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  • E SE È UNA FEMMINA SI CHIAMERÀ FUTURA

    Anna Lisa Nalin, segreteria nazionale di +Europa

     

    Viene in mente la famosa notte dei bombardamenti in una delle più belle canzoni di Lucio Dalla, quella dove “Futura” diviene simbolo di speranza e di rinascita. Le bombe in questa notte della pandemia Covid19 si stanno ovunque, ma sulle donne in modo ancora più duro, rese fragili da una disparità sociale ed economica endemica e soverchiante nel nostro Paese.

    Se vogliamo, davvero, investire nel futuro è ora di declinare le condizioni per la ripresa investendo soprattutto a favore dell’accesso delle donne alle attività produttive: dalle imprese femminili all’occupazione sul mercato del lavoro. I dati lo confermano. Il dossier diffuso dal Sole 24 ORE sulla base di un’indagine di Unioncamere indica una caduta più marcata della nascita di nuove imprese femminili: - 42,3% contro il - 35,2% di quelle maschili nel secondo trimestre del 2020, trend proseguito nel terzo con - 4,8% a fronte di un +0,8% nel terzo trimestre. Questo dopo che per diversi anni lo slancio rosa aveva superato per vitalità quello maschile.

    In Italia sono ora 1,3 milioni le attività guidate da donne e rappresentano solo il 22% del totale. Coprono perlopiù il comparto servizi e quello primario. Per quasi il 97% (39mila) si tratta di piccole imprese con meno di 10 addetti; solo poco più di 3000 hanno medio-grandi dimensioni. La loro capacità di ripresa è inferiore rispetto alle imprese maschili. L’aspettativa di vita è solo attorno ai 3 anni (il 78% più bassa rispetto alle altre realtà).

    Le “aziende delle donne”, dunque, stanno dando prova di una debolezza intrinseca in una società pensata dagli uomini per gli uomini soprattutto nel settore economico. Anche sul fronte occupazionale si rivela un trend simile:nel secondo trimestre del 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019, 470.000 donne hanno perso lavoro, pari al 55,9% degli occupati in Italia.

    Proprio perché il tessuto imprenditoriale femminile è rappresentato da micro-imprese è necessario invertire il paradigma con coraggiose strategie economico-sociali di sostegno e di rilancio. Dal dossier del SOLE 24 ORE emerge come le imprenditrici lamentino i vincoli per l’accesso al credito, la difficoltà dell’adeguamento alla tecnologia. I fondi a sostegno, quindi, dovranno essere immediatamente utilizzabili per le formazione, la trasformazione digitale, l’innovazione, la semplificazione delle pratiche e la flessibilità sia nella gestione del personale che nei processi interni. Questi fattori potranno agevolare la riconversione delle aziende femminili che, come detto, operano soprattutto nei settori dei servizi, tra cui anche il turismo.

    L’Europa chiede all’Italia di promuovere l’uguaglianza e la parità di genere. Dei 209 miliardi previsti per l’Italia dal Recovery Fund (Next Generation Europe) attualmente solo 4,2 miliardi sono stati inseriti in una generica voce quale “politiche sociali” e queste dovrebbero ricomprendere anche le politiche di parità. La legge di bilancio 2021 vede una dotazione di 20 milioni di euro con il Fondo impresa femminile, stessa cifra per il 2022. Si tratta di contributi a fondo perduto per l’avviamento delle imprese femminili e finanziamenti agevolati. Sforzo apprezzabile ma lontano dall’essere sufficiente.

    Le donne, inoltre, rimangono ampiamente sottorappresentate anche nelle sedi preposte a politiche per recuperare il cosiddetto gap di genere.

    Non ci sarà futuro sviluppo, infine, né per l’imprenditoria né per l’occupazione femminile se il Governo non metterà le condizioni per un riequilibrio sostanziale dei rapporti donne-uomini.La pandemia si è abbattuta sull’universo femminile in modo più gravoso perché la società ha riversato sulle donne gli “effetti collaterali” dello smart-working, della gestione della casa, della DAD dei figli, tanto per citare alcuni esempi, senza contare le situazioni drammatiche in cui le case si sono trasformate per loro in prigioni.

  • Il peggior metodo per tutelare i diritti umani? Dimenticare le differenze di genere

    Di Eugenia Aguilar & Marina Rallo

     

    Regolarmente le donne in tutto il mondo subiscono violazioni dei loro diritti umani.

    Queste violazioni possono avvenire in ogni fase della vita di una donna: da partorienti tramite violenza ostetrica, da bambine tramite mutilazioni genitali, da casalinghe tramite il ricatto economico, da lavoratrici a causa delle disparità di salario.
    E questi sono solo pochissimi, lampanti, esempi.

    La realtà delle donne muta in base al luogo di nascita, al colore della pelle, all’orientamento sessuale, all’identità di genere: così come per tutti gli esseri umani.
    Se vogliamo tutelare i diritti delle donne, dal momento che i diritti delle donne sono diritti umani, le Istituzioni non possono non tenere conto di tutte le caratteristiche (povertà, difficoltà lavorative, salute, malattie, maternità ecc.) che riguardano la figura femminile e soprattutto non possono escludere le donne dai luoghi decisionali.

    Oggi, 10 dicembre, festeggiamo la Giornata Internazionale per i Diritti Umani.

    Era il 1948 quando fu adottata la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo che, tra le altre cose, ha proclamato la parità di diritti delle donne e degli uomini al raggiungimento dei diritti della Dichiarazione stessa.
    Nella stesura della Dichiarazione si è discusso molto sull'uso del termine "tutti gli uomini" piuttosto che un termine neutro rispetto al genere ed infatti oggi si fa riferimento a termini come: "tutti gli esseri umani" e "tutti".

    Solo in questo modo si elimineranno le discriminazioni per raggiungere l’uguaglianza di genere. Non tener conto delle differenze di genere è il peggior metodo da attuare nella ricerca dell'uguaglianza. Eppure, la rappresentanza femminile nei luoghi decisionali continua ad essere irrisoria.
    Ricercare uguaglianza non significa ottenere equità. Per ottenere lo stesso risultato a condizioni di partenza eterogenee devono corrispondere risposte diverse. Non solo i Governi, ma anche le autorità locali, le organizzazioni non governative e le pubbliche amministrazioni di tutti i livelli devono, prima di tutto, prendere coscienza dell'esistenza delle differenze di genere che caratterizzano uomini e donne. Bisogna attrezzarsi per garantire parità di accesso e parità di trattamento a donne e uomini nel campo dell'istruzione e dell'assistenza sanitaria, nonché migliorare la salute sessuale e riproduttiva delle donne, così come l'istruzione.

    La Dichiarazione di Pechino del 1995 (anche nota come Conferenza Mondiale sulle Donne) è un altro atto fondamentale non solo per tutelare diritti delle donne (e quindi i diritti umani) a livello internazionale ma soprattutto per fondare la società su nuovi parametri economici e sociali: il documento infatti stabilisce che attraverso obiettivi e azioni strategiche è possibile risolvere numerosi problemi che gravano sulle spalle della comunità internazionale.

    D'altra parte, è riconosciuto che una crescita economica più equa e più forte si basa nel contesto dello sviluppo sostenibile, a sua volta una condizione necessaria per sostenere la crescita e la giustizia sociale.
    Le donne rappresentano la metà della popolazione mondiale ma, nonostante ciò, la protezione di questa parte della società è stata per troppo tempo trascurata. Come si può pensare a uno sviluppo della società senza pensare a metà della popolazione?

    Proteggere le donne significa non solo proteggere i diritti umani, ma anche intervenire per creare le basi di un modo più pacifico. L'attenzione ai diritti delle donne diventa quindi non solo un ideale da perseguire ma un obiettivo intelligente per lo sviluppo economico dei singoli paesi e un obiettivo fondamentale per la ricerca di una leale collaborazione tra gli Stati e all'interno dei singoli Paesi.

    Tutt’oggi le Nazioni Unite ribadiscono il ruolo centrale della parità di genere come obiettivo necessario per lo sviluppo sostenibile : “Eliminare le forme di violenza e discriminazione a danno delle donne, incluse le pratiche tradizionali lesive come i matrimoni precoci e le mutilazioni genitali femminili. Assicurare l'equità di genere nell'accesso al mondo del lavoro e alla rappresentanza politica.” Questi gli obiettivi per l’agenda 2030.

    Ciononostate ad oggi solo 3 su 16 direttori delle agenzie specializzate delle Nazioni Unite sono donne. Finché non cambieremo approccio, fino a quando non includeremo le donne nei processi decisionali e inizieremo a completare la prospettiva con quella di metà della popolazione, resteremo sempre inchiodati al passato e non saremo in grado di progredire nel raggiungimento dell’uguaglianza sostanziale da tempo enunciata nelle dichiarazioni.

  • Emma Goldman “If I can't dance I don't want to be part of your revolution”

    Di Carlotta E. Osti

     

    Emma Goldman, “If I can't dance I don't want to be part of your revolution”

    “If I can't dance I don't want to be part of your revolution,” è una frase emblematica attribuita a Emma Goldman, un’attivista politica anarchica e scrittrice che ha rivendicato tutta la vita la possibilità di fare “un mestiere da uomini” – la politica - essendo sé stessa: un donna giocosa e gioiosa, non disposta a ridurre e cambiare la sua libertà e femminilità per seguire le caratteristiche prestabilite dalla leadership in versione maschile.

    Non si sa se Emma Goldman abbia poi mai detto proprio questa frase, ma il suo anti-dogmatismo è diventato comunque simbolo e slogan dei movimenti femministi degli anni 70’ e 80’ in America e all'estero.

    Emma Goldman ha avuto una posizione unica nella politica e cultura americana. È considerata tra i più influenti pensatori radicali degli Stati Uniti: una famigerata rivoluzionaria, regina degli anarchici, la “donna più pericolosa del mondo”. Durante i suoi trent'anni di attività, è stata una fervente agitatrice. Editrice e scrittrice, dalla rivista radicale Mother Earth, rivendicava libertà di parola ed emancipazione: dal modello patriarcale, dalla famiglia tradizionale, dal capitalismo e dallo Stato. Ha viaggiato tenendo conferenze in tutta l'America e in Europa.[1]Arrestata innumerevoli volte, è stata infine deportata dagli Stati Uniti come “straniera” radicale in Russia nel 1919.[2]

    Secondo alcuni, si potrebbe considerare Emma Goldman sullo stesso piano di Marx e dell’anarchico Kropotkin, eppure raramente le donne sono state soggetti storici. Anzi, il più delle volte sembrano descritte come creature immutate nel tempo, isolate dalle dinamiche sociali, magari interessate alla cultura, mai alla politica. Non è così: Jeannette Rankin, politica americana e prima donna che ha ricoperto una carica federale, Mary E. Lease, politica e scrittrice considerata la Giovanna D’Arco del popolo americano, Frances Perkins, sostenitrice dei diritti dei lavoratori, è stata la prima donna nominata nel governo degli Stati Uniti, con la carica di Segretario del lavoro, Eleanor Roosevelt, politica, diplomatica e attivista, e la stessa Emma Goldman per citarne alcune, erano donne politiche a tutto tondo. Gli storici uomini, invece, hanno costantemente ridotto l’impegno politico delle donne come se fosse volto esclusivamente alle battaglie per i diritti femminili.[3]

    Cosa siamo disposti a fare per portare avanti la nostra individualità? Dobbiamo riflettere su questo quando leggiamo Emma Goldman. In una società in cui i parametri della politica sono ancora dettati dagli uomini, in cui per fare politica le donne devono “nascondere” la propria femminilità e vengono accettate solo se si comportano nel modo che gli uomini reputano più adatto e consono per una leader, Emma Goldman ci ricorda che per fare politica l’espressione personale è essenziale, perché la nostra identità detta ciò in cui crediamo e ciò che siamo disposti a portare avanti e vogliamo vedere realizzato nella nostra società.

     

     

     

     

     

    [1] “Early Life: Portrait of an Anarchist as a Young Woman,” The Emma Goldman Papers, Berkeley Library University of California, accessed February 25, 2020, https://www.lib.berkeley.edu/goldman/MeetEmmaGoldman/earlylifeportraitofananarchistasayoungwoman.html

    [2] “War Resistance, Anti-Militarism, and Deportation, 1917-1919,” The Emma Goldman Papers, Berkeley Library University of California, accessed March 1, 2020, https://www.lib.berkeley.edu/goldman/MeetEmmaGoldman/warresistance-antimilitarism-deportation1917-1919.html

    [3] Dolores Barracano Schmidt and Earl R. Schmidt, “The Invisible Woman: The Historian as a Professional Magician,” in Liberating Women's History: Theoretical and Critical Essays, ed. Berenice A. Carroll (Urbana and Chicago: University of Illinois Press, 1976), 52-53.

