaziali e un'organizzazione per fasi, cicli e obiettivi stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro. Si tratta di una modalità che aiuta il lavoratore a conciliare i tempi di vita e lavoro ed è potenzialmente praticabile in una gamma amplissima di mansioni. In molti casi però si fa fatica a passare da una logica di lavoro basata sul controllo a vista del dipendente piuttosto che sul raggiungimento di obiettivi.
    Sarebbe interessante guardare all’esperienza di Paesi che per primi hanno adottato misure di lavoro agile, al fine di ampliare il nostro concetto di lavoro agile.

    La Gran Bretagna, pioniera del lavoro flessibile con la Flexible Working Regulation, dà ad esempio il diritto alle persone di richiedere forme di lavoro flessibile (dal telelavoro al partime, ad una flessibilità di orario fino ad arrivare allo job sharing) dopo un certo periodo di lavoro nella stessa azienda. Il datore di lavoro può accogliere la richiesta o rifiutarla, ma solo motivando il diniego, che è poi possibile contestare. Modello seguito anche dall’Olanda che punta in particolare sulla riduzione delle ore di lavoro e che tuttavia non riguarda le aziende con meno di 10 dipendenti. In entrambi i casi è interessante la prospettiva di prevedere il lavoro flessibile come una richiesta legittima del lavoratore.
    L’auspicio è che anche in Italia, facendo tesoro dell’esperienza “forzata” dell’emergenza Coronavirus, si possa trovare lo spazio per immaginare interventi che mettano al centro le moderne esigenze di flessibilità dei lavoratori del terzo millennio e far sì che la flessibilità da opportunità diventi finalmente un diritto.

  • Tutti i dubbi di una mentore (che fa politica)

    di Francesca Mercanti*

    In questo fine settimana si sarebbe dovuto tenere l'evento conclusivo della scuola di politica "Prime Donne" organizzata da Più Europa, a cui ho partecipato in veste di mentore. Quando mi fu chiesto di dare la mia disponibilità ammetto di aver avuto qualche dubbio. In cosa avrei potuto essere utile? Quali consigli avrei potuto dare a una donna, giovane o meno, che si fosse avvicinata per la prima volta alla politica? E soprattutto: serviva una scuola e serviva un mentore?

    Senza essere riuscita a darmi delle risposte ho accettato e, dopo aver conosciuto le due studentesse, ho iniziato anche io a frequentare qualche lezione per genuino interesse perché il format proponeva dei seminari sui vari aspetti legati alla partecipazione politica come il fundraising, il personal branding oltre che a testimonianze di giornaliste e professioniste.
    Però il dubbio di poter essere una mentore utile mi è rimasto.

    Se guardo come è nato il mio impegno in politica vedo una strada tortuosa fatta di fallimenti, qualche piccolo successo, una grande fatica, una rabbia interiore e una frustrazione che solo negli ultimi anni sono riuscita a canalizzare in modo razionale e ad utilizzare in modo costruttivo. Alla base ovviamente c'è la passione per la politica e le sue strategie, un background di studi politici e internazionali e un viscerale impegno per la costruzione di un'Europa unita, un credo questo che è poi la base di partenza di tutto quello che viene dopo: il partito, le elezioni, i territori, l'organizzazione di una struttura e la sua declinazione a tutti i livelli da quello locale a quello internazionale. È talmente tanta la passione che non mi accorgo dei fine settimana impegnati in riunioni e convegni, il tempo libero passato in sostanza a lavorare, famiglia, amici e compagno spesso trascurati e spesso incapaci di comprendere la ragione di tanta fatica.

    Ma c'è anche l'ambizione, l'ebrezza delle sfide, la competizione e la voglia di mettere in campo le proprie capacità e le proprie competenze. E qui si arriva al punto. Perché sono proprio le parole ambizione, capacità, competenze e sfide che si trasformano in un disvalore se riferite alle donne. Le competenze e le capacità di una donna sono costantemente messe in esame, i suoi fallimenti possono segnare la fine di una carriera, persino il modo in cui si veste e il modo in cui si pone viene analizzato sotto una lente di ingrandimento.
    Per anni ho ascoltato discorsi mediocri, in alcuni casi in un linguaggio al limite dell'analfabetismo, di politici, assessori, consiglieri e parlamentari, ed è stato forse questo che mi ha spinto a buttarmi nella mischia e a far nascere in me l'ambizione (esatto, sì AMBIZIONE) di poter contribuire con le MIE competenze e le MIE capacità alla creazione di un modo nuovo di fare politica, più moderno, più europeo e certamente senza diseguaglianze di genere. Ecco perché non ho mai smesso di definirmi femminista anche laddove questo aggettivo creava paranoie e fastidio. Mi sono messa in gioco con tutti i rischi che questo pone, il primo dei quali proprio il fallimento e il senso di frustrazione che ne consegue. Ma le sconfitte e i fallimenti servono, così come serve anche la rabbia che deve essere trasformata in uno strumento costruttivo.

    Sicuramente qualche lezione di autoconsapevolezza in tutto questo percorso mi sarebbe stata utile. Per cui ben venga una scuola di formazione che dia una panoramica di tutti gli aspetti legati all'impegno politico e che porti le testimonianze delle tantissime donne che ogni giorno portano il loro contributo in termini di professionalità e personalità al mondo del lavoro e della politica e che metta in contatto chi si avvicina per la prima volta alla politica con chi già da anni c'è dentro in un modo o nell'altro.
    Per quanto mi riguarda non so ancora se definirmi una mentore, tuttavia spero che la mia piccola testimonianza possa essere utile a tutte le donne che sono affascinate dalla politica e a tutte loro vorrei dire: non abbiate paura della vostra ambizione, della competizione e della sconfitta, non abbiate paura a mettere delle priorità nella vostra vita anche a costo di fare scelte che molti criticheranno. Non abbiate paura di demolire quel muro di cemento che è il contesto culturale maschilista in cui viviamo dalla nascita. Infine siate sempre consapevoli che prima di essere femmine siete persone e ogni persona ha il diritto di costruire il proprio percorso professionale e di vita in assoluta libertà e secondo le sue aspirazioni.

    *Direzione Più Europa

  • published Il corpo libero delle donne in Un altro genere di politica 2022-01-18 14:25:49 +0100

    Il corpo libero delle donne

    di Nicole Rubano

    Con apparente facilità, si può inserire, tra i dibattiti femministi contemporanei, il tema della libertà di scelta di una donna di cosa fare del proprio corpo. Postare una foto in bikini sui social network, essere una modella, essere un’influencer, e, poi, fare la sex worker. Esporre il proprio corpo è considerata una scelta di autoaffermazione, emancipazione, in cui la donna ha potere decisionale sulle modalità in cui esercitare una delle attività citate. Un corpo a servizio dell’industria fashion e beauty, un corpo come strumento di vendita promozionale sulle piattaforme digitali, un corpo da destinare al sex trade. 

