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  • published Lavoro: Uomini 36mila - Donne 0 in News 2022-01-19 12:23:13 +0100

    Lavoro: Uomini 36mila - Donne 0

    Di Ilaria Donatio

    Non è certo una gara a chi vince un posto di lavoro quella tra uomini e donne. Ma se lo fosse, i dati Istat ci indicano che le donne, nel solo mese di ottobre, hanno perso “36mila a zero”.

    Avete capito bene: 36mila uomini in più hanno avuto in mano un contratto di lavoro a fronte di zero donne occupate aggiuntive. È solo la fotografia di un mese ma in realtà i dati generali sul lavoro sono ancora più preoccupanti: lavora “meno di una donna su due” (il 49,5%) e, su base annua, le lavoratrici in più sono 118mila mentre i nuovi lavoratori sono ben 271mila.

    In più il 70% del lavoro gratuito di cura è prerogativa esclusiva delle donne. Lo chiamano anche “lavoro invisibile” e pesa enormemente sull’occupazione femminile e sul ritorno al proprio posto di lavoro delle donne che hanno dovuto rinunciare per necessità: perché madri, mogli o figlie di genitori anziani.

    Finché sarà così, l’Italia resterà in fondo alla classifica europea per parità sul lavoro: ce lo dicono i dati Eige, Gender equality index.

    Ma il Pnrr non destinava il 30% dei nuovi posti di lavoro alle donne? E non aveva stanziato 4,5 miliardi di euro per creare nuovi posti negli asili nido? Non basta a quanto pare. E allora, perché non procedere, finalmente, a una riforma fiscale che favorisca l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro?

  • Perché “verde e digitale” sono “cosa nostra”, mentre la politica troppo spesso rimane a guardare

    Di Anna Lisa Nalin

    La risposta è piuttosto semplice: perché in Italia da qui al 2025 tra i 2,2 e i 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro richiederanno competenze green o digitali. Si tratta di 6 su 10 lavoratori, circa il 63% del fabbisogno complessivo espresso dalle imprese entro i prossimi 4 anni, incluso turnover (dati presentati da Unioncamere a Job&Orienta, studio Censis Confcooperative, Sole24ore, oltre ad altre fonti). E, per continuare, perché il PNRR ha allocato circa 70 miliardi per sostenere eco-sostenibilità e digitalizzazione.

    Il che significa che il futuro del nostro Paese, ma anche di tutti noi, si gioca su un nuovo campo, poco conosciuto sino a ieri e che, ad oggi, rimane una galassia ancora da decifrare. Se di questa galassia conosciamo i contorni, ora dobbiamo profilarne tempestivamente i contenuti in modo che transizione ecologica e sviluppo sostenibile non rimangano parole poco comprensibili.

    A trainare il cambiamento sono fatti oggettivi in primis EMERGENZA CLIMATICA, INQUINAMENTO e SURRISCALDAMENTO del pianeta.

    Temi come ENERGIA (e relativa decarbonizzazione) MOBILITÀ, RIFIUTI (dalla raccolta allo smaltimento effettivo) sono concetti entrati nella comprensione comune e su cui +Europa intende confrontarsi con sempre maggiore attenzione e competenza.

    E’ il COME, ovvero i processi applicativi, che devono essere messi a fuoco ed implementati per attuare un cambiamento socio-economico dalle dimensioni epocali ed ineludibile.

    Qui ci può aiutare il MERCATO, o meglio, le dinamiche del mercato del lavoro: sono richieste nuove figure professionali (a tutti i livelli e per svariate filiere) in grado di intervenire, gestire o sviluppare processi e strategie ecosostenibili.

    Mario Draghi e il governo da lui guidato stanno mettendo grandi sforzi, competenze ed energie in questa sfida che è generazionale, ma non solo. Molti partiti, invece, cosi come diverse forze sindacali rimangono a guardare o, ancor peggio, tentano di tutelare interessi consolidati nell’ “era passata”, purtroppo non più attuali né ora né in futuro.

    Man mano che il nostro PIL rimbalza sempre più in alto (siamo alla previsione di un 6,3% rispetto il 4% circa di inizio anno) le imprese richiedono non solo profili green per l’edilizia e riqualificazione abitativa (tecnici, ingegneri, installatori di impianti, idraulici) ma anche tecnici per gestioni di reti, sistemi telematici, chimici, operatori turistici e commerciali, operai ed artigiani.

    Non sono da meno le competenze digitali richieste trasversalmente: Itc, analisti, progettisti software, ingegneri energetici, meccanici. Molto e sempre più ricercati, dunque, i profili STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) ma anche i diplomati negli Istituti tecnici o con formazione terziaria ITS. E se la transizione investe appieno le nuove generazioni, non lascia neppure indietro quelle più datate che saranno in grado di riconvertire le loro capacità attraverso importanti percorsi di formazione continua.

    Il dado è tratto, dunque.

    Adesso servono progetti, programmi di formazione e, soprattutto, un cambiamento di mind-set per raccogliere le opportunità già reali sul mercato. I 70 miliardi dedicati ai capitoli dell’innovazione green e digitale provenienti dall’Europa attraverso il PNRR (detto meglio Next Generation Europe che di miliardi ne annovera complessivamente 191,5) sono un incentivo irripetibile.

    Ambiente, economia, lavoro e società ne beneficeranno se saremo in grado di accompagnare la svolta green e digitale per il nostro Paese.

  • Manovra: Emma Bonino, serve intervento su regolarizzazione lavoratori stranieri

    di Emma Bonino

    Leggi l'articolo su La Stampa 

    Mentre in molte parti del continente europeo vengono alzati muri e fili spinati (intorno alla piccola enclave di Ceuta e Melilla, in Ungheria per 175 chilometri, in Bulgaria per 176 e più recentemente tra Polonia – Bielorussia con le relative tragedie, cui si aggiunge il perenne muro liquido del Mediterraneo con naufragi, annegamenti, eccetera) anche per coloro che riescono ad entrare la vita è grama. Prendiamo l’Italia.