  • published Non più solo vittime in Un altro genere di politica 2022-01-18 14:41:39 +0100

    Non più solo vittime

    Di Carlotta E. Osti

     

    Il problema della “mascolinità tossica” è assente dai discorsi politici. Come Prime Donne ci siamo chieste il perché, parlandone con la ricercatrice Giorgia Serughetti.

    Affinché il tema, invece rientri nell’ambito politico, è necessario modificare il pensiero dominante sul ruolo delle donne: donna = vittima.

    A livello istituzionale troviamo grandi difficoltà ad abbandonare il concetto di vittimologia quando trattiamo di violenza. C’è la necessità di affrontare il tema in modo da ridare protagonismo alle donne, trattarle come persone in grado di riprendere in mano la propria vita, istituendo un programma di empowerment femminile, che riconosca la soggettività delle donne vittime di violenza e l’importanza del ruolo svolto dai centri antiviolenza. Gli aiuti assistenziali, infatti, limitano gli utenti a semplici casi.

    La tendenza politica è quella di intervenire in senso penalistico, la repressione è il modo più rapido e facile per mostrare la volontà di punire. In questo modo non vengono promossi gli strumenti efficaci per la protezione delle donne, per l'empowerment e per un futuro inserimento lavorativo al fine di rompere i legami di dipendenza che le donne spesso subiscono. Inoltre si evita di riconoscere la violenza strutturale presente nella nostra società, fattore che fa sì che la popolazione femminile non venga protetta. Non esiste prevenzione alla violenza, perché ovviamente, intervenendo in senso penalistico, qualsiasi tipo di violenza deve essere prima commessa.

    Di che cosa abbiamo bisogno?

    Si deve creare una struttura che educhi e cambi la concezione sul genere presente nella nostra società e l’approccio con cui affrontiamo la violenza. Istituire un programma di formazione a livello scolastico, nelle forze dell’ordine e nella magistratura, oltre a formare chi si occupa in prima persona delle donne che escono da situazioni di violenza psicologica e fisica. Bisogna dare vita a una rete di supporto, anche materiale, in modo da rompere i legami di dipendenza ed evitare che le donne vittime di violenza tornino in situazioni analoghe a quelle che sono riuscite ad abbandonare.

    Rompiamo il cerchio della violenza #BreakTheCycle

  • Nessuna giustificazione o vittimismo: responsabilizziamo gli aggressori

    Di Carlotta E. Osti

    Abbiamo parlato con Alessandra Pauncz, presidente del centro d’ascolto uomini maltrattanti (CAM) di Firenze, in quanto quando trattiamo di violenza è necessario che gli aggressori riconoscano la responsabilità delle proprie azioni.

    In Italia, il CAM nato nel 2009, è il primo centro rivolto agli autori di violenza. Ad oggi sono presenti 69 centri e punti d’ascolto su tutto il territorio. Il lavoro mira alla sicurezza delle donne e delle famiglie, facendo in modo che gli aggressori riconoscano la RESPONSABILITA' delle proprie azioni, andando così contro a giustificazioni e vittimismo.
    La modalità di accesso a questi centri può essere su base volontaria, richiesto dai servizi sociali o da centri antiviolenza. In certi casi è spinto dalla partner stessa, dalla forza giudiziaria o dalla polizia.
    Ultimo progetto realizzato è il Protocollo Zeus, che dal 2018 ha avviato una stretta collaborazione fra questure e centri per maltrattanti, con lo scopo di bloccare le recidive degli episodi di violenza sul nascere.

    Il Consiglio d’Europa ha adottato nel 2011 la ‘Convenzione di Istanbul’, un quadro normativo sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. In Italia entra in vigore nel 2014.
    L’articolo 16 della convenzione si riferisce ai programmi di intervento di carattere preventivo e di trattamento. Questo stabilisce la necessità di “istituire o sostenere programmi rivolti agli autori di atti di violenza domestica, per incoraggiarli ad adottare comportamenti non violenti nelle relazioni interpersonali, al fine di prevenire nuove violenze e modificare i modelli comportamentali violenti.

    E’ importante sottolineare come la violenza non sia dettata dal ceto sociale o dalla povertà, ma è invece dettata da radici culturali profonde, basate su asimmetrie di potere ancora derivanti dalle radici patriarcali.

    Rompiamo il cerchio della violenza #BreakTheCycle

  • PARLANO DELLA CAMPAGNA STESSA PAGA

    In questa pagina raccogliamo i principali artcoli su giornali locali e nazionali che hanno parlato della campagna #StessaPaga lanciata da Prime Donne.

     

    Ecco il nostro comunicato stampa.

    Prime Donne, la scuola di politica al femminile di +Europa, lancia la campagna #StessaPaga in occasione dell'Equal Pay Day, che segna, in Europa, il giorno dell'anno in cui le donne smettono simbolicamente di guadagnare a confronto con i loro colleghi uomini a parità di qualifiche e mansioni.
    "La differenza media tra salari maschili e femminili nell'Unione europea è del 16%, il che corrisponde, per le donne, a circa due mesi di lavoro non retribuito", sottolinea Costanza Hermanin, ricercatrice allo European University Institute e fondatrice della scuola.

    Le disparità di remunerazione tra uomini e donne non è solo un problema di giustizia sociale, ma anche un ostacolo per la crescita economica dell'intera comunità. Secondo uno studio della Banca d'Italia, infatti, il Pil italiano potrebbe crescere di oltre mezzo punto l'anno solo grazie alla parità salariale e di 7 punti se venisse dimezzato anche il divario di genere nel tasso d'impiego. "L'emergenza Covid ha moltiplicato le disparità tra lavoratrici e lavoratori", aggiunge Hermanin. "In pochi mesi la disoccupazione femminile risulta più che triplicata rispetto a quella degli uomini".

    La campagna #StessaPaga - attiva sui principali social network - intende denunciare apertamente la discriminazione salariale, informare sugli impatti a livello economico, chiedere misure per la trasparenza di remunerazioni e contratti, invitando nel contempo le donne e gli uomini a segnalare situazioni di disparità. "È tempo di adottare misure concrete per la trasparenza dei salari, che includano sanzioni per chi non rispetterà criteri di parità. La Commissione europea annuncerà una proposta di direttiva in dicembre e in Italia esiste la proposta di legge di iniziativa della deputata Chiara Gribaudo" il cui testo base proprio in questa giornata è stato approvato in commissione Lavoro alla Camera. "Dalla parità - conclude - guadagnano tutti, non solo le donne".

     

     

     

    Di seguito potete trovare tutti gli articoli che parlano di noi:

    27esima ora, Corriere della Sera: 4 NOVEMBRE EQUAL PAY DAY EUROPEO - Da oggi le donne lavorano gratis; Stesso lavoro ma non #StessaPaga

    D.it Repubblica: Equal Pay Day, da oggi le donne lavorano gratis: in busta paga il 16% in meno degli uomini

    ANSA: PARITÀ SALARIALE, 'PRIME DONNE' LANCIA CAMPAGNA #STESSAPAGA

    Il Messaggero: Giornata europea della parità retributiva, Prime Donne lancia la campagna #StessaPaga contro il Gender gap

    Prima Online: Equal Pay Day: al via la campagna #StessaPaga contro la disparità salariale

    Redattore Sociale: Oggi l'European equal pay day, Prime Donne lancia #stessapaga

    Key4Bit: Oggi è l’European Equal Pay Day. E Prime Donne lancia la campagna #STESSAPAGA

    Economy Mag: Gender gap, si lavora gratis per due mesi ogni anno

    Donna in Affari: Stessa paga, la campagna di Prime Donne

    2DueRighe: Al via la campagna Stessa Paga, contro la discriminazione retributiva delle donne

    ItaliaOggi: Stessa paga, la campagna di Prime Donne

    Gruppo Editoriale Media Key: Parità di genere: oggi l’European Equal Pay Day. Prime Donne lancia la campagna #StessaPaga

    Affari Italiani: #stessa paga, la campagna per dire no alle discriminazioni salariali

    Corriere Quotidiano: Parità salariale, ‘Prime donne’ lancia campagna #StessaPaga

    First Radio Web: Parità salariale, ‘Prime donne’ lancia campagna #StessaPaga

    Today: Da oggi le donne iniziano a lavorare gratis: è l’Equal Pay day

    Italian Network: DONNE - GIORNATA EUROPEA PARITA' SALARI - IN EUROPA DIFFERENZE MEDIA 16%. PRIME DONNE SCUOLA POLITICA AL FEMMINILE DI + EUROPA LANCIA CAMPAGNA #StessaPaga

    Corriere di Como: Parità salariale, ‘Prime donne’ lancia campagna #StessaPaga

    Sardegna Reporter: Prime Donne lancia la campagna #StessaPaga

    La Gazzetta del Mezzogiorno: Parità salariale, 'Prime donne' lancia campagna #StessaPaga

    La Gazzetta di Parma: Parità salariale, 'Prime donne' lancia campagna #StessaPaga

    Bescia Oggi: Parità salariale, 'Prime donne' lancia campagna #StessaPaga

    Il Giornale di Vicenza: Parità salariale, 'Prime donne' lancia campagna #StessaPaga

    L'Arena: Parità salariale, 'Prime donne' lancia campagna #StessaPaga

    Tiscali News: Parità salariale, 'Prime donne' lancia campagna #StessaPaga

  • published STESSA PAGA - EQUAL PAY DAY in Un altro genere di politica 2022-01-18 14:40:04 +0100

    STESSA PAGA - EQUAL PAY DAY

     

    Il team Prime Donne
     
    In Europa le donne sono pagate, in media, il 16% in meno rispetto ai colleghi uomini, il che corrisponde a circa due mesi di lavoro non retribuito.
    Per questo motivo il 4 Novembre la Commissione Europea ha istituito l’Equal Pay Day, giornata dedicata alla sensibilizzazione del divario salariale.

    Prime Donne ha lanciato la campagna social #STESSA PAGA per denunciare questa disparità e scuotere la coscienza pubblica.

    In Italia, la parità salariale è ancora un miraggio. Secondo il Report del World Economic Forum, l'Italia si posiziona in fondo alla classica: 125° posto su 153 Paesi del Mondo. Eurostat stima che il gender pay gap nel settore privato è del 20,7%, inserendo il nostro paese al 18° posto su 24 paesi membri. Un aspetto significativo è che il divario aumenta con il ridursi del livello di inquadramento: per gli operai il gap è dell’11% rispetto al 9% dei dirigenti. Il gap retributivo più ampio si riscontra nei settori in cui vi è una maggiore presenza e occupazione femminile: servizi alla persona, industrie tessili, abbigliamento, arte, moda. Sebbene la presenza di forza lavoro femminile sia qui preponderante, quella maschile è retribuita di più. In termini assoluti, però, i settori in cui la differenza salariale è maggiore rimangono quelli più ricchi: finanza, commercio e servizi.
    Questa disparità è visibile anche all’interno del sistema pensionistico. La differenza della pensione media fra contributori di sesso maschile e femminile è di circa 4 mila euro, il che equivale ad un divario di genere del 30%.

    Con la parità salariale il PIL globale può crescere fino al 35% in più entro il 2025. Mentre la Banca d’Italia stima che il PIL italiano può crescere di mezzo punto l’anno.
    La parità salariale è dunque un obiettivo necessario per la crescita del nostro paese.

    Le differenze di stipendio dipendono anche dal tipo di contratto stipulato. Secondo l’ISTAT le donne impiegate con contratti part time sono il 32,9%. Gli uomini con part time l’ 8,8%. Nel 2020 il lavoro di cura familiare grava ancora maggiormente sulle donne (dalle 3 alle 6 ore al giorno). La formula “part-time” è sì più richiesta dalle donne per riuscire a gestire vita lavorativa e familiare, ma viene anche imposta dai datori di lavoro i quali anticipano stereotipi di vita. Per giunta, spesso il part time prevede a parità di mansioni, un salario medio inferiore a quello dei full time.
    Altro dato significativo è che le donne sono meno pagate degli uomini, ma più istruite. Negli ultimi anni il numero di donne in possesso di una laurea è aumentato sensibilmente. Nel 2019 le donne laureate sono state mezzo milione in più rispetto agli uomini e con miglior risultati. Il numero delle studentesse che si laurea in corso e con voti migliori supera quello dei colleghi maschi. L’istruzione dovrebbe essere uno dei criteri principali per fare carriera e avere accesso a ruoli manageriali. Gli uomini laureati guadagnano circa 17.000 euro in più l’anno rispetto ai non laureati. Le donne laureate invece, guadagnano solo 8.000 euro in più rispetto a non laureate.