    Eppure, le controversie legate al corpo libero della donna sono ancora vive. Dagli anni ’50 in poi, ci sono state decadi di perbenismo alternate alla liberalizzazione sessuale dei ‘70 e alla trasgressione dei ’90. Così, è ancora difficile stabilire la linea sottile tra potere e vulnerabilità del corpo femminile. Poi, ancora più ambiguo è il contesto in cui a corpo femminile si aggiunge il tabù del sesso, tutt’ora pesante in paesi con forti influenze culturali religiose, tra cui l’Italia.

    Approfondire questo punto è, ancora oggi, essenziale. Sebbene si pensi che un aggiornamento delle normative in vigore sia in grado di rimuovere lo stigma e le critiche morali e sociali verso il lavoro sessuale, è in realtà un dibattito sul potere e la vulnerabilità delle donne il punto di partenza da cui riformare il modo di percepire il sex work.

    Secondo la filosofa e attivista Iris Marion Young, le sex workers sono indistintamente vulnerabili. Tanto nei paesi sviluppati quanto sottosviluppati, tanto negli stati con modelli regolamentaristi della prostituzione quanto negli stati abolizionisti e proibizionisti. Si tratta, infatti, di una vulnerabilità di genere di tipo strutturale. 

    Nel sex trade, “la costruzione genderdizzata della sessualità crea significati intorno ai servizi scambiati e determina come gli individui sono in grado di partecipare nello scambio”. Così, la struttura dell’industria sessuale globale diventa lo specchio di come donne e uomini sono percepiti in base ai pregiudizi di genere. Stereotipi di eteronormatività, desideri e aspettative nei rapporti sessuali si riversano nell’organizzazione dell’industria sessuale ristabilendo dinamiche di potere a vantaggio esclusivo degli uomini. Ne deriva, quindi, dal lato delle donne che intendono emanciparsi tramite il lavoro sessuale, una vulnerabilità contrattuale, sociale e politica smisurata.

    Lo dicono i numeri. In proporzione:

    • la grande maggioranza delle persone che offrono servizi sessuali sono donne e ragazze
    • la grande maggioranza delle persone che comprano servizi sessuali sono uomini
    • la grande maggioranza delle persone che gestiscono i servizi sessuali (trasporto di sex workers, organizzazione di infrastrutture per il sex trade) sono uomini

    A ciò, si aggiungono le condizioni di lavoro in cui, fatta eccezione per le alte remunerazioni di escort di lusso e call-girls, il beneficio di essere pagate non è comparabile al costo di esercitare una professione senza garanzie assicurative e con il rischio di subire abusi e punizioni fisiche. Invece, ciò non avviene per chi si occupa del sex trade, a cui spettano alti profitti, a prescindere dalla legalità o illegalità del servizio.

    In altre parole, l’industria globale del sesso premia chi gestisce il servizio – principalmente uomini – anziché chi lo offre – principalmente donne –, nonostante ci siano casi in cui l’attività sia regolamentata e nonostante l’attività sia stata liberamente scelta dalla donna come fonte di guadagno.

    Le “donne come gruppo”, sottolinea Young, sono svantaggiate a causa dello stereotipo sessuale per cui la donna dà piacere all’uomo, come propinato da anni dalla pubblicità, la pornografia, l’intrattenimento sui media.

    A ciò, la soluzione è, dunque, la decriminalizzazione e regolamentazione del sex work. La tutela delle sexworker, il monitoraggio e miglioramento delle condizioni di lavoro, la possibilità di rappresentare in politica le istanze legate alla professione attraverso sindacati e lobby, la riduzione della gestione illegale del sex trade sono aspetti che solo un modello regolamentarista può offrire. In aggiunta, però, per ridurre lo stigma legato al lavoro sessuale, è importante anche che la regolamentazione includa delle misure sensibili alla posizione di vulnerabilità delle donne.

    Bisogna riconoscere, infatti, che per quanto allettante sia l’idea di emancipare una donna sex worker con leggi progressiste e anti-moraliste, è altrettanto importante risolvere le disuguaglianze di genere che, globalmente, strutturano questo settore.

    Come riorganizzare il sex trade con criteri di parità di genere?

    Questa è la vera sfida di emancipazione sul tema del sex work, su cui poi costruire una regolamentazione. Fermarsi al tema di rendere la donna libera di essere una sex worker non è abbastanza, né moralmente né politicamente. Le donne, tutte, meritano più di un dibattito monco e cieco sulla libertà.

    Tratto dalla raccolta Gender and Global Justice di Alison M. Jaggar (2014)

  • published Quanto fa paura Greta? in Un altro genere di politica 2022-01-18 14:25:08 +0100

    Quanto fa paura Greta?

    di Marina Rallo

    Quanto deve fare paura.

    Quanto deve essere terrorizzante una ragazza che si batte per ciò che è importante. Quanto deve essere intimidatoria la voce di una ragazza che non ha paura di stare in silenzio e che raccoglie le voci di giovani come lei.

    Deve fare così tanta paura che l’azienda petrolifera X-Site ha deciso di distribuire ai propri dipendenti degli adesivi che ritraggono Greta Thunberg nell’atto di essere stuprata.

    La storia ha costruito per la società una mascolinità tossica, portando spesso ad usare (praticamente e mediaticamente) il sesso non come piacere condiviso ma come manifestazione di potere: trasformando l’atto sessuale in violenza, trasformando il sesso in stupro. Così, quando donne e ragazze fanno sentire la propria voce e cambiano le cose, lo stupro diviene l’unico mezzo per riacquisire il controllo.

    Lo stupro diventa arma di dominio, massima espressione della forza fisica, mezzo per ritrovare l’equilibrio quando questa mascolinità tossica viene messa in pericolo.

    Se non ti pieghi, se non taci, se vai avanti nonostante tutto te la sei cercata. È questo il messaggio che l’impresa ha voluto mandare: se ti esponi e lotti, significa che sei pronta ad esporti e ad essere massacrata dal branco. Perché la risposta di chi non ha contenuti è la violenza fisica. L’attacco di chi non riesce a controbattere è l’aggressione. L’offensiva di chi si sente rifiutato nel proprio machismo è lo stupro.

    Non importa se la ragazza in questione sia anche minorenne, non importa se l’attacco provenga da persone adulte e molto esposte nella società. Quando quegli uomini che sono ancora vittime degli stereotipi di genere, si sentono attaccati e rifiutati, rispondono con ciò che per loro rappresenta la massima espressione della loro “virilità” ovvero l’attacco fisico, peggio, sessuale; quando le donne, ancora vittime delle gabbie mentali che la società ha costruito loro, vedono un’altra donna rifiutare i ruoli che le sono stati imposti, sentenziano con “se l’è cercata”.