    Sono ancora decine di migliaia i lavoratori e le lavoratrici irregolari che oltre un anno e mezzo fa hanno fatto domanda per essere assunti dai propri datori di lavoro, ottenere il permesso di soggiorno e tornare nella legalità, ma i ritardi pesantissimi delle Prefetture e degli altri uffici coinvolti nell’esame delle domande stanno rallentando e ostacolando l’integrazione di queste persone. Poco più di un terzo delle 230 mila pratiche è stato finalizzato finora da parte delle Prefetture. Di fronte a tale situazione, grave e ingiusta, è necessario adottare alcune misure urgenti e ripristinare un po' di equità nei confronti non solo di questi cittadini - a cui la pubblica amministrazione non dà risposte e, anzi, crea complicazioni - ma anche dei datori di lavoro, che sono per lo più famiglie in attesa di poter rendere stabile il rapporto di lavoro con badanti, babysitter e le altre figure impiegate nelle nostre case. Grazie al lavoro della campagna Ero straniero (promossa da Radicali italiani, A buon diritto, Action Aid, Centro Astalli, Oxfam, Casa della carità, Arci e altre organizzazioni) abbiamo potuto monitorare tutta la procedura e mettere a fuoco quali sono i punti critici su cui bisogna intervenire nei prossimi giorni. Innanzitutto, come prevede il primo dei tre emendamenti (a mia firma), vanno stanziate le risorse necessarie a prorogare almeno per il 2022 i contratti degli interinali già assunti presso gli uffici del ministero dell'interno proprio per occuparsi di queste domande e tamponare il perenne sotto organico delle prefetture. I contratti scadono nel 2021 ma senza il loro apporto l’esame delle pratiche rischia di fermarsi del tutto, soprattutto nelle grandi città (a Milano, delle oltre 25 mila domande ricevute, circa 2.500 sono state definite; a Roma su oltre 17 mila domande, siamo a poco più di mille). Abbiamo poi sottoscritto un secondo emendamento – prima firmataria Loredana De Petris - per tutelare chi ha presentato la domanda di emersione ma poi, a causa dei tempi lunghi delle risposte, ha perso uno o più requisiti necessari per completare la procedura: in molti casi, per esempio, lo stesso datore di lavoro si è tirato indietro, non avendo più bisogno di assumere una persona. Crediamo che a queste persone vada dato in ogni caso un permesso di soggiorno, in attesa che trovino un altro impiego: un intervento di questo tipo, del resto, è stato già fatto a seguito della sanatoria del 2012. L’ultima proposta è più ambiziosa ma non per questo dovrebbe spaventare parlamento e governo, essendo un intervento di buon senso e vantaggioso per il Paese in termini di entrate fiscali e contributive e di stabilità sociale. Se è vero - come ha dimostrato l’Inps - che a ogni sanatoria aderiscono centinaia di migliaia di persone che poi rimangono a lungo a vivere e lavorare dignitosamente nel nostro paese, contribuendo in maniera importante al nostro Pil e al nostro sistema pensionistico, non sarebbe meglio introdurre la possibilità di mettersi in regola se si ha la disponibilità di un contratto di lavoro in qualsiasi momento, senza dover aspettare la sanatoria successiva? Questo prevede il terzo emendamento: l’introduzione di una procedura permanente di regolarizzazione a fronte di un lavoro, non legata a una misura straordinaria e a una determinata finestra temporale né limitata solo ad alcuni settori produttivi. Cosa che del resto avviene in Germania e ha dimostrato di funzionare.

    In queste ora il Senato ha, dunque, un'occasione importante, da non sprecare: intervenire per migliorare l'efficienza della nostra amministrazione e per consentire di rientrare nell'economia legale a migliaia di persone indispensabili, soprattutto in questo momento, per la ripresa e lo sviluppo del nostro Paese.

  • published Programma per l'Italia in News 2022-01-18 14:58:44 +0100

    Programma per l'Italia

    Il Comitato Scientifico "Programma per l'Italia” è Presieduto da Carlo Cottarelli e composto da Più Europa, Azione, Partito Repubblicano Italiano, Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia (ALI) e I Liberali, ha il compito di elaborare proposte per risanare il nostro paese, la sua economia e il suo tessuto sociale, mantenendo un saldo ancoraggio europeo ed atlantico.

    Clicca qui e qui per rivedere la conferenza stampa di presentazione.

    Primo capitolo: Una nuova giustizia per l'Italia
    Clicca qui per leggere il capitolo.
    Clicca qui per rivedere la conferenza stampa.

    Secondo capitolo: Valorizzare il capitale umano: scuola, università e ricerca
    Clicca qui per leggere il capitolo.
    Clicca qui per rivedere la conferenza stampa.

    Terzo capitolo: Un lavoro più giusto, efficiente e produttivo
    Clicca qui per leggere il capitolo.
    Clicca qui per rivedere la conferenza stampa.

    Quarto capitolo: Parità di genere
    Clicca qui per leggere il capitolo
    Clicca qui per rivedere la conferenza stampa.

  • published News 2022-01-18 14:57:11 +0100

    News

    Programma per l'Italia
    Pubblicato da · November 10, 2021 2:58 PM · 1 reazione

    Vedi tutti i post
  • Cannabis ed Eutanasia Legale: i referendum dei giovani

    Di Giordano Masini
     
    In soli sette incredibili giorni l’agenda politica di questo paese è stata rivoluzionata, ben oltre il significato di un quesito referendario.
    Le 500.000 firme raccolte in così poco tempo sul referendumcannabis, così come il quasi milione raccolto ad agosto su eutanasialegale (di cui 600.000 ai banchetti) segnalano la distanza siderale tra le principali forze politiche - molte ancora non hanno trovato il coraggio di esprimersi su questi temi - e la sensibilità degli italiani.
    È soprattutto una distanza generazionale: anche sull’eutanasia la maggior parte delle firme sono state raccolte tra i giovani, così come - ma questo sorprende meno - sulla cannabis.
    Dei primi 330mila firmatari per il referendumcannabis, la metà ha tra i 18 e i 25 anni e l’80% meno di 40 anni.
    E dei primi 318mila firmatari online sul referendum eutanasialegale, il 65% ha tra i 18 e i 35 anni.
    I giovani segnalano nuovi bisogni, nuovi interessi, nuove ansie e nuove paure che le generazioni più anziane faticano a comprendere, come evidenzia una ricerca condotta in dieci paesi e pubblicata da Lancet sulla paura diffusa tra i ragazzi e le ragazze per gli effetti del cambiamento climatico.
    E lo stesso si potrebbe dire per il divario di opportunità nel mercato del lavoro, per le risorse sottratte ai giovani attraverso l’uso irresponsabile del debito pubblico.
    Bisogni, ansie e paure che le maggiori (e anche molte minori) forze politiche non intercettano, o che intenzionalmente scelgono di ignorare.
    C’è bisogno, come dice qualcuno, di un “nuovo modo” di fare politica, che rinunci ai partiti perché sono prevalentemente obsoleti gli interessi che scelgono di rappresentare? No.
    C’è bisogno di partiti che raccolgano questo segnale e lo trasformino in una proposta politica coerente e credibile.
    Noi con Più Europa ci siamo.
     