    Detto ciò, quali strumenti abbiamo in Italia per raggiungere la parità salariale?

    La Deputata Chiara Gribaudo ha stilato una proposta di legge che prevede una revisione del Codice delle Pari Opportunità (Dlgs 198/2006), finalizzata a stabilire un obbligo di pubblicazione delle misure aziendali volte a colmare le diseguaglianze e a garantire pari rimunerazioni nelle imprese con più di 50 dipendenti. Tale proposta è raggiungibile grazie a una maggiore trasparenza dei dati sui salari, che dovranno essere accessibili anche ai dipendenti, e con l’introduzione di controlli e sanzioni che concretizzino questi nuovi obblighi.
    A breve, anche la Commissione europea pubblicherà una proposta sulla trasparenza dei salari. Prime Donne sostiene entrambe queste proposte. È importante rafforzare al più presto gli strumenti necessari a raggiungere la parità.

    Per questo insieme a Roma in Azione, GEV - Giovani Europeisti Verdi, Figli Costituenti, Volt Italia in occasione del Equal Pay Day europeo chiediamo #StessaPaga per Stesso Lavoro. Perché raggiungere la parità di genere, oltre a rappresentare una questione di giustizia sociale, è il maggior moltiplicatore potenziale della ricchezza di tutti, uomini e donne.

    Che aspettiamo? Per le donne e per tutti noi chiediamo #StessaPaga

  • Il Professionismo non è per Tutti!?

    Di Antonella Lancellotti

     

    In un'intervista la calciatrice italiana Sara Gama, capitano della nazionale italiana femminile, nonchè difensore della Juventus, durante una trasmissione televisiva, affermava che le calciatrici italiane non sono considerate delle professioniste, ma delle dilettanti, e sul loro documento di indentità risultano come disoccupate.

    Affermazioni che mi hanno lasciata sbalordita, incuriosita ed hanno attirato il mio interesse nei  confronti di uno sport che non amo molto.

    Cosi ho iniziato le mie ricerche ed ho scoperto che al calcio femminile non si applica la L. n. 91 del 1981, la quale definisce chi sono i professionisti sportivi, oltre a disciplinare i rapporti tra le società sportive e i giocatori professionisti. La legge demanda l'attribuzione della qualifica alle federazioni sportive nazionali.

    Infatti, le Norme Organizzative Interne della F.I.G.C. (la federcalcio), qualificano come “non professionisti” i giocatori partecipanti ai campionati di calcio femminile, che svolgono attività sportiva per le società che sono associate alla lega nazionale dilettanti. Per tutti i “non professionisti” è esclusa ogni forma di lavoro, sia autonomo che subordinato.

    Quindi le calciatrici sono considerate delle dilettanti e possono solo firmare degli accordi economici con le società sportive, disciplinati sempre dalle norme di organizzazione interna della federcalcio (ex art 94 ter). Nella realtà, però, svolgono un'attività sportiva a titolo oneroso con carattere continuativo, quindi sono delle professioniste a tutti gli effetti.

    Le giocatrici non hanno gli stessi diritti dei loro colleghi uomini e non  hanno le stesse tutele di qualunque altro lavoratore subordinato: contributi pensionistici, maternità e tutele contro le molestie, insomma non hanno tutti quei diritti che spettano ad un qualunque lavoratore subordinato o autonomo. Sono delle disoccupate.

    Ci sono differenze anche all'interno dello stesso calcio femminile. Se si gioca per una grande squadra di serie A, si è "delle privilegiate", come sosteneva la capitana della nazionale nell'intevista, perchè si hanno maggiori tutele rispetto a quelle giocatrici che appartengono ad una squadra economicamente inferiore, anche se della serie A.

    Eppure grazie ai mondiali di calcio del 2019 disputati in Francia, l'interesse per il calcio femminile è aumentato, si è passati a considerarlo una sport "troppo lento” ad un gioco avvincente ed entusiasmante, a tal punto che una partita di calcio dei mondiali (Italia-Brasile) trasmessa in tv, ha raggiunto uno share del 29%.

    Ed ancora: nel 2018 i tesseramenti delle donne alla Federcalcio sono aumentati di circa 8%, di cui quasi il 54% del totale è costituito dalle Under 18. Negli ultimi anni la squadra nazionale femminile ha raggiunto degli ottimi risultati anche a livello internazionale.

    Ciò non è stato sufficiente a riconoscere un'idendità alle giovani giocatrici, che investono il loro futuro in un lavoro in cui vige ancora il  pregiudizio che "le donne non sanno giocare a calcio".

    Non è stato sufficiente ad eliminare le discriminazioni esistenti all'interno del calcio femminile e non  è bastato ad equipararlo al calcio maschile.

    Le disuguaglianze e le disparità sono state molto evidenti anche nella fase successiva al lockdown, la cosidetta fase 2 di ripresa di tutte le attività economiche e lavorative.

    Infatti, il campionato italiano maschile a giugno riprendeva, anche se a porte chiuse, mentre per la Serie A femminile, la Figc decideva il blocco per 6 mesi e la mancata assegnazione dello scudetto, fissando la data della prima partita al 22 agosto 2020.

    Gli interessi economici e i diritti tv, che sono la maggiore risorsa dei club, hanno prevalso sui valori e sui principi che lo sport dovrebbe trasmettere.

    Lo sport, insieme alla scuola, alla famiglia costituiscono un ambito importate di formazione per le future generazioni e dovrebbe infondere messaggi positivi.

    Dovrebbe promuovere l'uguaglianza di genere, riconoscendo gli stessi diritti senza distinzione di sesso, ed invece ci ritroviamo in un mondo ancora del tutto maschilista in cui l'identità della donna lavoratrice viene sottovalutata.

    Non si tratta solo del riconoscimento di attribuire un ruolo apicale alle donne nel mondo dello sport e della società o di riconoscere la parità salariare, si tratta di accreditare uno status che le donne calciatrici meritano con tutte le tutele che ne derivano. Sono delle lavoratrici che hanno dei doveri e dei diritti come qualsiasi altro professionista.

    La legge del 1981 andrebbe modificata ed ampliata, ma ancor prima ognuno di noi dovrebbe infondere ed educare alla cultura che qualsiasi attività sportiva e non, può essere esercitata da chiunque, senza distinzione di genere e riconoscendo pari dignità.

  • La Guerra dei Fagioli per Accaparrarsi i Voti dei Latinos

    Di Isabella Sitar

     

    Cosa non si fa per recuperare voti?

    In vista delle elezioni presidenziali si è aperta quella che ormai è stata chiamata “la guerra dei fagioli”. In ballo ci sono i voti dei latinos contesi tra Trump e Biden.

    Tutto è iniziato quest’estate, quando Robert Unanue, amministratore delegato di Goya, icona alimentari della comunità ispanica, ha pubblicamente elogiato Trump durante un evento alla Casa Bianca. “Siamo davvero benedetti ad avere un leader come il presidente Trump”, ha detto Unanue.

    In risposta è nata una campagna di boicottaggio dei prodotti alimentari Goya, cui ha aderito anche Alexandria Ocasio Cortez l’esponente democratica di origini portoricane, popolarissima tra i latinos.

    In risposta al boicottaggio dei prodotti Goya, Trump si è fatto immortalare nello Studio Ovale, con i barattoli di fagioli Goya allineati sulla scrivania, pollici in alto e sorriso smagliante.

    Ma come, Trump non ha mai fatto mistero dei suoi sentimenti anti-ispanici e oggi difende a spada tratta i prodotti Goya? Che è come per un italiano difendere la reputazione della pasta Barilla?

    Trump ha detto che i messicani sono tutti stupratori.

    Nel suo passato di imprenditore immobiliare è stato denunciato per aver suggerito di non affittare appartamenti a ispanici e afroamericani.

    E ha attaccato la Cortez dicendole di tornare al paese corrotto da cui è venuta.

    Peccato che Alexandria Ocasio Cortez sia nata negli Stati Uniti da genitori portoricani, e cresciuta nel “barrio” il quartiere ispanico di New York.

    Ma il presidente sa bene che quasi la metà degli americani non sa che i portoricani sono cittadini americani come loro e fa quindi leva sulla loro ignoranza.

    Puerto Rico è uno stato non incorporato degli  Stati Uniti a seguito della guerra ispano-americana del 1898.

    Nel 1917 i cittadini portoricani hanno acquisito la cittadinanza americana (Jones Act), appena in tempo per partecipare alla mattanza della Grande Guerra.

    Nonostante i portoricani abbiano servito la bandiera U.S.A. durante tutte le guerre americane, l’anno scorso Trump si è recato nell’isola caraibica, devastata dall’uragano Maria, e alla folla venuta a riceverlo ha gettato in faccia rotoli di carta igienica.

    Una mancanza di rispetto per un paese che stava vivendo una tragedia.

    Contro Trump si è schierata anche la star ispanica Jennifer Lopez, amata dai latinos e non solo, durante il suo spettacolo al  Super Bowl, l’evento sportivo più seguito e amato dagli americani.

    Durante l’evento c’erano bambini che cantavano all’interno di gabbie, rappresentando quello che è realmente successo al confine con il Messico dove i bambini che cercavano di attraversare il confine erano trattenuti all’interno di gabbie. Un messaggio contro le politiche migratorie del presidente.

    Insomma, Trump con i latinos ci sta come i cavoli a merenda, ma per i voti si fa pure la pubblicità ai fagioli!

  • Il denaro è mio e lo gestisco io

    Non so se vi sia mai capitato di sentire parlare dell'undicesimo comandamento.

    Mai? Neppure per sentito dire?

    Beh, come darvi torto, l’undicesimo comandamento non esiste, o meglio, è stato insabbiato nei secoli e sapete qual è?

    “Insegna ad una donna a saper gestire il denaro”.

    Certo, in primo luogo verrebbe da chiedersi “prima ancora di insegnare ad usarlo, ad una donna bisognerebbe dare la possibilità di guadagnarlo”.

    Ne sono ben consapevole e proprio per questo motivo vorrei focalizzare l'attenzione - spero anche la vostra - su una questione che riguarda le donne in maniera trasversale, senza distinzione di titolo di studio, di ambiente in cui si è cresciute, o inclinazione ad avere una mente predisposta al “far di conto”, ossia l'educazione finanziaria di genere.

    Spinta dalla curiosità di capire la reale situazione in Italia, da una recentissima indagine condotta da Eumetra per una società di credito al consumo ho letto che “le donne si occupano direttamente solo delle spese quotidiane, fanno da supporto a chi gestisce le vacanze e poco altro, mentre per il resto si affidano al compagno o al papà”.

    In pratica le donne italiane – anche quelle che lavorano – non sono ancora autonome nella gestione del denaro. Non hanno le competenze necessarie, ma soprattutto, e purtroppo, preferiscono delegare.

    Sempre secondo il Corriere della Sera per il Family Business 2019 “gli uomini concentrano il loro patrimonio in immobili (61 per cento) e investimenti finanziari (il 50 per cento); tra le donne, le percentuali scendono rispettivamente al 50 e al 31 per cento.

    Ed ancora, in base ai dati raccolti dal Museo del Risparmio di Torino (sì, perché esiste pure un museo del risparmio in Italia e la cosa paradossale è che è diretto da una donna, Giovanna Paladino) ancora oggi il 21 per cento delle italiane non ha un conto corrente personale, e solo il 50 per cento si ritiene abbastanza competente in ambito finanziario.

    Tra i Paesi dell’OCSE, l’Italia è quello dove c’è una maggiore differenza di genere nell’alfabetizzazione finanziaria al pari dei Paesi Arabi.

    Non dovrebbe allora stupirci che, a quindici anni, le ragazze italiane a fronte di una domanda sulla finanza rispondano più spesso con un “non lo so” rispetto ai loro coetanei maschi.

    Beh, ammetto che anch’io a 15 anni avrei risposto “non lo so”, ma questa sarebbe stata la risposta che avrei dato anche se qualcuno mi avesse chiesto se preferissi lo smalto X numero 10 o quello più tenue numero 5.

    Io sono fermamente convinta che dietro questa diffidenza “femminile” verso la finanza, non via sia, come molti tendono a spiegare, una banale ragione di mancanza di interesse, piuttosto una mancanza di fiducia in se stesse, dettata dal fatto che non sono stati forniti gli strumenti e le occasioni alle donne per imparare ad appassionarsi e a gestire il proprio danaro.