    E allora, cara Greta, grazie. Grazie da parte di tutte le donne e di tutte le ragazze che ancora si sentono assoggettate, intimorite da queste logiche di potere. Grazie perché stai facendo bene. Perché le manifestazioni di potere si hanno quando più ci si sente intimiditi, le logiche del controllo fisico si manifestano quando più ci si sente spaventati. Grazie Greta di fare paura, noi siamo con te.

  • Le donne in penombra della scienza

    di Ilaria Donatio

    Concetta, Maria Rosaria, Francesca.

    Così, con il solo nome di battesimo, sono finite in prima pagina, esattamente un mese fa, le ricercatrici dello Spallanzani che hanno isolato il Coronavirus. Non contenti, i titolisti le hanno definite anche “angeli della ricerca”: formula rassicurante che ricorda il più tradizionale “angelo del focolare”, formula utilizzata sempre con riferimento a una donna, possibilmente mamma e moglie. Se al loro posto ci fossero stati tre uomini, scommettiamo, il cognome non sarebbe scomparso: Maria Rosaria Capobianchi, Concetta Castilletti e Francesca Colavita.

    Nulla di nuovo, purtroppo, nonostante l’anno di grazia 2020.

    La storia di molte scoperte che hanno rivoluzionato la medicina e la ricerca è una storia di donne che restano dietro le quinte e di uomini che si prendono il merito e le luci della ribalta.

    È successo nel caso della prima cura antibiotica per la tubercolosi, con la scoperta della streptomicina per mano di Elizabeth Jane Bugie (1920-2001). Peccato che la Bugie lavorasse con il professore Selman Waksman, che si prese il merito della scoperta e fu premiato con il Nobel nel 1952. Waksman sostenne che da lì a poco la sua “collaboratrice si sarebbe sposata” e che per questa ragione era inutile includerla nel paper ufficiale.

    Come se non bastasse, si deve a un team - quasi del tutto al femminile - lo sviluppo della metà degli antibiotici comunemente usati oggi: ma i loro nomi sono conosciuti esclusivamente da addetti ai lavori. Sono Doris Irasimus Jones Ralston, Vivian Rosenfeld Schatz, Hilda Christine Reilly, Elizabeth Schwebel Horning e Dorris Jeanette Hutchinson.

    La stessa storia della penicillina - il primo antibiotico al mondo che, a partire dalla seconda guerra mondiale, salverà milioni di persone - si intreccia a quella della disparità di genere. Nel 1945, come ricostruisce la rivista Micron, l’Accademia di Stoccolma premiò il medico e biologo britannico Alexander Fleming con il Nobel per la Medicina. Insieme a lui furono insigni del Nobel anche due altri  uomini: il biochimico tedesco Ernst Boris Chain e l’anatomopatologo australiano Howard Walter Florey. Sono loro, infatti, che riuscirono a isolare a eseguire i primi test in vivo e poi i trial clinici sugli uomini.

    Ma la penicillina di Fleming aveva una resa bassa e instabile e dopo poco venne abbandonata: l’obiettivo era trovare il modo di produrre più penicillina possibile e più velocemente per ridurre le perdite di vite umane causate dal secondo conflitto mondiale.

    E a dare una svolta al processo produttivo, ancora una volta, pare sia stata proprio una donna di cui, tanto per cambiare, si sa molto poco: Mary K. Hunt, nata nel 1910 e cresciuta a Chicago, aveva studiato batteriologia e quando venne assunta nel laboratorio del NRRL, sarebbe stata incaricata di girare per i mercati in cerca di prodotti ortofrutticoli andati a male per trovare una muffa capace di produrre penicillina in abbondanza.

    A quanto pare Mary riuscì benissimo nel suo compito: trovò un cantalupo - una varietà di melone dalla superficie ruvida e la polpa giallo-arancio  - che presentava una bella muffa dorata, la muffa che tutti stavano cercando, il fungo Penicillium chrysogenum. A partire proprio da quella scoperta del cantalupo scovato da Mary K. Hunt, iniziò la produzione del farmaco su scala industriale. Ma per quel formidabile lavoro, la donna ricevette solo un timido ringraziamento, tra gli altri, in coda a un articolo pubblicato nel 1944. Niente di più.

    Ricostruire il contributo delle donne nella medicina e nelle scienze del passato è difficile: molte figure femminili non lasciarono alcuna traccia del loro lavoro, spesso considerato inopportuno, scomodo o pericoloso per lo status quo maschile.

    Eppure, nel mondo islamico, una delle culture antiche più patriarcali, le donne medico frequentavano regolarmente, accanto ai loro colleghi uomini, la Scuola di Baghdad. Ma sapete dove si narra della loro esistenza? No, non nelle cronache occidentali. Ma nei racconti de “Le mille e una notte”, la raccolta di novelle che narra - a partire dal 900 d.C. - di principi e imprese, di amori e stregonerie, di geni prigionieri di una lampada e di califfi.

    E di donne medico che ancora, nel ventunesimo secolo, faticano ad avere il posto che meritano nella storia.

  • La medicina su misura (delle donne) è il futuro

    di Ilaria Donatio

    Le donne soffrono di depressione da 2 a 3 volte più degli uomini. Lo documenta il settimo Libro Bianco dell’Osservatorio nazionale per la salute della donna e di genere.

    Le malattie cardiovascolari, poi, colpiscono di più il genere maschile (4,9 vs 3,5%), ma rappresentano la prima causa di morte delle donne (48 vs 38%). E anche per i fattori di rischio, la situazione è diseguale: se è vero che le donne fumano in media meno degli uomini (14,9 vs 24,8%), è vero anche che a loro basta fumare un terzo delle sigarette dell’uomo per avere lo stesso rischio cardiovascolare.

    Per tutti questi motivi, il futuro in medicina è attrezzarsi per fornire una risposta sempre più personalizzata e “su misura” ai nostri bisogni terapeutici: integrando medicina di genere - o meglio, genere-specifica - e medicina di precisione

    Una strada ancora lunga che, in particolare in oncologia, sta già ottenendo risultati importanti. Da pochi mesi, in Italia, abbiamo il primo Ospedale a offrire percorsi specifici e una presa in carico della donna, in ogni fascia di età (11-18; 19-50;45/50-65; over 65): è il milanese Macedonio Melloni.

    Uno dei modelli a cui si ispira, è stato pienamente realizzato dal Brigham and Women Hospital di Boston, al cui interno opera un centro della salute della donna con 17 diversi dipartimenti. Per esempio al Melloni esiste la Mother Baby Unit, unità di degenza ospedaliera pensata per far fonte alla depressione perinatale che colpisce il 12% delle donne in attesa e delle neomamme. Un aiuto fondamentale per tantissime donne in difficoltà che spesso non sanno a chi chiedere aiuto, con conseguenze disastrose.

    Ecco perché questo approccio è l’unico davvero rivoluzionario rispetto alle diseguaglianze di salute, che esistono e sono quasi sempre legate ad altre disuguaglianze: sociali, psicologiche, economiche e politiche. Potervi contare può fare la differenza e salvarci la vita.