  • Cannabis: Magi, stiamo facendo la storia. Il referendum è un fatto politico.

    Riccardo Magi

    "Stiamo facendo la storia. In 48 ore hanno firmato il Referendum Cannabis oltre 220.000 persone. E' un fatto politico. È come se ci fosse una grande attesa per questa possibilità di discuterne, di cambiare, di legalizzare! È commovente. Ma proprio ora è importante continuare a firmare e a donare per rendere possibile il cambiamento!

    C'è molta attesa nel Paese nonostante il tema sia esploso dal dibattito pubblico, è probabile che avremo nella prossima primavera la consultazione con i quesiti su giustizia, eutanasia e cannabis. La possibilità di firmare per il referendum con l'identità digitale (Spid) è epocale e positiva: molto traffico web al sito della campagna arriva da Instagram, e dunque prevalentemente da utenti giovani".

     

    Dacci una mano!

    Scarica i materiali della campagna referendaria 

  • Referendum Cannabis: aiutaci a liberare l'Italia dalle mafie. Scarica i materiali

    Ce lo state chiedendo in tanti: come posso dare una mano per il #referendumcannabis?
    Potete scaricare e stampare i poster e i volantini della campagna e portarli in piazza per parlare con quanta più gente possibile e convincerla.
     
    SCARICA I MATERIALI
     
    Volete fare ancora di più?
    Con una piccola donazione ci aiuterete a coprire tutte le spese.
    State facendo la storia della democrazia in Italia e con i materiali di campagna siamo letteralmente nelle vostre mani!
     
     
  • Referendum Cannabis: firma online e libera l'Italia dalle mafie

    Da oggi è possibile (con SPID o firma digitale) firmare online su www.referendumcannabis.it il Referendum abrogativo per depenalizzare la Cannabis in Italia e aprire finalmente la strada alla legalizzazione come avviene già in molti paesi nel mondo tra cui gli Stati Uniti e il Canada.
     
    In Italia fare uso di #Cannabis non è reato, coltivarla o acquistarla invece sì. È un paradosso, è come se lo Stato lasciasse l’intero fenomeno alla criminalità organizzata.
     
    VUOI DARCI UNA MANO?
     
    DONA
    Aiutaci con una piccola donazione a portare avanti questa campagna di libertà.
     
    Ora puoi dare voce ai 6 milioni di consumatori italiani che ne fanno uso e che sono costretti a rivolgersi alle piazze di spaccio o a coltivarsela in casa rischiando fino a 6 anni di carcere.
     
    Legalizzare non significa promuovere il consumo ma renderlo consapevole e più sicuro, significa creare migliaia di nuovi posti di lavoro e portare nuovi introiti nelle casse dello Stato (7 miliardi di euro). La cannabis legale libererebbe i tribunali da processi inutili per piccole quantità e garantirebbe ai pazienti che la usano per alleviare i loro atroci dolori di non trovarsi mai più in un tribunale.
    Se il Parlamento è immobile, diamo la parola ai cittadini.
    Vogliamo la Cannabis legale e l’Italia libera dalle mafie.
     
  • published PARLANO DI FEMMINISTI! in Un altro genere di politica 2022-01-18 14:49:09 +0100

    PARLANO DI FEMMINISTI!

    In questa pagina raccogliamo i principali articoli su giornali nazionali che hanno parlato di Femministi! Laboratorio per un altro genere di politica.

     

    Ecco il nostro comunicato:

    FEMMINISTI! La scuola per la parità di genere in cui gli studenti sono i politici uomini debutta a Roma venerdì 2 luglio

    Debutta venerdì 2 luglio a Roma la prima scuola per la parità di genere rivolta a dirigenti politici uomini. L’iniziativa “Femministi! – Laboratorio per un altro genere di politica” è sostenuta dal 2 per 1000 di +Europa, ma partecipata da dirigenti di tutta l’area politica liberal democratica: PD, Azione, Verdi, Italia Viva, Volt, Lista Sala e, naturalmente, +Europa, che la promuove.

    L’iniziativa segue la prima esperienza di scuola politica per la parità promossa dal partito lo scorso anno, “Prime Donne”, che aveva formato 23 aspiranti leader politiche.

    “Alla fine dell’esperienza dello scorso anno ci siamo resi conto che non sono le donne ad avere bisogno di una formazione specifica per fare politica” – dichiara Costanza Hermanin, fellow dell’Istituto universitario europeo e fondatrice della scuola - “ci sono prassi escludenti e politiche pubbliche che rendono difficile il raggiungimento della parità, soprattutto in politica. Questi elementi devono essere portati all’attenzione degli uomini politici, perché ne prendano coscienza e affianchino le donne nella battaglia per la parità in politica, su cui l’Italia sconta un 'gap' più grande che in qualsiasi altro settore”.

    "Femministi!" prevede 15 ore di formazione, con laboratori che spaziano dalla valutazione d’impatto di genere delle politiche pubbliche – una metodologia richiesta dalla stessa Commissione europea per i programmi di spesa del Recovery Fund - all’applicazione della politica delle quote, passando per il “trattamento” che i media riservano alle campagne elettorali delle donne.

    Ai partecipanti che hanno aderito al l'iniziativa - alla fine della due giorni - sarà richiesto un impegno preciso volto a riprodurre i modelli condivisi durante il laboratorio, nell'ambito delle rispettive formazioni politiche.

    Alla conclusione dell’iniziativa, il 9 luglio, il laboratorio "Femministi!" consegnerà 10 premi per la parità di genere alla presenza di uomini e donne politiche impegnate per la parità. Tra i premiati, la direttrice Simona Sala ritirerà il premio attribuito a Radio Rai 1 per l’iniziativa “No Women No Panel” ed Emma Bonino risponderà alle domande di Carlo Pastore.

     

    Di seguito potete trovare gli articoli che parlano di noi:

    La Repubblica.it: Diritti e parità di genere: nasce "Femministi", la scuola di formazione politica per uomini

    Vanity Fair: Parità di genere: nasce "Femministi" la scuola di formazione per i dirigenti politici uomini

    IlMessaggero.it: Parità di genere, nasce «Femministi», scuola di formazione politica per uomini

    Elle.it: A Roma nasce "Femministi!" la scuola di formazione politica per uomini dedicata alla parità di genere

    Ilmattino.it: Parità di genere, nasce «Femministi», scuola di formazione politica per uomini

    Fidest.wordpress.com: Parità di genere: Nasce “Femministi”

    Donna in affari.it: Femministi, scuola di formazione politica per uomini

    Milano Finanza: Una scuola politica per la parità di genere

    Formiche.net: Femministi Lab, i dirigenti politici a scuola di parità di genere

    Ilriformista.it: I dirigenti politici a scuola di parità di genere: debutta “Femministi!”