    D’altronde, riprendendo l’indagine sopra richiamata “Solo se sono single, le donne si assumono le loro responsabilità. E quando succede, sono bravissime”.

    Da questo discende come diretto corollario che i talenti femminili ci sono, però mancano gli strumenti per gestirli.

    Raggiunta questa consapevolezza proprio tra noi donne, il passaggio successivo è attuare una serie di politiche e di interventi che mirino alla alfabetizzazione finanziaria. Attualmente i primi passi verso questa direzione sono stati fatti, per lo più da fondazioni private che hanno organizzato corsi gratuiti di educazione finanziaria fortemente voluti, pensate un po’, da donne, ma il percorso è ancora molto in salita.

    Dovremmo batterci per rendere obbligatoria nelle scuole la educazione finanziaria sin dalle elementari e rendere interessante la materia attraverso toolkit, tutorial didattici, applicativi per la pianificazione finanziaria, giochi interattivi per raggiungere in maniera efficace e la popolazione.

    Partendo anche dalla mia esperienza personale, qualche anno fa ho seguito un corso gratuito di finanza organizzato dalla Global Thinking Foundation, grazie al quale oggi quella quindicenne che è in me riesce a rispondere con maggiore padronanza sia a domande sulla finanza sia su quale smalto preferisce e si sente, anzi, mi sento molto più sicura di me stessa.

    Perché prima ancora della educazione finanziaria, sapete qual è la più grande lezione che una donna dovrebbe imparare?

    Parafrasando la poetessa ventisettenne Rupi Kaur, di origine indiana, la più grande lezione che una donna dovrebbe imparare è “che fin dal primo giorno ha già in sé tutto ciò che le occorre. È stato il mondo a convincerla del contrario” e, aggiungerei io, con buona pace di chi crede anche in quei benedetti Dieci Comandamenti.

  • Perché parlare di genere significa parlare di economia

    di Marina Rallo

    Il periodo di crisi economica che stiamo vivendo e che continueremo a vivere deve essere una priorità per l’agenda politica, tuttavia le risposte che le Amministrazioni Pubbliche stanno fornendo sembrano improvvisate e provvisorie. Paradossale visto che, proprio nei momenti di crisi, bisognerebbe invece ricorrere a nuove metodologie, scientificamente efficienti, che possano offrire soluzioni durature. Per questo sembra oggi ancora più attuale parlare di gender mainstreaming.

    La valutazione dell’impatto di genere è infatti un metodo di valutazione delle conseguenze che ogni scelta, attività politica ed amministrativa hanno sulla popolazione in base al genere di appartenenza.
    Perché è importante questo metodo? Spesso i temi legati al genere sono visti come velleità, come una coccarda colorata che un partito può apporsi al bavero per avere consenso facile. È possibile, invece, dimostrare brevemente perché l’impatto di genere è anche un metodo economico funzionale per prendere decisioni più consapevoli ed addirittura più funzionali per la collettività.
    Un semplice esempio? La prevenzione della violenza sulle donne. Attualmente il rapporto tra costi di prevenzione e le spese che l’Amministrazione deve sostenere qualora avvenisse la violenza è di 1 a 9. Ovvero: per ogni euro speso in prevenzione se ne risparmierebbero altri nove. Se non vogliamo parlare di diritti umani (perché i diritti delle donne sono diritti umani), se non vogliamo parlare del tema della violenza di genere in termini di giustizia ed equità, se questi temi vengono considerate “velleità”, allora parliamone in termini economici.

    In un momento storico in cui il Paese si trova a dover affrontare gravi ripercussioni economiche dovute all’emergenza Coronavirus, sembrerebbe essenziale attuare metodi di valutazione economica più efficienti: come emerso dai dati riportati sulla violenza di genere, se l’Amministrazione attuasse il metodo di valutazione di impatti di genere potrebbe assicurare alle casse dello Stato un risparmio di nove volte maggiore. Eppure, il gender mainstreaming (di cui si parla dalla Conferenza di Pechino del 1995) non è un metodo particolarmente diffuso, soprattutto nei programmi dei partiti.
    Ancora, alcuni studi dimostrano che un maggior tasso di occupazione femminile porterebbe ad aumentare il tasso di fecondità: investire nell’occupazione femminile significherebbe investire nell’aumento demografico del Paese. In quest’ottica, l’occupazione diventa incentivo alla maternità e non il suo deterrente. L’analisi di genere permetterebbe quindi di conoscere gli effetti secondari delle politiche occupazionali trovando soluzioni a numerose urgenze del Paese.

    Questi sono solo alcuni degli esempi più intuitivi che permettono di cogliere le potenzialità della valutazione dell’impatto di genere: il genere è un fattore determinante delle scelte politiche e continuare ad ignorarlo precluderebbe soluzioni economiche e sociali efficienti.
    Sembra dunque oggi essenziale parlare di gender mainstreaming: l’attenzione all’impatto di genere può ed anzi deve divenire metodo decisionale standard. L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha influenzato in modo determinante il nostro vivere e la nostra economia rendendo necessaria una rivalutazione globale delle nostre scelte in campo economico. In questa prospettiva, il gender mainstreaming sembra poter offrire una risposta efficiente in termini economici e sociali.
    Non resta che augurarsi che la valutazione di impatto di genere arrivi al centro dell’agenda politica, superando quell’imbarazzante silenzio o, nelle situazioni migliori, quel lezioso compiacimento che aleggia nei temi legati al genere e ne preclude le potenzialità.

  • Se (anche) l'intelligenza artificiale discrimina

    di Isabella Sitar

    Durante il Martin Luther King Day, Alexandria Ocasio Cortez, neo deputata eletta a New York a 29 anni, affermava: “le tecnologie portano con sé iniquità razziali perché gli algoritmi sono pur sempre fatti da uomini”. Contro di lei si sono scagliati repubblicani e conservatori, quella parte della politica che sostiene che il problema del razzismo e delle discriminazioni siano una “invenzione”; in realtà i fatti più recenti dimostrano che non è affatto così.

    L’uccisione di George Floyd da parte della polizia e le mobilitazioni del movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti, hanno avuto grande eco in tutto il mondo.
    Da un angolo all’altro del pianeta decine di migliaia di persone sono scese in piazza, sfidando il distanziamento sociale contro il coronavirus.
    Se è vero che la storia si ripete, sembra di rivivere quello che è successo negli anni '60 del secolo scorso negli Stati Uniti con la differenza che oggi c’è una presenza massiccia di telecamere e cellulari che permettono una diffusione virale dei video attraverso i social media.

    Ma che cosa c’entra il movimento Black Lives Matter con l’Italia?
    Gli Stati Uniti sono oggi la prima potenza mondiale e quello che succede in quel paese influisce sul mondo intero, come accade dagli anni '60.
    In quegli anni i movimenti per i diritti civili degli afroamericani sono stati fondamentali per avviare le lotte che estendono i diritti civili alle minoranze: i diritti delle donne, degli omosessuali, degli immigrati e dei disabili. Dalla resistenza degli afroamericani sono state emanate leggi che hanno modificato la società moderna recuperando per tutti i cittadini comprese le minoranze quei valori di uguaglianza e libertà che ha introdotto la rivoluzione francese.

    Il Black Lives Matter oggi apre una nuova stagione di lotte dove si contestano il razzismo e in generale ogni forma di discriminazione.
    La discriminazione, però, non riguarda solo il mondo degli umani ma di riflesso anche quello dell'intelligenza artificiale che non solo copia i comportamenti e gli stereotipi di una società, ma li rende anche difficilmente modificabili.
    Nell’intelligenza artificiale la discriminazione avviene attraverso i modelli di apprendimento degli algoritmi che si basano su dati che sono creati quasi esclusivamente da ricercatori bianchi e di sesso maschile dai quali le macchine acquisiscono I pregiudizi, consapevoli o inconsapevoli, che attivano le discriminazioni.

    È noto, ad esempio, che negli Stati Uniti gli eventi di criminalità attribuiti ad afroamericani sono in media più numerosi rispetto a quelli attribuiti ai bianchi, a parità di circostanze. Questa sovra-attribuzione si riflette sui dati utilizzati nell’IA e comporta che venga negata la libertà vigilata molto più facilmente agli afroamericani, e suggerisce più facilmente l’invio di forze di polizia nei quartieri ad alta densità afroamericana.

    Famoso è il caso del software di Amazon per il riconoscimento facciale che è stato venduto in tutto il mondo. La Aclu (American Civil Liberties) ha testato il programma e ha pubblicato gli esiti dell'esperimento. Utilizzando un archivio di 25 mila foto segnaletiche archiviate nei database della polizia e mettendole a confronto con le foto di 535 parlamentari statunitensi, il software ha confuso 28 parlamentari con i criminali. Nel 39% dei casi, i parlamentari scambiati per criminali erano afroamericani, ma considerando che questi rappresentano solo il 20% del Congresso ne consegue che un afroamericano ha circa il doppio delle possibilità di essere scambiato per un criminale.

    Ma la discriminazione non è solo di tipo razziale, riguarda anche il genere.
    Non è una coincidenza che gli assistenti vocali come Siri, Alexa e lo stesso navigatore delle macchine, abbiano una voce femminile: le voci femminili incarnano l’assistenza, l’aiuto, l’accoglienza e la benevolenza. Tutte caratteristiche che la società comunemente associa all’interpretazione del ruolo materno della donna, rafforzandone lo stereotipo.
    I ricercatori hanno evidenziato che l’IA diventa un problema anche quando viene utilizzata per scremare curricula nei processi di selezione.

    Sempre Amazon ha sviluppato un software per individuare i migliori talenti in campo tecnologico. Il problema è stato che il sistema faceva riferimento ai curricula sottoposti all’azienda nell’arco di dieci anni e la maggior parte proveniva da uomini. E così il sistema, creato dagli specialisti di apprendimento automatico, aveva insegnato a se stesso che era meglio assumere candidati uomini, discriminando le donne. Nel 2015 l’azienda si era accorta che i programmi presentavano disparità di genere e ha cercato di risolvere il problema; ma rimanendo alto il rischio di altre discriminanti, l’azienda ha deciso nel 2017 di chiudere il progetto.

    In conclusione, se è vero che stiamo assistendo ad un rapido progresso tecnologico e siamo di fatto entrati in quello che viene definito Nuovo Umanesimo Digitale, è necessario che tale progresso si allinei con quello umano. È necessario un Black Lives Matter per il digitale in cui chiedere alla comunità europea di introdurre un riferimento esplicito alla non discriminazione in ogni regolamentazione che riguarda il digitale e che garantisca quei diritti di uguaglianza per cui il mondo intero oggi manifesta.

  • La scuola in Europa ai tempi del virus

    di Nicole Rubano

    Come si è evoluto e a che punto è il dibattito sulla scuola, di ogni grado, nei vari paesi europei, durante e dopo la pandemia?
    In questi mesi, Prime Donne ha comparato le misure prese dai paesi europei in tema di nidi, scuole materne, primarie e secondarie. Sono emerse differenze, ma anche nuove idee e proposte, che hanno arricchito un dibattito trascurato e ridotto in Italia. 

     

    Attraverso i due appuntamenti social di Prime Donne, le questioni inerenti alla scuola si sono rivelate essere ben più complesse di una mera organizzazione della didattica online. La gestione del lavoro di cura per le madri e le lavoratrici, l’offerta di spazi di socialità, l’opportunità di usufruire di pasti e servizi che non tutte le famiglie possono garantire ai loro figli, se non grazie alla scuola, sono tra i temi portati alla luce dalle testimonianze da tutta Europa. 

     

    In particolare, dal Portogallo, Chiara Formenti racconta del senso di comunità che unisce gli abitanti di città e villaggi, creando sostegno e condivisione tra famiglie più e meno abbienti. Anche le misure governative hanno contribuito a sostenere la didattica online, appena la pandemia si è aggravata e ha portato alla chiusura delle scuole. Sono stati distribuiti tablet e supporti informatici, anche se il sostegno dei genitori è stato cruciale per l’apprendimento. Il 18 maggio, finalmente, sono ritornati tra i banchi di scuola i ragazzi degli ultimi due anni delle superiori (16/17 anni) per affrontare gli esami e i bambini dell’asilo nido (0-3 anni), mentre a giugno è la volta dei bambini della scuola materna (3-6 anni). Fondamentale è anche la riapertura, dal 1 giugno, dei centri ATL dedicati a giovani e anziani per praticare attività sportive e ludiche: un ottimo escamotage per mediare tra la sicurezza e l’importanza della socialità. Per quanto riguarda gli altri servizi scolastici, per tutti i mesi della pandemia, le scuole hanno garantito pasti take away per bambini e ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito.