    Questo il numero verde della Regione Lombardia per accedere a tutti i servizi: 800 638 638.

  • Un congedo parentale gender-neutral

    Di Antonino Barbera Mazzola, Giorgio La Rosa e Benedetta Dentamaro (Più Europa Bruxelles in Europa)

     

    La cura della famiglia in Italia ricade tuttora sulle donne: il divario tra madri e padri occupati è del 28%, il secondo peggiore in Europa.

    Se vogliamo che le nostre figlie e i nostri figli possano beneficiare di un ascensore sociale che non resti bloccato al piano terra, è necessario battersi per un congedo parentale uniforme e che prescinda dal genere. Con particolare riguardo all’esperienza paterna e alla revisione del congedo di paternità prevista dalla direttiva UE 2019/1158 del 20 giugno 2019, che dovrà essere recepita quanto prima e non oltre il 2 agosto 2022.

    Oggi il congedo di paternità è obbligatorio per soli cinque giorni, entro il quinto mese di vita del figlio. Un congedo gender-neutral produrrebbe l’effetto diretto di ridurre le disuguaglianze nel mercato del lavoro, attraverso l’assottigliamento del gap retributivo e pensionistico tra uomo e donna. La scelta tra carriera e famiglia rimane un fattore determinante che porta molte donne a escludere certe opportunità di carriera. Prova ne sia che le donne italiane manager o imprenditrici sono ben al di sotto del 30% del totale. Inoltre, il congedo gender-neutral avrebbe l’effetto indiretto di valorizzare il lavoro casalingo. Quest’ultimo ad oggi è spesso non retribuito, e svolto per la grande maggioranza da donne – un record negativo per l’Italia in Europa.

    Il nostro orizzonte è quello di tutelare la genitorialità in quanto attività benefica per i bambini: quindi indipendentemente da chi la eserciti. Per questo la legge dovrà regolare in maniera paritaria anche il congedo parentale per le coppie dello stesso sesso. Inoltre, sarà necessaria una valutazione d'impatto sulle famiglie monoparentali per potere venire incontro anche alle loro esigenze.

    Questa proposta è complementare a un contrasto efficiente del fenomeno delle cosiddette "dimissioni in bianco" e a politiche per l'equa rappresentanza dei generi a livello apicale presso enti, aziende e istituzioni. In aggiunta, stimolerebbe un ripensamento dei luoghi di lavoro in chiave di conciliazione con la cura dei figli, per esempio adattando gli orari di apertura e disponibilità di spazi kindergarten. Infine, consentirebbe ad asili nido e scuola di organizzare la propria offerta con il fine esclusivo di una sana formazione durante i primi anni di vita piuttosto che fungere da strumento di conciliazione vita-lavoro.

    Investire in equità tra uomini e donne avrebbe ritorni in termini di prodotto interno lordo, in quanto mobiliterebbe forza lavoro attualmente inespressa; di produttività grazie a una migliore valorizzazione dei talenti disponibili; nonché di salute mentale, riducendo il monte ore di lavoro formale e informale che ricade sulle spalle di alcune madri lavoratrici. Infine, non bisogna tralasciare che, oltre alle disuguaglianze tra uomini e donne, anche all'interno della popolazione femminile esistono privilegi e svantaggi. Sarà necessario monitorare l'impatto di questa legge sulle diverse fasce di reddito a seguire dal primo anno di applicazione.

    Foto: Getty Images/BananaStock

     

  • Biotecnologie: cosa, come, perché

    Di Davide Ederle

    Premessa
    Quando si parla di biotecnologie è necessaria una premessa. Le biotecnologie non si occupano di “ricerca”, si occupano per definizione di innovazione. Compito delle biotecnologie è infatti il trasformare le conoscenze biologiche in beni e servizi. Sapere che l’insulina controlla i livelli di glucosio nel sangue è biologia, creare da questo sapere un farmaco che permetta ai diabetici di condurre una vita normale è biotecnologia.

    Un po' di storia
    Le biotecnologie seguono la storia dell’uomo da migliaia di anni e continuano a farlo. Abbiamo cominciato con la domesticazione di piante e animali facendo nascere l’agricoltura circa 10.000 anni fa, per poi via via sviluppare prodotti che in natura non esistevano come gli alimenti fermentati (pane, vino, birra, formaggi) e molto altro.

    Il vero salto di qualità per le biotecnologie si ha però a partire dagli anni ’60 dell’800 (con la nascita della microbiologia (Pasteur) e della genetica (Mendel), è da lì che si pongono le basi per la biotecnologia moderna. Il ‘900 ha visto l’innovazione biotecnologica diventare pervasiva in tutti i settori (dall’insulina agli antibiotici, dalla chimosina per la caseificazione alla rivoluzione verde in agricoltura). È oggi però che le biotecnologie vivono il loro momento più stimolante, trasformandosi da una scienza industriale ad una che ha il potere di essere personalizzata e rispondere ai bisogni specifici di ciascuno.

    Tra le frontiere più interessanti che abbiamo oggi davanti:

    La bioinformatica. L'integrazione degli strumenti informatici con le biotecnologie permette un cambio radicale di prospettiva permettendo di mettere in relazione e gestire 1 mol di dati e norme. Oggi non solo è possibile monitorare dare moto lo stato di salute, ma anche aiutare i sistemi sanitari a fare incontrare paziente e terapia ottimizzando risultati e riducendo costi.degli strumenti informatici con le biotecnologie permette un cambio radicale di prospettiva permettendo di mettere in relazione e gestire 1 mol di dati e norme. Oggi non solo è possibile monitorare dare moto lo stato di salute, ma anche aiutare i sistemi sanitari a fare incontrare paziente e terapia ottimizzando risultati e riducendo costi.

    La medicina di precisione. Grazie alla riduzione dei costi di sequenziamento del DNA, passato in soli vent'anni da oltre 100 milioni a meno di 1000 $ a genoma, possibile personalizzare le terapie sulla base del profilo genetico del paziente o della patologia. Meraviglioso è l'esempio di CAR-T, che consente di utilizzare il tumore, sviluppare anticorpi specifici, farli esprimere dal sistema dalle cellule del sistema immunitario del paziente e consentirgli così di "autocurarsi".

    Il genome editing. Un'altra tecnologia molto promettente è CRISPR che consente di modificare in modo mirato il DNA di un organismo "correggendo" ad esempio in modo definitivo malattie genetiche, ma anche, in pianta, di sviluppare nuovi caratteri superando i limiti degli OGM.

    La Bioeconomia. Uno dei ruoli più importanti delle biotecnologie è quello di sviluppare un'economia circolare che porti a una progressiva sostituzione delle fonti fossili come materie prime. Necessario trovare fonti rinnovabili e processi che, usando aria, acqua e luce, riescano a produrre la maggior parte di quello che ci serve, dai combustibili all'energia, dai materiali ai farmaci.

    La domanda decisiva
    La domanda, legittima, è se siamo pronti a cogliere queste e altre opportunità offerte dalle biotecnologie.