    Distantimaunite.com: FEMMINISTI, la scuola di formazione politica per uomini

    Primaonline.it: Femministi! Laboratorio per un altro genere di politica (1° lezione)

    Primaonline.it: Femministi! Laboratorio per un altro genere di politica (2° lezione)

    Secolo d'Italia.it: Nasce “Femministi”, scuola di formazione politica per soli uomini: un’altra “priorità” della sinistra

    Michele Serra su Repubblica: Il Collegio dei Fanciulli

    Ilgiornale,it: Il corso per farci diventare femministi convinti

    LiberoQuotidiano.it: Pd, +Europa e M5s, l'ideona per "rieducare" gli uomini: al via i corsi di femminismo

  • FEMMINISTI! LABORATORIO PER UNA ALTRO GENERE DI POLITICA

    Femministi! nasce per colmare il divario di genere in politica.
    Cerchiamo uomini già impegnati in politica, per superare barriere e stereotipi spesso nascosti. Il laboratorio offrirà, grazie ad un programma innovativo, gli strumenti necessari per navigare attraverso l’arcipelago giuridico, organizzativo e semantico che ruota attorno alla parità di genere.

    Renderemo disponibili i dati più recenti sugli effetti economici e sociali che derivano da una politica più inclusiva in termini di rappresentanza. Analizzeremo la sfera della comunicazione pubblica per comprenderne alcune dinamiche escludenti e neutralizzarle. Durante il seminario intendiamo anche usare le esperienze personali dei partecipanti e dei giochi di ruolo per riflettere sui modelli canonici di pratica politica, trattando le norme di genere e gli atteggiamenti informali che ostacolano una leadership inclusiva.

    Perché ci focalizziamo proprio sui partiti politici? I partiti, infatti, sono unanimemente identificati dalla letteratura scientifica come i principali canali inibitori della carriera politica di donne, persone LGBT e minoranze etniche.

    Il progetto è stato elaborato sulla base di esperienze dirette all’interno di partiti politici italiani ed europei e un focus group tra dirigenti ed elette di partito, un sondaggio su un campione di 1000 persone, e la conduzione di Prime Donne. Il laboratorio è basato sulla consultazione della più recente letteratura disponibile e di un ampio network di esperti internazionali attivi in materia di politica e questioni di genere composto da accademici, esperti e organizzazioni della società civile, oltre ai referenti di genere di vari partiti europei e nazionali.

     

    PROGRAMMA

     

    Il seminario si articola in due giornate di incontri in presenza a Roma: il 2 luglio e il 9 luglio 2021.

    Ai partecipanti è richiesta la presenza per entrambe le giornate e a tutte le sessioni. Ogni sessione è moderata e/o presentata da due figure-guida: un uomo e una donna.

    Femministi! sottolinea l’importanza di avere una mobilitazione e partecipazione maschile e gli oggettivi benefici complessivi generati dalle leadership inclusive e dalla riduzione del divario di genere. Perché la parità è una cosa da uomini!

    Per ogni giornata è incluso un coffee break e 1 light lunch, concludendo l’ultimo giorno con un final refreshment.
    La partecipazione al seminario è gratuita.

     

    2 Luglio 2021

     

     

    Sessione 1 - PARLIAMO DI GENERE IN POLITICA
    9:30 - 13:00

    La prima sessione si propone di sensibilizzare con esempi pratici, giochi di ruolo e la tecnica innovativa del forum teatro, i privilegi maschili, gli svantaggi causati dai ruoli tradizionali sia maschili che femminili e gli stereotipi presenti in politica.
     

    Sessione 2 - RAPPRESENTANZA PARITARIA E POLITICHE PUBBLICHE: QUALE RELAZIONE?
    14:00 - 16:30

    La seconda sessione considererà i dati e studi scientifici alla base per una leadership inclusiva. Esperti dimostreranno i vantaggi di un'equa rappresentanza politica in termini di efficacia e qualità delle politiche pubbliche.

     
    9 Luglio 2021

     

    Sessione 3 - PARTITI E LEGGI ELETTORALI: LE BARRIERE DI GENERE
    9:30 - 13:00

    Questa sessione si concentrerà sulle barriere formali e informali che ostacolano la partecipazione politica delle donne e sui meccanismi che i partiti possono adottare per superarle. Verranno presentati dati comparativi sulla leadership politica e su come l'attuale aggiri le politiche delle quote, gli statuti dei partiti e le leggi elettorali. Questa sessione sarà mista, in modo che le politiche donne possano fornire esempi personali e ottenere una formazione diretta sui meccanismi che, intenzionalmente o inavvertitamente, ostacolano la loro carriera.
     

    Sessione 4 - UN ALTRO GENERE DI COMUNICAZIONE
    14:00 - 16:30

    I moderatori guideranno riflessioni su genere e comunicazione e sul modo in cui vengono percepite le donne in politica, esprimendo il legame tra credibilità politica e oggettivazione del corpo femminile. Il nostro obiettivo è mostrare le implicazioni che i ruoli di genere (ad esempio nella famiglia) e le caratteristiche fisiche (ad esempio corpi e vestiti) hanno sulla credibilità e sulla carriera di una donna, diversamente da ciò che accade agli uomini.
     

    Sessione 5 - FEMMINISTI! LAB IN LIVE STREAMING & COCKTAIL PARTY
    16:30 - 18:00

    La sessione conclusiva destinata ad un pubblico più ampio e ai vertici attuali dei partiti commenterà la situazione attuale della politica italiana alla luce del lavoro laboratoriale.

    Questo avverrà attraverso la visualizzazione (spezzoni video e simulazione in presenza) delle dinamiche più attuali nei dibattiti politici in TV, nelle istituzioni deliberative e sui social media per mettere in evidenza le pratiche che scoraggiano la partecipazione politica delle donne, come la violenza politica e la micro-violenza. La sessione e l'evento si concluderanno con un dibattito tra i partecipanti che metterà in scena (simulandole) le dinamiche che vorremmo “per un altro genere di politica”. Riassumeremo così i vari suggerimenti su come rimuovere queste barriere e ottenere una pari rappresentanza, chiedendo infine un impegno da parte dei partecipanti a replicare questa formazione all'interno dei loro partiti.

  • Si riduce l'odio ma aumenta la misoginia in rete. Prime donne intervista Arianna Muti

    Prime donne intervista Arianna Muti sull'algoritmo che individua i twitt misogini elaborato dall'Università di Bologna

     

    Il vostro progetto è stato presentato come un algoritmo che individua i tweet misogini, questa è la notizia, ma volevamo sapere come funziona in particolare?