     

     

    Diverse sono, invece, le priorità dell’Olanda - come spiega Allegra Salvadori - incentrate sull’economia piuttosto che sullemisure sociali. Infatti, non si è optato per le restrizioni del lockdown così da non bloccare movimenti e attività commerciali. In questo caso, le scuole sono state riaperte prima: l’11 maggio per le scuole primarie (dai 4 ai 12 anni), in gruppi divisi per alternarsi tra casa e scuola, e il 2 giugno per le secondarie. 

     

     

    Meno coordinate le misure prese in Germania, considerando che, in materia di istruzione, ogni stato federato ha l’autonomia di decidere le proprie modalità di riapertura, come ci ha spiegato Alexandra Geese. In generale, gli spazi scolastici consentono la riapertura in sicurezza, ma è stato scelto un criterio a scaglioni per evitare un rientro in massa. Il tema centrale è stato quello di permettere lo svolgimento degli esami in presenza, per cui dal 27 aprile sono tornati sui banchi gli studenti dell’ultimo anno delle superiori e dal 4 maggio i bambini dell’ultimo anno della primaria. Riguardo all’impatto di genere della chiusura delle scuole, però, i dati mostrano che nell’80% dei casi, le madri hanno dovuto dedicare in media 3 ore al giorno per guidare i figli durante l’apprendimento.

     

     

     

    In Francia, oltre all’impatto di genere, forte è stato anche l’impatto della pandemia sulle classi sociali svantaggiate. Daisy Boscolo ci svela che quello che la stampa italiana ha riportato come un passo indietro sulla strategia di riapertura, in realtà non c’è stato. Il tema della riapertura è stato ampiamente dibattuto soprattutto nella sua dimensione sociale - enormemente assente nel dibattito italiano. Preoccupano le banlieues e le fasce più povere della popolazione, per cui ci si è messi all’opera per identificare zone verdi, dove si potrà riaprire presto e zone rosse. La strategia è stata partire dai più piccoli, perché sono loro che più hanno bisogno di ritrovare la socialità e la regolarità del lavoro scolastico. Dall’11 maggio hanno riaperto gradualmente e su base volontaria le scuole primarie, mentre dal 18 maggio hanno ripreso il corrispettivo della prima e della seconda media italiana. Infine, le scuole secondario hanno ripreso a fine maggio.

     

     

    In Inghilterra, Massimo Ungaro ha descritto una situazione molto più critica. La lentezza con cui sono state adottate le misure di lockdown hanno instaurato un clima di incertezza. Tuttavia, a giugno sono state pianificate le riaperture dal 1 giugno per i bambini dai 5 ai 6 e dai 10 agli 11 anni. Anche gli asili nido hanno iniziato ad accogliere gradualmente i bambini. In aggiunta, prima della pausa estiva del 20 luglio, il ministero dell’Istruzione ha pubblicamente espresso l’augurio che tutti i bambini possano tornare a scuola almeno per il mese finale dell’anno accademico. 

     

    L’unico paese ad aver tenuto aperte le scuole per gli studenti più giovani durante l’epidemia è stata la Svezia. Chiara Ruffa ci descrive misure “soft” di gestione della pandemia, in cui solo le scuole superiori e le università sono state convertite alla formazione digitale, fino alla riapertura programmata a metà giugno. I restanti gradi di istruzione non sono stati chiusi, ma solo sottoposti a nuove regole per minimizzare i contagi: lezioni all’aria aperta con spazi ben divisi e pranzi serviti nel rispetto del distanziamento, mentre, ai genitori, locali offlimits in asili e scuole.  

     

    Sempre dal Nord Europa, Chiara De Franco descrive la situazione in Danimarca, dove le peculiarità del sistema educativo hanno facilitatola riapertura in sicurezza, dal 15 aprile. Ad esempio, per i più piccoli, con una proporzione educatori-bambini di 1:4-6, è stato facile monitorare i soggetti a rischio ed evitare assembramenti di gruppo. Suddivisi in piccoli gruppi, distinti in base a colori diversi, i bambini hanno potuto interagire moderatamente. Inoltre, tutti i nidi, asili e scuole elementari avevano già a disposizione degli spazi all’aperto che sono stati prontamente attrezzati per svolgere lezioni e attività. Le misure igieniche sono state potenziate sensibilizzando i bambini sull’importanza di lavare le mani usando i lavabi predisposti all’ingresso. Nonostante gli accorgimenti, durante la pandemia, circa 11000 genitori hanno firmato una petizione contro la riapertura ad aprile perché contrari al fatto che il paese uscisse dal lockdown cominciando proprio dalle scuole, come se i bambini fossero delle cavie per sperimentare la ripresa post-pandemia. La petizione ha avuto un grande impatto mediatico iniziale, ma è stata superata visto il successo e l’efficacia della riapertura. Infatti, queste misure hanno permesso alle famiglie dei più piccoli di continuare a lavorare durante la pandemia, evitando di bloccare l’economia del paese.

     

    Dalla Grecia, sebbene le scuole si avvicinano alla chiusura del 20 giugno, Simona Moscarelli ci ha aggiornato sull’apertura dell’11 maggio per gli studenti dell’ultimo anno delle secondarie, seguita, il 18 maggio, dal rientro dei ragazzi fra i 12 e i 17 anni. Per le scuole per l’infanzia e primarie, è stata programmata l’apertura l’1 giugno. 

     

     

    Infine, la Spagna, descritta da Steven Forti, sembra essere il paese più simile all’Italia circa le misure prese sul tema scuola. Le scuole navigano nell’incertezza e nella eterogeneità di opinioni e condizioni di ciascuna delle 17 regioni spagnole. In alcuni casi, come nei Paesi Baschi o nelle Asturie, gli studenti più grandi torneranno sui banchi a fine maggio, in altri casi saranno quelli più piccoli a poter ritornare a fare lezione, in altri ancora sembrerebbe che non si riprenderanno le attività fino a settembre. Quello che è certo è che la selectividad, ossia la maturità, si terrà tra fine giugno e inizio luglio. La differenza con l'Italia è che il processo di selectividad, composto da più prove scritte, non si tiene nella scuola superiore frequentata dallo studente, ma nell'università a cui è legato per vicinanza geografica l'istituto superiore. Per quanto riguarda invece le università si è già deciso che gli esami di questo semestre si svolgeranno solamente online e fino a settembre le strutture non apriranno i battenti per gli studenti. Sul prossimo semestre non è ancora chiaro che cosa succederà: si parla di aule che non possono ospitare più di 15 studenti per garantire il distanziamento fisico, di utilizzare gli spazi comuni degli istituti (mense, biblioteche, ecc.) e di lezioni a giorni alterni. Nel caso delle università, che possono decidere in autonomia nel rispetto delle disposizioni generali del ministero, sembra che in molti casi si manterrà la docenza online. Tutto, però, è ancora incerto e prima di luglio sarà difficile avere un panorama chiaro sul prossimo anno accademico. 

    Ai dibattiti, presentati da Costanza Hermanin in diretta Instagram, hanno partecipato:  

    Alexandra Geese, member of the European Parliament, Greens EFA, Germania @alexandrageese

    Allegra Salvadori, Journalist and Strategic Communicator, Olanda, @allegraforever

    Chiara De Franco, Associate Professor, University of Southern Denmark, Danimarca @chiara.defranco

    Chiara Formenti, Creative Marketing Strategist, Portogallo @chiara_ottocollective

    Chiara Ruffa, Associate Professor, Swedish Defense College/Cristina Cella, Senior Economist, Swedish Central Bank, Svezia @laruffaonlain

    Cristina Tagliabue, giornalista, Roma @cristinastag

    Daisy Boscolo Marchi, Responsabile Marketplace Nutri & Co, Francia @littledaisyduck29

    Massimo Ungaro, Deputato rappresentante della circoscrizione estero - Europa, Inghilterra @ungaro.massimo

    Simona Moscarelli, Program Manager presso IOM - UN Migration Greece, Grecia 

    Steven Forti, professore associato di Storia Contemporanea presso l'Università Autonoma di Barcellona e ricercatore presso l'IHC dell'Università NOVA di Lisbona, Spagna

  • Donne imprenditrici: il coraggio di ribaltare gli schemi

    di Isabella Sitar

    Mia mamma ha una storia speciale. Nasce in un’isola dei Caraibi chiamata Puerto Rico, uno stato non incorporato degli Stati Uniti. Per me è una donna bellissima, e in effetti da giovane assomigliava a Whitney Houston la mia cantante preferita, protagonista di uno dei film d’amore che ha fatto sognare tutte le ragazze negli anni ’90, The Bodyguard. Da piccola si trasferisce con la famiglia a New York nella centralissima Manhattan durante i tumultuosi anni ’60. Lì, dopo diversi anni, conosce mio papà, un giovane medico alle prime esperienze lavorative.

    Si rincontrano a Parigi - dove vivono per un paio d’anni - per poi venire in Italia, dove siamo nate io e mia sorella. Mio papà lavora e mia mamma, che ancora non parla italiano e non ha genitori o familiari che possano aiutarla, si occupa di noi e della nostra crescita.

    Mia mamma però, che è sempre stata una donna dinamica e indipendente, sente la necessità di tornare a lavorare una volta che io e mia sorella siamo diventate più grandi.

    Ma come può una donna non più giovanissima rientrare nel mondo del lavoro dopo anni di assenza?

    Siamo a fine anni ’80 ed è solo nel secondo dopoguerra che la Costituzione italiana garantirà alle donne pari diritti con l’articolo 3 e - in particolare - il diritto a ottenere la stessa retribuzione a parità di lavoro, con l’articolo 37. Ma come è capitato con altri articoli della nostra Costituzione questi diritti sono stati a lungo disattesi.

    Le cose cambiano con la legge del 1975, che parifica la posizione di marito e moglie all’interno della famiglia e, con la legge del 1977, che riconosce la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro (assunzioni, retribuzioni e carriere).

    Nella pratica, tuttavia, quest’ultima legge non risulta interamente applicata nemmeno oggi, a dispetto delle numerose direttive emanate in merito dall’Unione Europea. In Italia la partecipazione femminile al mondo del lavoro rispetto agli altri paesi occidentali, è ancora molto limitata: il divario è il più importante fra i paesi Europei e, secondo  il Winning Women Institute, la situazione sembra peggiorare di anno in anno.

    Il problema del lavoro riguarda il modello mediterraneo di welfare state: la cura, infatti, è tradizionalmente affidata alle donne. Secondo una ricerca ISFOL, il 46% delle donne inattive dichiara di aver lasciato il lavoro per le difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia. Un’altra ricerca, invece, effettuata dall’INPS dimostra che il 25%  delle donne che hanno partorito nel 2009, 4 anni dopo non sono più rientrate al lavoro: si parla in questo caso di maternity gap ossia di disparità tra lavoratore e lavoratrice  nel momento in cui le donne partoriscono.

    Non sorprende, quindi, che molte donne scelgano come soluzione alternativa all’inattività quella del lavoro autonomo pur di riuscire a lavorare.

    Secondo l’Osservatorio per l’imprenditoria Femminile di Unioncamere, le imprese italiane sono  6 milioni 94 mila e di queste soltanto 1 milione 335 mila è guidata da donne, cioè  il 21,9%.  Quindi ogni 5 imprenditori  1 è donna!

    Se, da una parte, le più giovani ed istruite sono motivate dal desiderio di indipendenza, dall’altra le più adulte scelgono questa opzione per rientrare nel mondo del lavoro che avevano abbandonato per dedicarsi alla cura dei figli. Perché, sono soprattutto le donne che rischiano di dover restare a casa rinunciando al lavoro per gestire i figli molto più spesso di quanto non accada ai papà che  continuano a guadagnare più delle mogli per il gender gap sugli stipendi.

    Ritorno alla vicenda della mia famiglia.

    Inizialmente mia mamma, conoscendo diverse lingue tra cui l’inglese perfettamente, inizia a svolgere lavori che richiedono l’utilizzo della lingua, ma poi le viene un’idea: decide di avviare un’attività in proprio. E l’idea è quella di partire da sé, dalle sue caratteristiche e peculiarità che tanto incuriosiscono le persone. L’idea è quella di far conoscere la sua terra, le sue origini e la sua cultura che all’epoca era ancora sconosciuta alla maggior parte della persone. L’idea è quella di trasformare una passione in lavoro: insegnare a ballare i balli caraibici. In modo amatoriale, si intende, perché mia mamma non è una professionista ma una persona che ama la musica e ama ballare perché la musica è un aspetto fondamentale della sua cultura.