    La risposta è sì.

    Siamo il paese con il più alto numero di pubblicazioni scientifiche per ricercatore e siamo settimi a livello mondiale in assoluto.

    Siamo quarti per numero di aziende biotech in Europa e il settore vale oltre 12 miliardi.

    Abbiamo 25.000 professionisti, i biotecnologi, che lavorano alla sua crescita, che si mantiene su ritmi a doppia cifra anno dopo anno.

    Tutto a posto quindi? Purtroppo no. I dati ci dicono infatti che molti di questi professionisti se ne vanno, non per fare esperienze e ritornare, ma per fuggire da un Paese che pare non volerli.

     

     

    Manca infatti un loro reale riconoscimento e valorizzazione. Spesso il nostro Paese pensa più a come impedire loro di lavorare, incasellandoli in strutture che potevano funzionare nel 1800, costringendoli, pagando, a sottostare a obblighi inutili, divieti e norme che invece di semplificare loro la vita e creare nuove opportunità, la complicano riducendole.

    Servirebbe invece un Paese capace di creare ecosistemi che facciano incontrare i bisogni delle persone (e del mondo industriale) con la ricerca, un Paese capace di aiutare in modo concreto la nascita di nuove imprese e che permetta loro di lavorare invece di spendere il proprio tempo e (poche) risorse in adempimenti sempre più complessi. In sostanza servirebbe un nuovo patto intergenerazionale capace di  guardare ai bisogni reale del Paese superando gli ostacoli creati dalle rendite di posizione. Per tornare a crescere, insieme.

    L’alternativa? Lasciare andare le nostre menti migliori e, con loro, un motore di sviluppo del Paese, accontentandoci di comprare da altri le innovazioni di cui abbiamo bisogno. Non certo un gran guadagno.

    L’Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani esiste per questo.

     

    *Presidente ANBI
    www.biotecnologi.org

     

  • published La cicala e la formica in Una generazione avanti 2022-01-18 12:48:57 +0100

    La cicala e la formica

    Di Piercamillo Falasca

    La Germania viene da diversi anni di surplus di bilancio (cioè le entrate superano le uscite, inclusi persino gli interessi sul debito). Quindi ora si potrà permettere senza troppi patemi d’animo un allentamento delle finanze pubbliche, per favorire gli investimenti e la domanda. Una risposta temporanea e pragmatica al coronavirus e alla recessione, che finirà per aiutare l’intera economia europea.

    L’Italia continua ad accumulare da anni nuovo debito pubblico, sperperando risorse in misure inique e inefficaci come il reddito di cittadinanza, Quota 100 o i salvataggi di Alitalia. Così, quando si verifica una vera emergenza che giustificherebbe una politica fiscale espansiva, scopriamo che fare più deficit (come già annunciato dal ministro dell’Economia Gualtieri) sarà molto difficile e costoso (prestereste voi a cuor leggero al governo Conte-bis?), peserà ancora e sempre sulle generazioni future e non aiuterà un’economia che non ha bisogno di bonus e aiutini, ma di iniezioni massicce di innovazione, libertà economica e norme certe e applicabili.

    L’Unione europea ci lascerà fare, perché non è la matrigna che gli sciocchi sovranisti e populisti raccontano, ma la nostra vera ancora di salvezza. Il mercato europeo è e sarà la nostra unica possibilità di ripresa. A chi dice che l’Europa è assente sull’emergenza coronavirus, replichiamo così: con un bilancio concesso dagli Stati nazionali di appena l’1% del Pil, come crediamo che le istituzioni comunitarie possano fare più di quello che fanno? È tempo di più Europa.

     

  • Incontro Figli Costituenti e Alternativa Europeista - Verona, 8-9 febbraio

    Di Joshua Giovanni Honeycutt Balduzzi, coordinatore +Europa Pordenone

    Dalle 18:00 di sabato 8 febbraio alle 16:30 di domenica 9 persone che hanno preso parte alle iniziative di Figli Costituenti e Alternativa Europeista si incontreranno a Verona.

    Sabato sera i partecipanti faranno il punto sull’iniziativa di Figli Costituenti, ripercorrendo quanto già fatto e progettando future azioni: negli ultimi mesi, infatti, dopo la fine della raccolta firme ufficiali, si è deciso di far proseguire l’iniziativa tenendo alta l’attenzione sui temi della tutela ambientale, dello sviluppo sostenibile e dell’equità intergenerazionale. Tra mozioni nei comuni, proposte di legge nazionale nella regione Veneto, eventi e nuove collaborazioni aperte e da aprirsi, le prospettive di lavoro sono molte.

    Durante la giornata di domenica, invece, i partecipanti affronteranno attività di brain-storming e discussione strutturata per cercare di individuare percorsi di azione comune per formazioni politiche quali +Europa, Volt, TeamK, ALDE e altre formazioni affini che sono state poste in dialogo tra loro grazie a Figli Costituenti e Alternativa Europeista negli ultimi mesi. I partecipanti punteranno a individuare i punti cardine attorno ai quali delle moderne forze politiche, europeiste, liberali e liberalecologiste possano configurare la loro azione.

    Per maggiori informazioni, qui l'evento Facebook: https://www.facebook.com/events/621343691991328

  • published Disuguaglianza: un vantaggio? in Una generazione avanti 2022-01-18 12:46:58 +0100

    Disuguaglianza: un vantaggio?

    Di Gianfranco Franchi

    La disuguaglianza è fertile. È fertile perché costringe a un confronto con l'alterità, spinge alla speculazione – in senso stretto: spinge a riflettersi nel prossimo – e obbliga alla meditazione. La disuguaglianza, così come ogni forma di scompenso, è madre di disordine e di vitalità: sprigiona fame di intelligenza, pretende fantasia e creatività, impone un almeno provvisorio adattamento alla realtà. Non è detto che la disuguaglianza vada contestata: da certi punti di vista, dove più debole o addirittura poco rilevante, andrebbe paradossalmente addirittura innestata, per restituire colore, vivacità e imprevedibilità. Io sono un uomo d'ordine e forse proprio per questa ragione ho un'estrema simpatia per l'intelligenza del disordine – per le sue dinamiche, per la sua segreta potenza. Riconosco al disordine, in ogni sua espressione, una straordinaria utilità. Non è soltanto per via della creatività che ne deriva o almeno ne può derivare. In un certo senso, se non ci fosse un'aristocrazia, noi dovremmo reinventarla; se non ci fosse un'oligarchia noi dovremmo simularla; se non ci fossero ingiustizie, noi dovremmo immaginarle. Qui in Europa Mediterranea abbiamo relegato la memoria a essere talento e patrimonio di pochi; fingiamo di essere nuovi una generazione dopo l'altra, o giù di lì; ogni volta ci perdiamo per strada, con la morte delle generazioni precedenti, una parte di coscienza e di consapevolezza, a volte estremamente estesa. Invece dovremmo ricordarci che apparteniamo a popoli antichi, a volte antichissimi, e a culture a volte millenarie; che certe dinamiche economiche e sociali si sono ripetute, con poche varianti (e per lo più tecnologiche) nel corso delle epoche; che ogniqualvolta qualcuno s'è battuto per l'uguaglianza allora ci si è trovati, di lì a poco, a vivere in un regime, un regime che limitava terribilmente la libertà individuale o di gruppo (etnico; sociale; culturale, in genere).