    Diciamo che quello che si trova su internet è un po’ falso nel senso che non è vero che l’algoritmo va a cercare i Tweet e li segnala o li rimuove, non fa niente di tutto ciò. È un algoritmo che se un utente gli fornisce un tweet, lo classifica, dice se è misogino oppure no e se è misogino dice anche se è aggressivo. Però deve essere fornito da un utente, non c'è ancora l’implementazione per la quale l’algoritmo cerca il tweet online.

    Quindi una volta che viene segnalato, cosa accade?

    Il fatto è che Twitter adesso si basa sulla segnalazione degli utenti per rimuovere i post. Poi c’è un revisore che decide se rimuoverlo o meno. Diciamo che potrebbe esserci una collaborazione uomo-macchina, una macchina che magari aiuta queste figure a rimuovere i tweet e l’algoritmo può supportare poiché una volta segnalato lo può classificare ed eventualmente rimuovere. Però io non credo che verrà implementato perché per ora twitter non usa nessun tipo di di automazione per ora.

    Com'è nata l'ispirazione per questo progetto?

    In realtà l'idea non parte da me, io ho deciso di partecipare a questo task che si chiama automatic misogyny identification i cui meriti vanno a Elisabetta Fersini, la professoressa che ha organizzato questo task. Lei lavora sull’identificazione automatica della misoginia da 7 anni. Io ho voluto partecipare a questo task perchè è un argomento che mi è stato sempre a cuore. Ogni volta che su Facebook, perchè in realtà twitter non lo uso tantissimo, vedo qualche commento sessista o misogino, soprattutto la misoginia internalizzata, tendo a commentare per far notare che non fa bene quello che è scritto, anche se penso che sia una battaglia persa. Chi fa quel tipo di commento di solito non è aperto al dialogo e quindi non capisce perché sbaglia.

    A te è mai capitato di essere vittima di tweet di questo tipo? O di aggressioni misogine su altri social?

    Mi è capitato quando avevo i capelli azzurri, magari scrivevo qualche commento e qualcuno rispondendo “Eh detto da una con i capelli colorati” mi screditava solamente per il colore dei miei capelli, ma non so se il fatto che fossi donna contribuisse. Invece ultimamente dopo l’uscita dell’articolo ho ricevuto parecchi attacchi e supposizioni sulla mia vita privata e la mia vita sessuale. Commenti senza senso del tipo “questa ne ha visti tanti” e altre cose così, semplicemente perché sono una donna che si è esposta. Nel mio studio ho visto che la maggior parte dei tweet misogini sono rivolti a donne che si espongono, politiche, attrici e cantanti. Le frasi generalizzati sono molte di meno rispetto agli attacchi individuali.

    Esiste qualcosa di analogo al vostro progetto anche per gli altri social? Instagram, Facebook ad esempio?

    Che è implementato no, Facebook non usa algoritmi automatici per la segnalazione e rimozione dei post e neanche Instagram : c’è sempre un essere umano che decide quando rimuovere un post. Però ci sono delle ricerche che non vengono implementate.

    Quali sono le implicazioni che speri si possano ottenere da questo algoritmo?

    La cosa fondamentale è che la misoginia online venga riconosciuto come un problema. In italia nell’ultimo anno i post misogini sono aumentati del 90% e la cosa assurda è che quelli di odio generale sono diminuiti (però sono aumentati quelli sulle donne). Quindi è un problema grave, va affrontato e se ne deve parlare. Sono contenta che questa notizia abbia riscosso successo perchè almeno se ne parla, poi per l'implementazione, sinceramente, non sono ottimista. La percentuale media di precisione non è abbastanza alta, 77% non è abbastanza, quindi sono la prima a dire che va migliorato e quando sarà buono abbastanza si potrà pensare di contattare twitter e vedere se sarà possibile implementarlo.

  • Sofa-gate: quando l’Europa siede in silenzio

    Di Eugenia Aguilar Jauregui
     

    Lunedì 5 aprile, ad Ankara, Turchia, si è tenuto un incontro ufficiale fra Unione Europea e governo turco con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. Più che per gli argomenti trattati, la notizia dell’incontro è diventata virale a causa del cosiddetto sofa-gate: von der Leyen è rimasta senza sedia, dopo che le uniche due presenti sono state occupate da Michel ed Erdogan. Nei giornali e nei social, da giorni si è aperto un ampio e partecipato dibattito sul sessismo nei confronti delle leader donne, sulla natura prepotente e dittatoriale del premier turco e sui problemi delle istituzioni europee, conflittuali tra loro e poco rispettate all’estero.

    Vale la pena prendersi cinque minuti per capire meglio come siamo arrivati al sofa-gate e perché si tratta di un episodio che rappresenta perfettamente le discutibili scelte di politica estera adottate dall’Unione Europea nei confronti della Turchia.

    Nessuno si è scandalizzato per il comportamento di Erdogan (da tempo conosciuto come politico misogino e poco attento ai diritti), molti invece si sono sorpresi dell’inazione di Charles Michel, che seppure era perfettamente prevedibile e in linea con il silenzio che l’UE adotta rispetto ad azioni insostenibili della Turchia di Erdogan.
    La scelta di Erdogan di non riservare una sedia a Ursula von der Leyen non è stata casuale, ma premeditata al fine di mettere in luce la fragilità dell’Europa di fronte al suo attuale potere; con un semplice gesto come questo è riuscito a screditare l’importante traguardo di avere per la prima volta una donna a capo di una delle più importanti istituzioni europee. Per dimostrare che non si tratta di un caso basta tornare al 2015 quando di sedie per l’allora Presidente della Commissione Europea Juncker non mancavano, anche in quel caso accompagnato dall’allora presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk.

    D’altronde, cosa ci si può aspettare da un “dittatore” (così come è stato definito dal Presidente Draghi) che ogni giorno fa un passo indietro nella tutela dei propri cittadini e che poche settimane fa, tramite un decreto presidenziale, ha permesso l'abbandono della Turchia dalla Convenzione di Istanbul?