    Ma come iniziare? A piccoli passi, un po’ alla volta, con pazienza, determinazione e una gran de passione. E soprattutto con l’aiuto di mio papà che l’ha sempre sostenuta nel suo percorso di realizzazione.

    Con il tempo i corsi iniziali  portano alla realizzazione di un progetto più grande: una scuola di danza in cui svolgere corsi di ballo caraibici per adulti e nuovi corsi per ragazzi, tenuti da  insegnanti professionisti. Una scuola assolutamente innovativa per la città, forse anche per l’Italia.

    Oggi la situazione per le scuole di danza e per tutti gli operatori dello spettacolo è drammatica, per questo la vicepresidente di Aidaf-Agis, Liliana Cosi ha lanciato un appello: “Le scuole di danza private in Italia rappresentano un comparto dello spettacolo dal vivo che conta circa 30.000 scuole con un indotto di circa 5 milioni di persone. La formazione dei danzatori è affidata quasi totalmente a loro. E non solo. La loro valenza educativa e sociale è ormai ampiamente provata poiché contribuiscono, in maniera sostanziale, alla promozione, allo sviluppo e alla diffusione della cultura nel nostro Paese, svolgendo un’attività di primaria importanza a livello sociale e aggregativo per i giovani e formando il pubblico del domani. La tremenda emergenza del covid-19 che ci ha travolti, immergendoci in una situazione surreale, ha imposto la loro chiusura mettendole in ginocchio e, se non ci saranno aiuti sostanziali e  concreti, molte saranno a rischio di chiusura".

    Come il settore dello spettacolo molte altre imprese faticheranno a sopravvivere alla crisi provocata dall’emergenza Covid-19. Modefinance, società specializzata nel rating delle imprese e delle banche, analizzando i bilanci di 11 mila imprese manifatturiere lombarde ha rilevato un calo del 10% del Pil nel 2020. Se non vengono adottati dei provvedimenti circa 1.028 imprese rischiano il fallimento.

    L’emergenza sanitaria ha messo in evidenza tutti problemi dell’Italia tra cui i problemi delle donne lavoratrici e imprenditrici che stanno pagando il prezzo più alto.

    I settori che la crisi colpisce maggiormente sono i settori in cui lavorano le donne quelli anche meno remunerativi e cioè turismo, commercio e comunicazione; mentre i settori meno colpiti sono proprio i settori con maggior presenza maschile e più remunerativi cioè banche, ingegneria, area oli e gas. A questo si aggiunga le difficoltà connesse allo smart working con i figli a casa e il lavoro domestico: per il 74% delle donne italiane non c’è nessuna condivisione con il partner perché in Italia sono ancora radicati stereotipi di genere che assegnano alle donne ruoli e compiti familiari che in altri paesi sono condivisi in modo più equo nella coppia.

    Ma più donne al lavoro e più donne che fanno impresa significa avere una maggiore crescita del paese e più bambini che nascono, perché quando le donne lavorano scelgono con serenità di diventare madri, e avere donne dove si prendono le decisioni importanti significa favorire la ripresa economica.

    È necessario rivedere le politiche pubbliche e sociali offrendo servizi necessari in una economia avanzata che attiva le donne, non scaricando su di queste tutto il peso della gestione familiare. Servono più asili nido a prezzo sostenibile, più servizi all’infanzia, congedi obbligatori e prolungati per i padri che contribuiscano a redistribuire gli oneri e a riequilibrare i costi del lavoro tra i generi.

    È necessario inoltre promuovere l’imprenditoria femminile sviluppando una  formazione che incoraggi bambine e ragazze ad acquisire le  STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics), conoscenze e competenze in scienza, tecnologia, ingegneria e matematica, in modo da riuscire a superare gli stereotipi di genere. Ma anche pensare a normative destinate ad agevolare l’imprenditoria femminile in Italia.

    Molti studi sostengono che le donne sono più adatte ad individuare i bisogni del mercato e a coglierne le opportunità. Mancano però i “role model al femminile”, osserva Claudia Pingue, generale manager del PoliHub, l’incubatore gestito dalla Fondazione Politecnico di Milano. Bisogna proporre storie di donne imprenditrici che ce l’hanno fatta. Storie di donne che possano   ispirare e stimolare altre donne.

    Sul tema del “role modelling” sono uscite negli ultimi anni interessanti produzioni, segno che i media si sono resi conto di quanto la loro stessa comunicazione abbia concorso a sviluppare una modalità narrativa unidirezionale. 

    Un’iniziativa interessante è quella del Time che con “100 women of the year dedica 100 copertine alle donne, dal 1920 delle suffragette al 2019 di Greta Thunberg.

    Ma gli elenchi da soli non bastano, serve un’azione culturale che scardini le convinzioni. Bisogna trovare il coraggio di raccontare la nostra storia, valorizzandola e condividendola sia in modo professionale sia in modo personale, perché il personale diventa pubblico quando rappresentare qualcosa può avere un impatto su altre persone.

  • Lavoro di cura e disabilità durante l'epidemia

    di Anita Pallara

    Abbiamo superato ormai abbondantemente il mese dall'arrivo nelle nostre vite del Covid19. In breve tempo è passato da essere un "problema" della Cina a pandemia. Il Covid19 ci ha unito sotto un unico grande tetto globale fatto di paure, storie di coraggio, soluzioni, o presunte tali, comitati scientifici, numeri e scelte da prendere. I numeri sono diventati la nostra Bibbia, grafici predittivi di un futuro che mai come ora è incerto per un Occidente che si trova davanti ad una sfida epocale.

    Gli Stati Uniti sono passati da una fase di negazione totale, ignorando completamente i vari allarmi provenienti dall'OMS, a fronteggiare una situazione molto più devastante dell'11 settembre. La super potenza si è scoperta ferita ed esposta, incapace di proteggere la popolazione più fragile.

    Cosa ci dicono i numeri su questo tema? Le persone disabili negli Stati Uniti stanno morendo di Covid-19 a un ritmo cinque volte superiore a quello del resto della popolazione, sono 25 il numero degli Stati che permettono agli ospedali di non fornire un respiratore ai malati cronici o a chi presenta minorazioni fisiche o mentali, a Long Island, ad esempio, l'80% dei residenti di una casa per disabili intellettivi è risultato positivo al coronavirus. Una percentuale simile si è registrata in varie strutture in Massachusetts e Michigan.

    Si può pensare di affrontare la più grande emergenza del dopoguerra eliminando dalla lista delle priorità le fasce di popolazione più debole?

    Possiamo accettare che un Paese come gli Stati Uniti compia delle scelte così estreme nel silenzio più totale? I numeri in questo caso parlano chiaro, non sono astrazioni. Finita l'emergenza questi numeri resteranno nella storia della nostra umanità.

    In Italia la situazione dal punto di vista sanitario è molto diversa, il diritto alla cura è garantito indipendentemente dalla condizione di salute. Diversa invece la situazione se parliamo in generale di disabilità, nel nostro paese non è stata messa in atto nessuna misura a protezione delle famiglie che convivono con una disabilità, dimenticando che nel maggioranza dei casi le donne sono le principali caregiver.

    Il nostro paese a trazione maschile nella gestione dell'emergenza Covid19, lascia invece solo alle donne la gestione della lista di "non priorità". Donne che anche senza supporto, come spesso accade, stanno reggendo e reagendo con praticità e efficienza.

  • La scuola come luogo di cura

    di Ilaria Botti

    In questo momento in cui l’emergenza sanitaria e la paura della malattia sembrano aver congelato le nostre libertà fondamentali, abbiamo iniziato a dimenticare anche quali sono i nostri diritti - doveri di cittadini. Teresa Mattei, giovanissima deputata che fece parte dell'Assemblea Costituente nel 1946, raccontava di avere un rimorso. Nell'articolo 3 della nostra Costituzione avrebbe voluto inserire anche l'espressione "senza distinzione di età", perché i bambini sono cittadini a tutti gli effetti, non solo quando compiono 18 anni.

    Oggi, proprio a loro non viene assicurato il diritto all’istruzione che nel dibattito pubblico è stato relegato ad una questione di mera necessità relativa alla cosiddetta “Fase 2” e al rientro a lavoro dei genitori con figli.

    Sgombriamo subito il campo da interpretazioni errate: nessuno nega che la scuola svolga anche un ruolo fondamentale nella conciliazione lavoro-famiglia, ma non è il suo compito principale. In queste settimane, dall’inizio del lockdown, la didattica è proseguita per la gran parte degli studenti che frequentano le scuole primarie, medie inferiori e superiori; certo, non in tutta Italia con le stesse modalità e gli stessi risultati, ma non si può negare che non ci sia stata la capacità da parte di dirigenti e insegnanti di trovare un rimedio alternativo alla presenza in aula (tra utilizzo del registro elettronico, videochiamate e chat). Le famiglie, dal canto loro, hanno cercato di attrezzarsi al meglio pur non avendo sempre a disposizione tutti gli strumenti necessari e gli spazi adeguati. Se dovessimo fare un bilancio, sicuramente è stata garantita alla gran parte degli studenti la possibilità di continuare il loro percorso di apprendimento in maniera sufficiente.

    Quindi, andrà davvero tutto bene? Il Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina dichiara proprio oggi in un’intervista al Corriere della Sera che “con l’attuale situazione sanitaria ogni giorno che passa allontana la possibilità di riaprire a maggio” e alle domande sull’inizio del nuovo anno scolastico precisa “stiamo valutando tante soluzioni...sono contraria all’idea di raddoppiare l’orario del personale scolastico...se sarà necessaria la didattica a distanza ci faremo trovare pronti...non mi piace l’idea di studenti con la mascherina a scuola”. Insomma un piano vero ancora non c’è; una strategia che abbia come principio l’idea che non è solo una questione di voti e di pagelle, ma di risposta a un bisogno più ampio non esiste.

    La scuola non è solo la fabbrica delle performance, ma è davvero luogo di inclusione - la scuola è aperta a tutti (art. 34 della Costituzione) - di accoglienza, di crescita e di condivisione. Se si perde di vista questo, allora potremmo continuare per sempre ad impartire lezioni a distanza a migliaia di studenti, mettendoci semplicemente davanti ad uno schermo. Stiamo dimenticando poi i più fragili: gli alunni con bisogni educativi speciali, ma anche chi trova nella scuola un punto di riferimento per i suoi bisogni primari (la possibilità di accedere ad una mensa o di praticare un’attività sportiva). Possiamo pensare che un Paese con un tasso di abbandono scolastico che nel 2018 si è attestato al 14,5%, possa permettersi di chiudere le porte delle sue scuole senza fornire una prospettiva concreta?

    Non si tratta certo di contrapporre la tutela della salute all’esercizio del diritto all’istruzione. Molto si è parlato del fatto che tra i membri delle task force istituite dal Governo non ci siano o ci siano poche componenti femminili. Eppure contiamo molto in termini di contributo al nostro Paese e non solo in questa emergenza: le donne rappresentano il 70% degli operatori sanitari e dell'assistenza sociale nel mondo (anche se ricoprono per lo più ruoli di livello inferiore, con retribuzioni basse); secondo l’OCSE “in Italia, quasi otto docenti su dieci sono donne nell’insieme dei livelli d’insegnamento (rispetto a una media OCSE di sette su dieci). Ciò si riflette nelle discipline di studio scelte dagli studenti: il 90% dei laureati nel campo dell’insegnamento è di sesso femminile”.

    Insomma potremmo dire di essere un esercito operoso senza armi che si occupa della cura di minori, disabili e anziani senza avere una reale rappresentanza. Questa della chiusura delle scuole potrebbe essere un banco di prova per dimostrare che possiamo davvero unire tutte le nostre forze per uno scopo comune. Francia, Danimarca, Austria e Germania hanno già stabilito che gli studenti, a cominciare dalle scuole materne, potranno tornare a frequentare le scuole con le necessarie precauzioni:

    • Scaglionamento delle classi e del numero degli studenti;
    • Pulizia delle mani e controllo della temperatura;
    • Lezioni all’aperto;

    Nessuno ha la ricetta per tornare alla “normalità” ma è necessario che la politica si assuma la responsabilità di prendere le decisioni per garantire a tutti che vengano rispettati sia il diritto alla salute, che il diritto all’istruzione. Perché in Italia questo non è possibile? Perché dobbiamo arrenderci all’idea della nostra presunta incapacità di gestire la complessità?