    Io credo nella disuguaglianza perché so che ogniqualvolta qualcuno di noi si arma di quelle parola per rivendicare qualcosa (qualcosa di cui è stato privato; qualcosa di essenziale e di perduto o di inavvicinabile) allora deve, per prima cosa, ammettere in che senso la sua condizione prevede una "disuguaglianza a suo vantaggio". I nostri amici di +Europa, "Più Europa, per un'Italia libera e democratica" stanno dibattendo sulla disuguaglianza generazionale. Bene: come tutti i quarantenni potrei cominciare a deprecare l'abissale dislivello tra la mia generazione e le due generazioni precedenti: potrei mettermi a spiegare che certe condizioni contrattuali per noi sono ormai diventate mitologiche, che certe forme di stabilità sono improbabili come un vecchio tredici al totocalcio, che certi mestieri sono stati letteralmente disintegrati tra una generazione e l'altra, e così le culture che quei mestieri e quelle arti si tramandavano; potrei concionare sulla destabilizzazione derivata dalla delirante tassazione italiana sulle abitazioni sulle nostre (frequenti) radici popolari e paesane, potrei questionare sulla catastrofe antropologica dettata dalla trasformazione del centro storico di Roma, Venezia e Firenze in Disneyland, a beneficio soprattutto dei nostri amici angloamericani, malati di turismo, con la conseguenza di un inevitabile spostamento degli abitanti al di là dei millenari centri abitati, tutti extra moenia; potrei addirittura piangere la sparizione di un'intera classe politica e di un microcosmo culturalmente e politicamente essenziale, quello dei partiti di massa, uno dei pochi "ascensori sociali" meritocratici dell'Italia repubblicana, distrutto a inizio anni Novanta; potrei contestare l'abnorme e amorale connivenza con certa speculazione edilizia, che ha trasformato Roma in una città totalmente illeggibile, abitata da quasi tre milioni di persone, costrette a vivere, nella maggioranza assoluta dei casi, in quartieri periferici considerati dormitorio o poco più, spogli di musei, di piazze, di monumenti (di storia: di romanità). Potrei, ma stavolta gioco a un altro gioco: si chiama il gioco della disuguaglianza a mio vantaggio.

    La mia generazione passerà alla storia per due aspetti fondamentali, qui in Italia: siamo stati la prima generazione a diventare maggiorenne da cittadina europea; siamo stati la generazione "pioniera" di Internet. Siamo stati protagonisti e spettatori di due cambiamenti travolgenti: l'Europa e Internet. Spiegare Internet ormai non serve. Spiegare l'Europa, forse, sì.
    Il nostro patriottismo italiano, repubblicano e democratico, ha potuto coesistere con un neonato patriottismo europeo; da un certo punto di vista, io ho imparato a essere patriota italiano e nazionalista europeo; mi sono sentito nazionalista e internazionalista al contempo, come diversi dei miei punti di riferimento (estetici: politici: artistici). È stata una potente trasformazione dal retrogusto antico. Antichissimo. Come cittadino europeo, ho imparato che la cortina di ferro che aveva ferito e offeso la mia gente – sì, io sono di madre istriana: vengo da una famiglia spezzata, da vari punti di vista, tra Ovest e cosiddetto Est Europa (cosiddetto "Est", davvero) – ho imparato che la cortina di ferro, dicevo, poteva e doveva essere sbracata; e che i muri, a Gorizia come a Berlino, potevano essere smantellati. Ho dimenticato la difficoltà di cambiare le lire in dinari o in franchi o in sterline: un bel giorno il bancomat ha cominciato a consegnarci banconote che valevano in tutta la nostra Europa, nella nostra Europa nazione. Una classe politica balorda e opportunista non ha sorvegliato a dovere il passaggio da lira ad euro, ma questa è un'altra storia. Ho detto che parlavo di disuguaglianza a mio vantaggio, a vantaggio della mia generazione.

    Come cittadino europeo, ho osservato tanti miei coetanei scegliere di andare a cercare fortuna e lavoro in Inghilterra, in Germania, in Spagna, in Francia, in Irlanda, in Belgio; ho osservato migliorare le leggi italiane – soprattutto i controlli alimentari e farmaceutici, e quelli (mi piace pensare) atmosferici e ambientali. Ho spesso desiderato, da europeo, che la mia nuova nazione avesse un suo esercito e una sua univoca espressione: quando si trattava di difendere e tutelare i serbi, nei Balcani, quando si trattava di arginare o conciliare la crisi libica, nel Mediterraneo, quando si trattava di discutere coi russi, per spezzare il ghiaccio (quanta fame di disgelo, quanto saggio questo disgelo!) e per difendere i nostri ucraini dalle zampe dell'orso; ho desiderato che l'Europa avesse una guida quando ho potuto camminare per la povera Cipro, ferita da un'occupazione turca ormai emisecolare, da un genocidio culturale gravissimo.
    Come cittadino europeo, mi sono accorto che la mia Italia, da sola, niente può contro gli imperialismi egemoni – angloamericano, cinese, russo. La mia Europa, invece, unita, può decidere: decidere e scegliere: decidere e scegliere con chi allearsi; decidere e scegliere chi considerare antagonista. Io non voglio che i miei figli crescano "angloamericani"; non voglio crescano nemmeno russi o peggio cinesi (al limite "tibetani"!). Voglio che le culture degli imperialismi egemoni possano essere studiate e scandagliate: non voglio che nessuna di esse possa dominarci.
    Voglio essere libero. Da italiano non posso più. Da europeo, sì.

    Gianicolo, 21 gennaio 2020

  • Produttività e diseguaglianze sociali

    Di Leopoldo Papi

    Un problema che potrebbe essere di interesse approfondire è il rapporto tra diseguaglianze generazionali (e diseguaglianze sociali in generale) e produttività italiana stagnante da 20 anni.

    La produttività è una metrica importante per comprendere i problemi economici, perché indica l’efficienza di un’impresa o di una comunità economica di creare “valore aggiunto”, cioè ricchezza, eliminando il lavoro inutile e superfluo, e sostituendo il capitale ormai obsoleto. Misura altresì la capacità di competere, e quella di innovare. Senza innovazione tecnologica (cioè innovazione nel capitale), competenze, creatività e ingegno, non si risolvono problemi produttivi, e non si crea la ricchezza di cui poi beneficia la comunità.