    Nell’anno in cui a causa della pandemia la violenza domestica ha raggiunto in tutto il mondo dei livelli altissimi, diventando una pandemia nella pandemia, la scelta di abbandonare un Convenzione che obbliga i paesi firmatari ad adottare una legislazione che punisca le violenze di genere è un vero schiaffo ai diritti delle donne. Scelta giustificata dal Governo turco con argomentazioni superficiali: secondo loro non sono necessari trattati specifici e le donne sono già tutelate dalla Costituzione turca. I dati però solo allarmanti: secondo l'OMS, nel 2021 in Turchia è stata uccisa circa una donna al giorno. Purtroppo, il passo indietro nella tutela delle donne non è un caso isolato: in generale, i cittadini turchi stanno vivendo continui passi indietro nella tutela dei propri diritti e chiunque metta in discussione le scelte di governo finisce spesso per essere perseguitato con accuse di ogni tipo. Per non parlare dei diritti dei migranti che oltrepassano i confini turchi nel loro viaggio verso l’Europa.

    È proprio nella gestione delle politiche migratorie volute dal Consiglio Europeo, senza tener conto del Parlamento (unico organo sovrastatale europeo), che sorge il principale errore che oggi ha portato anche al cosiddetto sofa-gate. Il rapporto tra Unione Europea e Turchia è indubbiamente importante per l’economia turca e anche per alcuni paesi europei (l’Italia è il secondo più importante partner commerciale europeo della Turchia dopo la Germania), ma la scelta di stipulare accordi nel 2016 volti a finanziare un paese con un capo di governo che è quanto di più lontano dai valori democratici d’Europa pur di esternalizzare la gestione dei flussi migratori e limitare gli ingressi in Europa ha dato origine a pericolose conseguenze.

    La cosa peggiore è che l’Italia, sulla scia e con la benedizione europea, ha replicato questa linea politica con la Libia arrivando a stipulare con l’allora Ministro Minniti gli accordi del 2017 che puntavano a rafforzare i confini e a delegare la gestione ed il contenimento dei flussi alla Libia in cambio di finanziamenti. I risultati sono stati del tutto fallimentari in entrambi i casi: non solo invece di aiutare Libia e Turchia verso un percorso di democratizzazione abbiamo rafforzato le derive più pericolose e dittatoriali, senza evitare che altre potenze mondiali interferissero (come la Russia), ma allo stesso tempo abbiamo fornito loro, e continuiamo a finanziare, pericolosi strumenti di ricatto verso l’Unione e l’Italia.

    La cosa che colpisce del sofa-gate è che dimostra come l’attuale collaborazione, una cooperazione deformata e solo di facciata, stia mettendo in crisi le fondamenta sulle quali si è costruita l’Unione Europea: democrazia, rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani.

    Sostanzialmente siamo artefici di un "virus" che indebolisce gli anticorpi democratici europei e per il quale continuiamo a non cercare un vaccino. Probabilmente se fossimo riusciti a creare istituzioni europee sovrastatali con maggiori competenze rispetto a quelle attuali, oggi non avremmo mai visto accadere qualcosa di simile al sofa-gate. Ma non ne siamo stati capaci e siamo ancora qui. Abbiamo fallito. Prima di entrare in una crisi ancora più profonda, perché tocca le nostra fondamenta, è tempo che gli Stati europei prendano in mano la situazione, trovino nuovi accordi per la gestione della crisi migratoria basati su un vero senso di cooperazione, con l’obiettivo di ridurre le disuguaglianze e di condividere le responsabilità.

  • Cambiamo prospettiva: L'uguaglianza di genere non è solo una questione femminile

    Di Carlotta E. Osti

    Dobbiamo uscire dalla concezione tradizionale che vede l’empowerment femminile e le questioni di genere come una prerogativa esclusivamente femminile. L’empowerment si raggiunge coinvolgendo e mobilitando gli uomini.

    Come spiegato da Costanza Hermanin, “le donne leader vengono scelte quando le posizioni di potere perdono parte della loro attrattiva e autorevolezza.” Leadership e autorevolezza sono concetti tradizionalmente costruiti attorno a concezioni specifiche di mascolinità. Queste prevedono la presenza di uomini potenti con capacità di imporre decisioni in vari ambiti. Per raggiungere una leadership inclusiva e paritaria dobbiamo uscire da pregiudizi di genere ed eliminare gli squilibri di potere provocati da tali norme. Nell’ambiente politico questa è una realtà più che mai esistente dove atteggiamenti sessisti e misogini sono di grande significato e rilievo.

    Un esempio, senza voler entrare troppo approfonditamente nella vicenda, è l’incidente #Sofagate avvenuto durante l’incontro tra il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ad Ankara martedì. Dopo che i tre leader si sono riuniti, a Michel è stato offerto il posto accanto a Erdogan, lasciando von der Leyen in piedi prima di ritirarsi su un divano vicino.

    L’ex presidente della commissione Jean-Cloud Juncker ha commentato la vicenda cercando di sdrammatizzare sottolineando come, anche lui in alcune circostanze, ha subìto un declassamento diplomatico accanto al presidente del Consiglio. “There’s no shame in sitting on the sofa” afferma Juncker, minimizzando in questo modo il comportamento riservato alla nuova presedente. Charles Michel, pur notando il "carattere deplorevole della situazione" aveva scelto, insieme a von der Leyen, di non aggravare la situazione e dare la priorità all’agenda della visita. Questa versione non sembra corrispondere del tutto alle azioni di von der Leyen o al resoconto della Commissione sull'episodio.

    Abbiamo parlato con Alan Greig, uno degli autori del manuale Men, Power and Politics del National Democratic Institute (NDI) e tra i fondatori del progetto Challenging Male Supremacy, su come ancora pochi uomini attivi in politica lavorino contro le norme patriarcali e il cameratismo maschile vigente all’interno delle istituzioni e partiti politici. Con questo non voglio dire che fra Michel ed Erdogan ci sia un’affinità, ma anche il silenzio e la passività sono complici di un sistema che, seppur lentamente sta ammettendo donne al tavolo decisionale, questo però ancora non garantisce un posto a sedere.

    Una domanda che ci poniamo è cosa può aiutare gli uomini a prendere una posizione e a dire qualcosa?

    In Europa esiste la Men Engage Alliance, network di associazioni europee che vuole coinvolgere uomini e ragazzi verso il raggiungimento della parità di genere; Maschile Plurale è invece l’associazione che lavora a livello italiano dal 2007 su riflessioni e pratiche di ridefinizione della identità maschile. Nel parlamento europeo è invece attivo dal 2018 il movimento MeTooEp, un gruppo composto da uomini e donne che vuole denunciare tutti i tipi di abuso, disparità di potere e violenza vigenti all’interno del parlamento. Dobbiamo quindi cambiare il target e focus a cui facciamo riferimento. Il genere non è solo una questione femminile.