    Noi donne, lo facciamo da sempre, tutti i giorni e dovremmo chiedere con forza che si tenga conto della condizione dei più fragili, di coloro che ci vengono affidati.

    C’è una frase bellissima della scrittrice Alexis De Veaux "La maternità non è semplicemente il processo organico di dare alla luce. È una comprensione dei bisogni del mondo". Ecco, potremmo iniziare da qui.

    Fonti:

    “Rapporto SDGs 2019. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia”, ISTAT

    Gender imbalances in the teaching profession”, 2016, OCSE

    Delivered by Women, Led by Men: A Gender and Equity Analysis of the Global Health and Social Workforce”, Human Resources for Health Observer - Issue No. 24, 2019, WTO

  • Covid-19, violenza domestica e risposta internazionale

    di Benedetta Dentamaro

    Il confinamento a casa, l’unica misura finora rivelatasi efficace per rallentare il contagio da COVID-19, non è per tutti una misura salvifica. I dati sulla criminalità riportano che, da quando siamo tutti a casa, reati quali i furti in appartamento sono sensibilmente diminuiti. E così sembrerebbe essere, in base alle statistiche, anche per il numero delle violenze domestiche. Ma la realtà è ben diversa :  essere costrette a rimanere tra quattro mura con una persona violenta ha aumentato i crimini in famiglia di circa il 30% in Europa, benché di fatto le denunce risultino inferiori (in Italia, meno della metà) perché in quattro mura diventa difficile anche fare una telefonata di soccorso.

    La Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per la riduzione dei rischi di catastrofi Mari Mizutori ritiene necessario includere specifiche misure contro la violenza domestica nei piani di risposta al COVID-19 gestiti dalle autorità competenti a livello nazionale. Questo perché, se in generale le donne sono le maggiori vittime dei disastri (in particolare quelli naturali) a causa delle disuguaglianze di genere, nel contesto specifico di questa pandemia e delle restrizioni ai movimenti, esse sono poste a grave rischio proprio in casa. E visto che le forze di polizia e i sanitari sono già impegnati a tempo pieno con l’emergenza, l’ONU invita a creare sinergie con le organizzazioni della società civile per occuparsi delle donne in difficoltà. Oltre a stanziare risorse adeguate, ad istituire centri di accoglienza diffusi sul territorio e a potenziare il supporto telematico, le misure nazionali dovrebbero comprendere soluzioni innovative, quali la possibilità che chi lavora nei supermercati e nelle farmacie – cioè praticamente le uniche attività commerciali aperte – possa raccogliere le richieste di aiuto delle donne in tutta sicurezza.

    Facendo eco alla Mizutori, la Presidente della commissione del Parlamento europeo per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere Evelyn Régner ha dichiarato che non solo bisogna intensificare gli aiuti in questo periodo di confinamento, ma anche pensare al post-emergenza, perché le donne saranno le principali vittime della crisi economica a venire. Il Parlamento europeo, da sempre sensibile al tema, non si è limitato alle parole e, tra le altre iniziative concrete per affrontare l’emergenza organizzate nelle sedi di Bruxelles e Strasburgo, ha adibito parte di un proprio edificio nella capitale belga a ricovero per donne vittime di violenza domestica.

    Rispondendo a un’interrogazione dell’Eurodeputata Sandra Pereira, la Commissaria europea per l’uguaglianza Helena Dalli ha dapprima ribadito l’urgenza per l’Unione europea e per i suoi Stati membri di ratificare la convenzione di Istanbul sulla lotta contro la violenza sulle donne, una priorità nell’agenda della prima Presidente donna della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ha, poi, ricordato i diversi programmi europei a supporto di questa battaglia, tra cui varie reti per lo scambio di best practices e i fondi REC (Rights, Equality, Citizens), che finanziano - tra l’altro - iniziative per la prevenzione della violenza sulle donne e sui bambini e per il supporto delle vittime. Infine, la Commissaria ha rilevato che molti Stati membri sono incorsi in procedura d’infrazione per il mancato o non corretto recepimento della direttiva europea 2012/29 sui diritti delle vittime. Tra questi, l’Italia, che ha ricevuto la lettera di formale messa in mora lo scorso luglio.

    A livello nazionale, Francia e Spagna hanno già attivato soluzioni ingegnose : nelle farmacie le donne in difficoltà possono chiedere una « mascherina 19 », un prodotto che non esiste in commercio ma è in realtà un messaggio in codice di aiuto. In Italia, su iniziativa della Ministra per le pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti, nelle farmacie verranno distribuiti opuscoli informativi e sarà esposto il numero verde antiviolenza 1522, attivo 24 ore.

    Proprio la Ministra Bonetti ha firmato il 2 aprile un decreto per sbloccare 30 milioni di euro attesi dal 2019, di cui 20 destinati all’accoglienza e 10 ad attività collaterali, questi ultimi ora dirottati sull’emergenza COVID-19. Tuttavia, questi stanziamenti sono insufficienti a far fronte non solo alle esigenze « ordinarie » ma anche alle condizioni straordinarie attuali, che vedono un aumento dei casi di violenza e nuovi rischi legati alla pandemia.  La D.i.Re (Donne in rete contro la violenza, che gestisce 80 strutture di accoglienza in tutta Italia) lamenta gravi penurie di alloggi idonei alla quarantena, di materiale sanitario e di risorse per campagne d’informazione. In mancanza di mezzi e confrontati all’emergenza sanitaria, molti centri di accoglienza di fatto hanno chiuso e continuano ad operare solo tramite telefono, chat e internet. Già da tempo la D.i.Re chiede al Governo l’istituzione di fondi straordinari, che consentirebbero di finanziare anche attività di formazione e reinserimento delle donne vittime di violenza nel mondo del lavoro, la continuità didattica per i bambini ospiti dei centri di accoglienza, e un « reddito di libertà » per complessivi due milioni di euro.

    Come reperire le risorse necessarie ed urgenti ? Viene in aiuto l’Unione europea.

    L’Eurogruppo ha proposto il 9 aprile una nuova linea di credito del Meccanismo europeo di stabilità (MES), alla quale gli Stati membri dell’Eurozona potranno attingere per ottenere fondi pari a massimo il 2% del PIL nazionale, ad un’unica condizione : che questi fondi siano usati per investimenti diretti o indiretti in assistenza sanitaria, cura e prevenzione connesse all’emergenza COVID-19. Quanto all’Italia, si tratterebbe di circa 35-38 miliardi di euro a disposizione. Però il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato pubblicamente di non voler sottoscrivere la proposta, che il 23 aprile passerà al vaglio del Consiglio europeo, ritenendo che l’Italia non ne abbia bisogno.

    Al contrario, proprio questa nuova linea di credito potrebbe rivelarsi una manna per finanziare le misure antiviolenza connesse alla pandemia. Ciò permetterebbe, inoltre, di svincolare i fondi ministeriali dalla contingenza sanitaria e riportarli alla loro originaria destinazione per le pur fondamentali attività collaterali. Non solo. Il nuovo strumento finanziario all’interno del MES è stato concepito per essere utilizzato da fine aprile alla risoluzione dell’emergenza COVID-19, per cui si suppone che – diversamente dagli altri programmi di supporto dianzi citati, che passano attraverso bandi europei - questi fondi potranno essere percepiti dagli Stati interessati attivando procedure snelle in tempi rapidi.

    Quindi, se il Presidente Conte non vede, al momento, nessuna utilità nel ricorso al MES, gli offriamo noi uno spunto di riflessione.

    NB : tutti i politici citati in quest’articolo in relazione a iniziative contro la violenza domestica sono donne, tranne Giuseppe Conte.

    Questo articolo è stato pubblicato in forma ridotta sul quotidiano Il Dubbio il 22/04

  • Italia, Europa e smart working: facciamo il punto

    di Anita Bernacchia

    L’epoca del coronavirus ci insegna che il mondo globale è imprevedibile, e che non possiamo più permetterci di rallentare innovazione e sviluppo restando ancorati a vecchi modelli di organizzazione del lavoro.

    La crisi sanitaria ha colto l’Italia impreparata per quanto riguarda i modelli di lavoro flessibile, ma non solo. Il nostro paese, rispetto ai paesi europei più sviluppati, sconta uno scarso livello di alfabetizzazione digitale sul lavoro e nella società.

    L’ultimo rapporto ISTATCittadini, imprese e Ict” rileva che il 30% degli italiani non ha mai usato Internet nell’ultimo anno, che il 25% delle famiglie italiane non dispone di connessione Internet e che quasi il 60% non lo sa usare.

    Tristi dati che ci collocano al 24esimo posto tra i 28 paesi UE. Dietro di noi solo Polonia, Grecia, Romania e Bulgaria.

    Eppure il rapporto DESI (Digital Economy and Society Index) della Commissione europea situa l’Italia quasi in linea con la media europea per infrastrutture e servizi pubblici digitali, grazie al grande recupero degli ultimi anni dovuto a iniziative come Repubblica Digitale della Presidenza del Consiglio.

    In tale contesto, non sorprende che, secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working, il lavoro agile sia ancora molto poco diffuso tra le aziende italiane, pur con un picco del 58% tra le grandi imprese. E questo nonostante la legge ad hoc del 2017 che disciplina “l'articolazione flessibile del lavoro subordinato”.

    E in Europa?

    Secondo gli ultimi dati Eurostat (2018), la media europea dei lavoratori dipendenti che lavorano in smart working nel settore privato o pubblico è dell’11,6%, contro un misero 2% per l’Italia (effetto della legge ancora poco percepibile?). Leggendo i dati italiani si apprende che oltre 8 milioni di lavoratori potrebbero lavorare in smart working, il quale resta comunque un fenomeno di nicchia, specie se pensiamo che si parla di lavoro agile anche con 1 solo giorno a settimana lavorato in tale regime.

    Il Nord Europa, dove si parla ormai di cultura del lavoro agile subordinato, conduce la classifica con il 31% di Svezia e Olanda, mentre in Francia e Belgio il dato è di circa il 17%, in Germania l’8,6%. Stupisce il dato tedesco, dovuto forse alla prevalenza della grande industria manifatturiera che spesso non consente modalità di lavoro agile.

    Queste cifre, tuttavia, si relativizzano se guardiamo alle statistiche europee sul telelavoro, che include sia il lavoro agile subordinato che il lavoro autonomo e altre modalità di lavoro a distanza.

    Sfortunatamente, anche qui l’Italia non brilla (3,6%), mentre è al primo posto di nuovo l’Olanda con il 14%, contro una media europea del 5%. Il resto delle percentuali riproduce a grandi linee la situazione dello smart working, con il Nord Europa ai primi posti, e ottimi dati per la Polonia (4,6%) e i paesi baltici, guidati dal 7,6% dell’Estonia, del resto paese più digitalizzato del continente. Sarebbe interessante indagare perché in Romania e Bulgaria, che chiudono miseramente la classifica, i dati su lavoro agile e telelavoro corrispondono, entrambi rispettivamente allo 0,4% e 0,3%.
    Si potrebbe ipotizzare –ma vale comunque la pena menzionarlo- che le definizioni di telelavoro e/o smart working varino da paese a paese, e che in alcuni stati esse corrispondano per carenza di modelli lavorativi differenziati. Pertanto le statistiche restano difficili da analizzare e da interpretare.

    Tra gli strumenti giuridici che tutelano i telelavoratori in Europa, è importante citare l’accordo-quadro sul telelavoro sottoscritto nel 2002 dai sindacati europei poi recepito negli ordinamenti o nei contratti collettivi nazionali. La stessa UE aveva legiferato in materia già nel 1989 con la direttiva sul miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro, e nel 2003 con la direttiva sull'organizzazione dell'orario di lavoro. A queste si aggiungono il quadro strategico dell'UE in materia di salute e sicurezza sul lavoro 2014-2020 e altre direttive e disposizioni aggiuntive concepite in base all’art. 153 TFUE. Infine, il pilastro europeo dei diritti sociali proclamato dall’UE a fine 2017 si concentra anche sui lavoratori atipici, come i telelavoratori.   

    Futuro

    La promozione del progresso sociale e il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro della popolazione europea sono tra gli obiettivi perseguiti dall’Unione. Tuttavia, molto resta ancora da fare per una piena integrazione dei modelli di organizzazione lavorativa a livello europeo.

    Che lo vogliamo o no, il coronavirus ha accelerato l’imporsi del lavoro agile, il quale promette di diventare moneta corrente nell’Italia e nell’Europa di domani. Non solo. Oltre a garantire al lavoratore “flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”, può avere importanti ricadute positive per l’innovazione delle aziende e l’alfabetizzazione digitale. 