    Quello della produttività appare sempre più un criterio utile anche per l'analisi sociale, qualora si provi a esaminare il contributo individuale delle persone alla produttività totale dell'economia italiana e alla sua competitività con altre economie. In parte è l’approccio seguito da Luca Ricolfi nel libro "La società signorile di massa", in cui l’autore evidenzia come, di fatto, ormai in Italia un maggioranza improduttiva (neet, categorie corporative protette, rentier di  vario genere) mantenga un tenore di vita benestante consumando risparmi accumulati in passato, e a spese di una minoranza produttiva che si riduce sempre di più.

    Applicando il criterio della produttività vengono meno, peraltro, alcune contrapposizioni tra gruppi sociali astratti, spesso comunemente utilizzate nel dibattito pubblico sui problemi sociali, per quanto definite in base a criteri a ben guardare arbitrari: ad esempio appunto la contrapposizione tra generazioni, o in base all’origine.

    Appare poco sensato, ad esempio, parlare di diseguaglianze generazionali, se si guarda alla produttività individuale. Ci sono imprenditori e scienziati ultrasettantenni capaci di portare ancora un notevole contributo al valore aggiunto, a fronte di giovani privi di competenze e capacità, che rappresentano un costo sociale, e sono spesso fuori tempo massimo per ricevere una formazione adeguata a contribuire alla creazione di valore. Per contro i giovani produttivi, a differenza degli anziani (che non si muovono più all'estero, data l'età) spesso scelgono di emigrare e cercare opportunità all'estero (si parla di circa 100mila persone l’anno). Dal punto di vista della produttività, dunque più che di diseguaglianze generazionali bisognerebbe porsi il problema della qualità del “capitale umano” a disposizione della comunità, in termini di competenze, esperienza, capacità di assumersi responsabilità e contribuire alla creazione di valore.

    Un discorso analogo può essere fatto per quanto riguarda i cittadini di origine straniera: il problema non sono gli stranieri o i migranti, ma le persone improduttive e prive di competenze e che rappresentano un costo sociale, a prescindere dal luogo di origine che sia Lombardia o Calabria, Olanda o Africa subsahariana. Da questo punto di vista, occorrerebbe riflettere pragmaticamente sul problema di un contesto  incapace di generare una immigrazione capace di contribuire alla competitività dell’economia italiana, attraendo spontaneamente competenze (e aziende e investimenti). La scarsa produttività è forse così all’origine di diseguaglianze sempre più ampie tra titolari di rendite che tendono a organizzarsi in forme di “incastellamento”, e persone che rappresentano costi sociali sempre più alti, perché improduttive, a prescindere dal fatto che si tratti di italiani o stranieri.

    La riduzione delle diseguaglianze - di ogni diseguaglianza - dovrebbe pertanto passare per politiche pubbliche mirate a migliorare la competitività del “sistema Italia”: servizi e infrastrutture efficienti, una riforma profonda del sistema giudiziario, oggi ingiusto, arbitrario e malfunzionante, un fisco più ragionevole ed equo, liberalizzazioni, una generale “abolizione di rendite”, centri di potere e apparati corporativi, clientelari, e autoreferenziali, da quelli dell’amministrazione pubblica, alle società partecipate, ai vari settori e soggetti economici, spesso anche privati, in un modo o nell’altro protetti e garantiti dalla politica o gestiti secondo logiche politiche e “parapubbliche”.

    Infine il problema dei problemi del debito pubblico: se la produttività ristagna o è negativa, a fronte di un debito in crescita,  il rischio è di mettere una pietra tombale sul futuro di tutti. Tale situazione è di fatto un default silenzioso, data l'incapacità strutturale di ripagare il debito dello Stato. Chi ha risparmi finisce così per consumarli fin che vive, chi non ne ha ed è produttivo scappa all'estero, chi è improduttivo e non ha capacità, ma molta frustrazione, facilmente finisce per cadere vittima del richiamo populista di Salvini o del Movimento 5 Stelle, che gli promettono redditi di cittadinanza e riscatto psicologico settario o identitario.

     

  • Pensioni: la proposta dei sindacati è un furto ai più giovani

    Di Piercamillo Falasca

    Il 27 gennaio si terrà l’incontro tra governo e sindacati al ministero del Lavoro. Tema: riforma delle pensioni, in realtà un tentativo di smantellare gli equilibri del sistema previdenziale, assalto alla diligenza e furto ai danni dei lavoratori più giovani.

    La proposta di Cgil-Cisl-Uil (in pensione a 62 anni con 20 anni di contributo ma senza ricalcolo contributivo) costerebbe circa 20 miliardi e manderebbe in pensione persone che potrebbero invece essere ancora attivi. Anche molto utilmente attivi, magari con riorganizzazioni del lavoro che spostino i più anziani verso funzioni di tutoraggio dei nuovi assunti o comunque fuori da mansioni usuranti.

    Mobilitare su questi temi è complesso, perché non appaiono “sexy”. Eppure questo tentativo dei sindacati di caricare le future generazioni di ulteriori costi è intollerabile, pericoloso, inaccettabile. Qualcosa bisogna fare, per opporsi.

    Dovremmo fare il possibile e l’impossibile per sensibilizzare milioni e milioni di lavoratori, la cui pensione futura è messa a rischio dal tentativo di dare un ulteriore regalo generalizzato (senza distinguere tra chi ha davvero bisogno e chi no!) a una generazione tutto sommato già fortunata come gli attuali sessantenni.

    Se serve, lunedì ci vado a manifestare anche da solo di fronte al Ministero del Lavoro.

  • Il debito pubblico e il cannibalismo del futuro

    Di Ariela Briscuso

    I wish it were possible to obtain a single amendment to our constitution. I would be willing to depend on that alone for the reduction of the administration of our government to the genuine principles of its constitution; I mean an additional article, taking from the federal government the power of borrowing. Thomas Jefferson.

    All’ultima rilevazione della BCE, l’Italia risultava l’unico Paese dell’eurozona ad avere un tasso di interesse medio sul debito più alto del tasso di crescita. La conseguenza principale di questo fatto viene chiamata effetto snowball: l’aumento del debito dovuto alla spesa in interessi non è neutralizzato dalla crescita. Potremmo descrivere le conseguenze di questo fatto come una politica di “cannibalismo” nei confronti del futuro. Negli ultimi anni in Italia, ad esempio, la spesa in interessi generalmente si “mangia” l’avanzo primario.

    Debito oggi, significa più tasse domani. Del benessere, spesso fittizio e caduco, di oggi si occuperanno i contribuenti di domani. Il debito continua, nella sua costante riproduzione neoplastica, a fagocitare risorse che potrebbero essere destinate a voci di spesa più utili come l’istruzione o gli investimenti. In questo senso la politica del consenso comprato, del voto di scambio istituzionalizzato e legalizzato, della democrazia in deficit crea un deficit di opportunità ed equità (e quindi anche di libertà) per le future generazioni; la pressione fiscale è attualmente ai massimi dal 2015, nel 2018 il 32% delle tasse versate dai contribuenti IRPEF andava in pensioni ed interessi sul debito.