    L'ultimo manuale di NDI - Men, Power and Politics - fornisce un nuovo approccio all'avvio di questa conversazione, nel tentativo di trasformare le norme di genere e coinvolgere gli uomini come alleati nel colmare il divario nell'empowerment politico tra donne e uomini. Similmente, con il progetto IncluLeader - Inclusive Leadership Initiative: Bridging the Political Gender Gap, abbiamo realizzato come dobbiamo trattare con politici uomini per trasformare la leadership ed eliminare il divario di genere in politica.

    Unirsi alla lotta per rendere la politica più equa, non è quindi solo un modo per i politici uomini di adempiere ai propri doveri nei confronti dei propri elettori, ma è un modo per diventare leader migliori.

    Per saperne di più:
    EUIdeas | Beyond quota systems: bridging the political gap for women
    EUIdeas | Inclusive leadership, COVID and sustainability
    National Democratic Institute: Men, Power, Politics

  • Caso Lara Lugli e sport italiano femminile. Prime Donne intervista Luisa Rizzitelli

    In seguito alla notizia della pallavolista Lara Lugli, Prime Donne ha intervistato Luisa Rizzitelli, Presidente della Associazione Nazionale Atlete Assist.

    Facciamo chiarezza:

    Quando è uscita la notizia lei è rimasta sorpresa o sono cose che accadono spesso?

    Quando abbiamo visto il post di Lara l’abbiamo subito incoraggiata e ringraziata per il suo coraggio però non ci stupisce per niente. È già capitato che altre atlete siano state minacciate di essere citate per danni ma mai visto una citazione così,nero su bianco, come poi Lara ha pubblicato. Siamo abituatissimi purtroppo a sapere che le atlete vengono mandate a casa quando sono incinta e sappiamo benissimo che, nonostante le denunce che con Assist facciamo dal 2000 (quindi parliamo di 21 anni fa) le clausole anti maternità sono una triste consuetudine, a volte è scritta come lo era in questo caso. Altre volte non hanno neanche bisogno di scriverlo, negli accordi non c'è nulla a riguardo ma tutti sanno che se l'atleta è incinta il contratto verrà risolto. Quindi non siamo stati stupiti per niente, però nel caso di Lara c’era questa aggravante veramente pazzesca della citazione per danni.

    Ma queste clausole che tipo di formula hanno? Sono contrattuali?

    Purtroppo non sono contrattuali, perché non sono nell'ambito di un contratto. Dobbiamo sapere che nello sport italiano nessuna atleta ha diritto a essere trattata come una lavoratrice ed è questa la nostra grande battaglia. Sono tutte considerate dilettanti e non possono usare una legge dello Stato che è quella sul professionismo sportivo. Una situazione scandalosa dovuta al fatto che questa legge sul professionismo ha lasciato alle federazioni sportive nazionali il compito di decidere se la propria disciplina è o meno professionistica. Quindi se professionistica viene trattata come un lavoro se non lo è viene trattata come una qualsiasi prestazione come quella che potremmo fare noi andando a correre la domenica. Non essendo considerato un lavoro se io faccio un accordo con il mio club lo faccio soltanto attraverso una scrittura privata o degli accordi finanziari che però sono tra due parti private. Non sono un contratto tipo, non sono assolutamente un rapporto di lavoro costituito. Tra l’altro l’aggravante è che la legge 91, che lascia alle federazioni il compito di decidere quali siano le discipline professionistiche, ha fatto sì che oggi ci siano solo quattro sport che sono professionistici: tutti solo al maschile. Questa è una cosa ancora più vergognosa perché le atlete donne delle stesse quattro discipline non sono tutelate in niente a differenza dei colleghi uomini.

    Solitamente qual è il modo in cui le atlete gestiscono la maternità? È un timore o la vivono serenamente?

    Non la vivono serenamente per niente. Procrastinano continuamente la maternità perché sanno bene che perderanno lo stipendio per un anno e che, al momento, non ci sono delle politiche reali nei club per gestire volentieri la situazione di un atleta madre. L’atleta madre è un’atleta che ha un bambino e delle esigenze diverse, quindi quello che succede di solito è l’atleta cerca di rimandare il più possibile questo evento. Una cosa totalmente ingiusta e che riteniamo sia un grave danno per chi fa sport per vivere, perché avrebbe tutto il diritto di poter avere un figlio ed essere protetta. Rispetto a questo noi con Assist ci siamo battuti e un paio di anni fa abbiamo ottenuto di avere l’istituzione di un contributo statale che consente alle atlete di avere 1.000 € per 10 mesi. Parliamo di un palliativo, sicuramente la realtà è che le atlete sanno che la maternità non è sicuramente una buona notizia per il club, non viene mai vissuta in maniera serena e quindi non sono mai serene anche loro.

    In conclusione, secondo lei quali sono i cambiamenti necessari da un punto di vista strutturale e quindi legislativo?

    Il cambiamento necessario è quello che stiamo chiedendo a gran voce con una campagna che si chiama “Io lo So” ed è una campagna che vuole sbugiardare il fatto che siamo tutti sorpresi che questa ragazza incinta abbia visto strappare in faccia il contratto. Questa campagna mira a promuovere l'unica soluzione per noi possibile e cioè: chi fa lo sport per lavoro, e quindi non tutti gli atleti ma solo quelli che vivono di sport devono ricevere le tutele elementari e costituzionalmente sancite per tutti i lavoratori. Vogliamo il riconoscimento del lavoro sportivo, non deciso dalle federazioni perché non devono essere i tuoi datori di lavoro a decidere se stai facendo un lavoro oppure no. Chiediamo che si parta dalla valutazione della natura della prestazione, se io sto facendo qualcosa per cui percepisco dei soldi e con cui vivo quello è un lavoro e devo avere tutte le tutele del caso, punto. Questa cosa ha un costo per i club, e siamo tutti d'accordo, quindi bisogna sedersi ad un tavolo e decidere dove trovare le risorse per accompagnare questo cambiamento. Però è ora di finirla, non è più tollerabile quello che stiamo vedendo.

  • Obiettivo 10 in parità di Zanichelli: dieci linee guida per promuovere la parità di genere nei libri

    Di Elena Bacchilega
    Direttrice editoriale Zanichelli editore
     

    Quante donne ci sono in un libro di fisica?

    Nell’edizione 2017dell’Amaldi per i licei scientifici avevamo una donna ogni quattro uomini; nell’edizione 2021, il rapporto è passato a tre ogni quattro. Abbiamo operatrici di borsa, atlete che fanno sport, gare tra due amici in cui vince la ragazza, scienziate in laboratorio, situazioni in cui un uomo e una donna spostano insieme dei pesi. Questo è lo spirito dell’iniziativa Obiettivo 10 in parità avviata dalla Casa editrice Zanichelli.