    Vale dunque la pena, anche in Italia, procedere a una diffusione capillare dello smart working, ispirandosi alle migliori politiche e pratiche esistenti negli altri paesi europei e adeguandosi agli standard UE.

    Lo smart working è il simbolo dell’Italia che lavora e reagisce alla crisi sanitaria. Una crisi che diventa un’opportunità a tutto tondo per il nostro paese e per una nuova rinascita europea, nel segno della solidarietà e di una più forte integrazione.

  • Non angeli ma professioniste

    di Adriana Stefanachi

    Durante questa quarantena forzata ogni giorno sentiamo parlare di medici, infermieri, operatori sanitari, insomma di tutte le persone che ruotano attorno al mondo sanitario e che si prendono cura della salute delle persone, del cosidetto “care work”, quali “angeli” di questa pandemia che costringe “quasi” tutti gli altri a restare a casa.

    Ed è proprio in questa quarantena che ho deciso di spendere un po’ del mio tempo ad analizzare il lavoro di questi “angeli”, soffermandomi sul genere che mi sta più a cuore e nei cui confronti sento spesso il bisogno di tutelare la loro posizione e ruolo, fosse anche solo perché ne faccio parte (ma non è l’unica ragione): le donne.

    Ho cercato e ricercato cosa si intenda per “care work” e, anche se non amo usare inglesismi a dismisura, a mio parere, la definizione che più rende l’idea di cosa c’è dietro, o meglio, dentro questa parola composta, l’ho trovato nel Gender Equality Index dell’European Institute for Gender Equality, secondo cui care work è “Work of looking after the physical, psychological, emotional and developmental needs of one or more other people”.

    Di primo acchito, quando penso alle persone che si prendono cura dei bisogni fisici psicologici, emotivi e di sviluppo di una o più persone, il mio pensiero va alle donne, e non si tratta solo di una mia percezione romantica, ne danno conferma anche molti studi fatti ai tempi del coronavirus.

    Secondo la Shanghai Women’s Federation, le autorità cinesi, che per prime hanno dovuto fare fronte all’emergenza sanitaria da coronavirus, hanno inviato 41 mila operatori sanitari da tutto il Paese nella provincia di Hubei, la più colpita. Al 24 febbraio, 3.387 di questi si erano infettati, e, più di metà dei medici e circa il 90% degli infermieri attivi a Hubei erano di sesso femminile. Inoltre, secondo i dati dell’Oms, più del 70% dei lavoratori che si occupano della salute e della cura della persona in 104 Paesi analizzati sono donne. Donne che guadagnano circa l’11% in meno degli uomini nello stesso settore.

    Ma se volessimo circoscrivere l’area d’indagine alla nostra amata Italia, le dichiarazioni della Sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa dello scorso 7 marzo, hanno evidenziato che nel nostro Paese le donne sono il 67% del personale sanitario, 400 mila professioniste, una crescita tendenzialmente costante rispetto al 2001, anno in cui rappresentavano il 59%.

    Già dieci anni orsono, i professionisti sanitari uomini erano in numero maggiore solo nella fascia degli ultra 65enni, mentre al di sotto dei 45 anni il rapporto numerico sembrava stabilizzarsi su 3 donne per ogni uomo impiegato. Secondo l’analisi di una ricerca del Ministero della Salute svolta da Laura D’Addio, “questa preponderanza delle donne non è più circoscritta a categorie storicamente femminili, come nella professione infermieristica, ma inizia a incidere anche sui ruoli apicali”: dal 2001 al 2010, per esempio, sono quasi raddoppiati i direttori generali donna (da 89 a 163), mentre i medici donna nominati da concorso si sono spostati dal 42% al 55%.

    In particolare, già nel 2010, si riscontra un’altra inversione di tendenza storicamente e culturalmente rilevante: le donne fuoriescono dai settori di specializzazione da sempre più femminili (pediatria, ginecologia, psichiatria, psicologia) e si inseriscono in ambiti tradizionalmente considerati d’appannaggio maschile, come la chirurgia e la radiologia. In parallelo, gli uomini della sanità (medici e infermieri) si collocano preferibilmente in urgenza, strumentazione, tecnologia. Questo “sorpasso”, passatemi il termine, si registra anche nella dirigenza sanitaria non medica: farmacisti, biologi e psicologi donna erano già oltre il 70% dieci anni fa, mentre i posti di dirigente medico di struttura complessa erano però assegnati a una donna solo 1 volta su 10.

    Ebbene uno degli stereotipi più diffusi in ambito socio-sanitario che vuole l’assistenza al femminile e la cura al maschile è non solo una convinzione diffusa da scardinare; ma un approccio da abbandonare che impone un doveroso ripensamento di tutto il Sistema Sanitario Nazionale.

    Ed in una sanità che si sta evolvendo ed è orientata al lavoro di equipe e alla presa in carico globale della persona, (lo abbiamo potuto vedere anche dai filmati che in televisione hanno documentato il lavoro fatto da tutti gli operatori sanitari nelle terapie intensive), il valore aggiunto delle donne in sanità non è comportarsi come gli uomini, ma applicare alla medicina – oltre ovviamente alla competenze specifiche – le proprie caratteristiche, come la tenacia, l’intuito, la capacità di relazione.

    Il femminile in sanità apporta principalmente la capacità organizzativa e di sistematizzazione, la qualità relazionale nei rapporti col paziente diminuendo la distanza (si pensi all’importanza di tale attitudine in alcuni setting clinici come per esempio la comunicazione di diagnosi difficili) l’efficacia nel lavoro di gruppo e nella gestione delle reti di relazioni, la mediazione tra posizioni differenti, la competenza comunicativa.

    Dite che è fuori luogo ripensare ai servizi per la salute al femminile ai tempi del coronavirus? Io dico di no… Sicuramente offrirà sfide nuove e importanti per le donne che operano nei servizi socio-sanitari, ma in fondo anche per tutta la società.

    Non vi ho ancora convinto?

    Allora vi lascio alle parole di Federica Stella, 35 anni, medico del 118 con sede operativa a Mestre, Ausl Serenissima: “(…) Di questo periodo non dimenticherò mai l’inversione del comportamento della popolazione nei nostri confronti. Siamo stati oggetto di violenza, bersagli dell’insoddisfazione nei confronti di una sanità non sempre all’altezza delle aspettative. Per la prima volta da quando ho cominciato raccolgo la gratitudine delle persone. Ci voleva questo virus per fargli capire che ci siamo e ci siamo sempre stati. Noi non siamo cambiati, io non voglio cambiare e spero che quando tutto sarà finito continueremo ad apparire agli occhi di tutti quelli che siamo. Non angeli, immagine retorica, ma grandi professionisti, gente che ha scelto questo mestiere perché ci crede. Come me”.

    Non angeli, ma grandi professioniste.

  • published Smart Working e coronavirus in Un altro genere di politica 2022-01-18 14:30:41 +0100

    Smart Working e coronavirus

    di  Antonella Lancellotti

    I lavoratori che hanno immediatamente iniziato il lavoro da remoto, perché già tecnologicamente attrezzati, non stanno beneficiando dei vantaggi dello smart working descritti all’inizio. In molte abitazioni, si è creata una postazione di  lavoro fissa che non ha nessuna delle caratteristiche che distinguono lo smart working dal telelavoro. 

    Nel 2017 è stata emanata in Italia la Legge 81 del 2017, che disciplina lo Smart Working o Lavoro Agile, definendolo come una modalità di esecuzione dell'attività lavorativa, che si svolge sia all'interno degli uffici aziendali e sia all'esterno, senza degli orari precisi ed utilizzando strumenti tecnologici.

    In definitiva prevede una maggiore flessibilità degli spazi, lavorando da casa o nel parco o dalla biblioteca o magari davanti ad un cappuccino ed un cornetto.

    Flessibilità degli orari che consente al lavoratore di coniugare la vita privata con la vita professionale e svolgere le sue mansioni con una maggiore responsabilità ed autonomia.

    Dall'emanazione della legge ad oggi, in Italia, l'utilizzo dello smart working è cresciuto. Uno studio condotto dall'Osservatorio Smart Working, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, ha evidenziato che, nel 2019, coloro che lavorano in smart working sono aumentati di circa il 20% rispetto al 2018. Circa il 58% delle imprese italiane ha introdotto questa modalità di lavoro nell'organizzazione aziendale.

    I vantaggi per un'impresa che decide di applicare la Legge 81/2017 possono essere molteplici e riguardano principalmente la diminuzione dei costi di gestione (utenze, affitto di spazi, diminuzione dell'assenteismo, ecc.) e, soprattutto, l'aumento della produttività collegata al benessere del lavoratore, che riesce ad armonizzare la propria vita lavorativa e professionale.

    Nonostante questa crescita e i vantaggi che ne derivano, molte imprese, oggi, si sono presentate impreparate e sono state costrette a escogitare le modalità opportune per poter attuare il decreto di contenimento e di gestione del COVID-19, che richiedeva il ricorso al lavoro da remoto.

    Anche aziende di grandi dimensioni, negli ultimi anni, non hanno sviluppato la loro tecnologia in maniera tale da poter consentire il lavoro agile. In alternativa, alcune di esse, hanno attivato dei piccoli progetti indirizzati solo ad alcuni uffici, per verificarne l'effettiva efficacia. Sicuramente lo smart working si è sviluppato soprattutto nei ranghi alti della gerarchia aziendale. Sono principalmente i manager che ricorrono al lavoro agile, in quanto spesso sono costretti a viaggiare da una sede all'altra per riunioni o perché i loro sottoposti sono dislocati in differenti sedi.

    Le nuove disposizioni in atto hanno fatto del lavoro agile una regola collettiva e globale, non più una scelta. Così, nell'affrontare l'emergenza, alcune imprese hanno chiesto ai propri dipendenti di utilizzare i loro dispositivi personali per lavorare da casa. Alcuni dipendenti hanno dovuto acquistare nuovi dispositivi tecnologici, sostenendo un costo imprevisto e magari inopportuno per il bilancio familiare vista l'incertezza economica che sta esplodendo nel nostro paese e nell'Europa, dimostrando senso di responsabilità verso il proprio lavoro.

    Tuttavia, coloro che non erano in possesso di dispositivi informatici, sono stati esclusi dalla possibilità di poter lavorare da remoto, sono stati costretti a prendere ferie o sono hanno dovuto ricorrere agli ammortizzatori sociali.

    I lavoratori che hanno immediatamente iniziato il lavoro da remoto, perché già tecnologicamente attrezzati, non stanno beneficiando dei vantaggi dello smart working descritti all’inizio. In molte abitazioni, si è creata una postazione di  lavoro fissa che non ha nessuna delle caratteristiche che distinguono lo smart working dal telelavoro.

    E' cambiato l'ambiente fisico, manca l'interazione tra i colleghi, ma gli orari sono quelli rigidi e fissi degli uffici e si lavora solo da casa e non dal parco, anche se quest'ultimo ora è uno dei luoghi chiusi per il contenimento del virus.

    Tra le difficoltà di attuazione del lavoro da remoto, si aggiunge anche la chiusura delle scuole. Lavorare con i bambini diventa penalizzante, sopratutto per le donne, che per cultura sono quelle che si dedicano maggiormente alla cura dei propri figli. La cura richiesta dai figli, a casa per ben 24 ore con i propri genitori, aumenta e toglie lo spazio e il tempo da dedicare all’attività lavorativa e a se stesse.

    Le donne, ancora una volta, saranno costrette a scegliere tra la carriera e la vita privata e continuare ad essere, come sempre, multitasking. Sì, perché le donne hanno una capacità acquisita di riuscire a svolgere più attività o compiti differenti contemporaneamente, grazie al ruolo che ricoprono nella società (cura della famiglia, assistenza ai propri genitori ecc..)

    Tuttavia, tralasciando la situazione particolare che stiamo vivendo negli ultimi mesi nel complesso lo smart working potrebbe svilupparsi maggiormente in Italia, se tutti iniziassimo a cambiare la visione che si ha del lavoro, passando dal concetto tradizionale di controllo del lavoro e del lavoratore a quello di rapporto fiduciario tra impresa e dipendente, valorizzando le abilità di ogni singolo lavoratore.

    Speriamo che questa situazione di emergenza possa essere uno stimolo per le imprese e un'occasione per indirizzare i loro investimenti nello sviluppo tecnologico digitale, così da implementare il lavoro agile a vantaggio della produttività e del benessere dei lavoratori e della società.