    La principale questione di equità tra generazioni che si intuisce da tali dati, è anzitutto una questione di uguaglianza nelle libertà, i giovani dovranno farsi carico tramite una tassazione, presumibilmente sempre più oppressiva, della crescente popolazione anziana e pensionata. Le future generazioni non solo, quindi, godranno di tutele distributive inferiori a quelle dei loro genitori, ma saranno gravate da una tassazione che ridurrà le loro opportunità economiche di lavoro e di impresa, che minerà la loro libertà economica e renderà sempre più difficile per loro qualsiasi tipo di sviluppo individuale, di iniziativa economica.

    Tuttavia, la proliferazione del debito può essere vista da un’altra angolazione. Il debito pone sia una questione costituzionale, dal punto di vista dello Stato di Diritto (di rispetto delle regole) che una questione di responsabilità democratica.

    L’articolo 81 della Costituzione - sin dalla sua prima formulazione - poneva l’obiettivo di una gestione oculata (e non in deficit) delle finanze pubbliche e prescriveva la necessità di trovare “mezzi per farvi fronte” per le nuove o maggiori spese previste da ogni legge. La conseguenza logica di questa impostazione è un potenziale di spesa limitato dello Stato, limitato dalle risorse disponibili, limitato alle necessità. Nondimeno l’interpretazione originale dell’articolo 81 fu aggirata e travisata a patire dagli anni ’60 con l’intento principale della monetizzazione del consenso; potremmo, dunque, dire che forse siamo davanti a ciò che Von Hayek definiva “democrazia illimitata”. I rappresentanti del popolo, il Governo, ritengono (e ritennero) di non dover essere sottoposti a limite alcuno nel loro agire, non a un limite che fosse semplicemente un limite materiale, economico, di disponibilità di risorse, non a un limite costituzionale.

    La “democrazia illimitata”, ove la volontà del popolo, dei rappresentanti del popolo, non è posta ad alcuna demarcazione, per cui, come nota Hayek, lo Stato può democraticamente minacciare le libertà dell’individuo, è anche un’impostazione tipica dei politici populisti che, in poche parole, vogliono far prevalere (in un conflitto fantomatico) la democrazia sul liberalismo, la dittatura della maggioranza sulla libertà del singolo. Negando persino i limiti materiali e limiti costituzionali alla facoltà legislativa dello Stato, viene, di fatto, postulata la sua totale onnipotenza e potenziale incondizionata intrusività.

    Il modo in cui nella Prima Repubblica si distorse l’articolo 81 fu quello di considerare i debiti propriamente risorse o mezzi, ovvero di valutare i soldi chiesti in prestito tramite l’emissione di titoli di Stato al pari delle altre entrate come quelle tributarie. Il parlamentare radicale Marcello Crivellini, il quale nel 1986 per primo propose una modifica dell’articolo 81 per chiarificare e definire i limiti della spesa in deficit, nella relazione iniziale della sua proposta di legge, descriveva limpidamente l’essenza della democrazia consociativa del debito, della postulata illimitatezza dello sperpero: “In questo modo non c’è limite al deficit di bilancio e al debito pubblico. Per ogni esercizio finanziario la spesa può superare l’entrata di un valore grande a piacere; è sufficiente “ricorrere al mercato finanziario” dello stesso importo”. Ciò che il deputato radicale definiva, appunto, il teorema del deficit: “Dato un deficit di bilancio grande a piacere è sempre possibile aggirare l’articolo 81 della costituzione ricorrendo di pari importo al mercato finanziario”.

    Il fenomeno del debito pubblico e una contigua manifestazione di deterioramento democratico nell’Occidente liberale sono ambedue accadimenti alla cui massima espansione stiamo assistendo. In sostanza, tutti i leader populisti occidentali di destra e di sinistra (da Trump, passando per Johnson e per Alexandria Ocasio Cortez, per arrivare ai gialli, ai verdi e ai rossi di casa nostra) promettono più deficit, promettono più debito, il debito, il deficit sono per loro l’unica via per realizzare la volontà popolare e affrancare il popolo dalla tirannica austerità.

    Silone notava come l’assistenza non sia prerogativa degli stati democratici, bensì sia sovente comune in quelli illiberali come “compenso demagogico alla privazione della libertà”. Le nuove generazioni, pare, dovranno, in Italia soprattutto, non solo affrontare le conseguenze di un soffocamento introverso dell’economia dovuto all’ormai insostenibile debito pubblico, ma anche un pressante deteriorarsi della forma democratica e liberale. Il meccanismo del debito è in un certo senso un sabotaggio democratico: esso causa un cortocircuito della responsabilità democratica, taglia il filo che lega i governanti alle conseguenze delle proprie politiche.

    Una delle principali caratteristiche delle nuove “democrazie illiberali” è l’alienazione dei politici rispetto alle loro responsabilità e alle loro scelte. Non solo Salvini cerca di scaricare qualsiasi questione su agenti esterni al suo controllo (spesso l’immigrazione, l’Europa), ma elude anche gli effetti delle sue stesse azioni e decisioni politiche, riuscendo ad attaccare provvedimenti da lui votatati (reddito di cittadinanza, sospensione della prescrizione) o arrivando a fare terrorismo sulla possibilità dell’aumento dell’iva, che in teoria avrebbe potuto essere scatenato dalle clausole di salvaguardia (anche) da lui approvate.

    Il sistema della democrazia a deficit replica e moltiplica questo processo di alienazione: in sostanza fare deficit è rubare risorse utili ai futuri governanti per provvedimenti del cui consenso caduco si beneficerà immediatamente, i governanti del futuro si vedono gravati da un crescente debito da loro non generato e delle cui conseguenze dovranno occuparsi (restringendo voci di spesa più utili, o aumentando la tassazione). I governanti futuri saranno limitati dal vincolo crescente della spesa per interessi, e per questo non potranno appieno rispondere democraticamente delle loro proposte politiche, mentre appariranno responsabili per gli effetti dei necessari accorgimenti che occorre varare per limitare i danni della politica in deficit.

    L’essenza di questo cortocircuito democratico è che la politica si accinge a perdere la sua connotazione razionale, perché inizia ad apparire agli elettori totalmente avulsa da una logica di causa-effetto, le azioni non sono più collegate a conseguenze, i provvedimenti non sono più valutati per gli effetti che producono: gli esiti delle politiche economiche di un Governo vengono attribuiti ad altri, o ad altro, il filo logico della politica viene reciso. Anche in questa ottica la crescente sfiducia delle persone nella politica può essere spiegata.

    La crisi della democrazia in Occidente che le future generazioni si affacciano ad affrontare e possibilmente dovranno risolvere è soprattutto una crisi di responsabilità, analoga e concatenata al meccanismo della dilatazione sconsiderata del debito pubblico.

    Pubblicato su Strade, 21 gennaio 2020