    L’Obiettivo 10 in parità trova le sue radici nel progetto europeo POLITE (Pari Opportunità nei Libri di Testo) promosso nel 1999 dall’Associazione Italiana Editori. Il progetto ha dato vita a un codice di autoregolamentazione che impegna gli editori scolastici associati all’AIE a garantire l’attenzione alla parità di genere nelle fasi di progettazione e di realizzazione dei libri di testo e dei materiali didattici. Il codice auspica che la «trasformazione» dei testi avvenga nei modi più congeniali alla creatività di autori ed autrici, attraverso successive riflessioni e approfondimenti.

    Proprio a questi due elementi - la riflessione e l’approfondimento - abbiamo deciso di ispirarci: una riflessione sul nostro lavoro (facciamo abbastanza? potremmo fare meglio?) e un approfondimento sulle questioni che ci pone la realtà di oggi, vent’anni dopo il codice POLITE.
    Non si tratta solo di evitare gli stereotipi più banali, come la mamma che lava i piatti e il babbo che legge il giornale. Situazioni che descrivono una società ormai superata, ma che si trovano ancora disseminate nelle vecchie edizioni. Il discorso è più ampio: bisogna aggirare i maschili sovraestesi e usare un linguaggio inclusivo; suggerire che non esistono lavori, sport, attività, emozioni «da maschi» e «da femmine»; rappresentare in modo paritario i generi; evidenziare il contributo di uomini e donne al sapere - e quando ciò non è possibile, rendere conto del perché.

    Bisogna - soprattutto- risolvere i problemi specifici di ogni disciplina insieme agli autori e alle autrici, condividendo con loro le linee guida della Casa editrice. La squadra editoriale deve lavorare all’unisono.
    Ma non basta: noi puntiamo a rispecchiare nei nostri libri la varietà del mondo, per realizzare quella che Fabrizio Acanfora chiama la convivenza delle differenze. Differenze di età, condizioni, culture sono parti della realtà; i nomi che usiamo, i regimi alimentari che raffiguriamo e le diversità che rappresentiamo ci possono aiutare a restituire una società più reale e inclusiva. Un traguardo a cui puntare, consapevoli che il cammino è ancora lungo.

    Per raggiungere il nostro obiettivo metteremo in campo degli strumenti concreti: una lista di controlli da applicare in vari punti della lavorazione dei libri; occasioni di formazione per la redazione e per chi collabora con noi; analisi periodiche dei nostri testi per rilevare in modo qualitativo e quantitativo la parità nella rappresentazione dei generi e l’eventuale presenza di stereotipi e anti-stereotipi.
    Il lavoro di analisi è già iniziato grazie alla collaborazione di Chiara Urru, laureata in linguistica italiana presso l’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra libri di testo e il sessismo linguistico. I risultati mostrano che nei testi esaminati la situazione è buona per i titoli di rubrica, le consegne, il bilanciamento tra autori e autrici, il rapporto tra maschi e femmine con ruoli parentali. Invece, bisogna impegnarsi di più per cancellare gli stereotipi e per bilanciare i rapporti tra maschi e femmine di fama, con ruoli di prestigio o professionali.

    Fin da subito abbiamo deciso di coinvolgere la redazione attraverso un questionario che misurasse l’interesse e l’attenzione per il tema della parità di genere. I dati indicano che i redattori e le redattrici sono consapevoli del problema, e che desiderano essere aiutati a svolgere un’azione più efficace. Questo percorso di studio e formazione, appena iniziato, ci ha portato a stilare un decalogo: le 10 linee guida di Zanichelli per promuovere la parità di genere nei libri.

    La pagina Obiettivo 10 in parità nasce per condividere queste linee guida con chi vorrà leggerle, e per offrire spunti di approfondimento grazie ai nostri contributi d’autore: Vera Gheno, Luisa Carrada, Marzia Camarda, Federico Faloppa, Francesca Faenza, Raffaella Rumiati. Una pagina per raccontare chi siamo e quali sono i libri che vogliamo.

     

    Link alla pagina Obiettivo 10 in Parità

  • Venezuela: quando la democrazia vacilla, la parità sparisce

    di Alessio Spetale

    Se la questione di genere rappresenta un tasto dolente per le democrazie europee, la situazione è da considerarsi del tutto degenerata per quanto riguarda quei paesi in cui il sistema democratico è ormai un lontano ricordo. È il caso del Venezuela, dove la crisi economica, sanitaria e politica, che vede al potere un vero e proprio regime censore di impostazione paramilitare, si riflette in modo differente sulla popolazione, in particolar modo in base a una netta separazione tra i generi.

    In Venezuela lo stipendio minimo garantito dal governo è di 2.500 bolívares (30,75 euro al cambio ufficiale; 30,07 euro al cambio parallelo; un chilo di carne costa in media 2.300 bolívares). In questo scenario raccapricciante, le donne venezuelane guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Come se non bastasse, Nel rapporto sui diritti umani in Venezuela dell’ONU si legge che il 60% delle morti materne dipende da situazioni di emergenza umanitaria, e che, con la situazione di conflitto sociale che prolifera in Venezuela, aumenta esponenzialmente il tasso di violenza domestica, tanto sulle donne quanto sulle bambine.

    Inoltre, la crisi sanitaria è la nuvola nera che copre il cielo venezuelano da, come minimo, più di un decennio: era il 2008 quando venne rivelata dal primario italo-venezuelano tramite una conferenza stampa “clandestina” la gravissima situazione in cui versava il Maternidad Concepción Palacios di Caracas, uno dei più importanti ospedali di maternità di tutta l’America Latina: si arrivò a toccare il record di sette neonati in una notte nati vivi e morti poche ore dopo la nascita per mancanza delle cure di base necessarie. Spesso, le madri arrivano al punto di emigrare clandestinamente in altri paesi per dare alla luce figli sani.

    Come se la situazione di per sé insostenibile non bastasse, il medico ci racconta: “ Le cartelle cliniche sparivano nel nulla, i cadaveri anche. Decisi di indire questa conferenza stampa all'ingresso dell'ospedale per denunciare la situazione, senza richiedere i permessi necessari che, stando alla legge venezuelana, dovrebbero arrivare direttamente dal governo. Da lì partì il mio inferno: subito dopo la conferenza stampa, dopo 36 anni di servizio, venni licenziato e radiato. In più, iniziai a ricevere varie minacce: scritte intimidatorie verso me, mia moglie e le mie figlie scritte in rosso sul muro davanti al garage di casa, telefonate nello studio privato nel quale iniziai a lavorare dopo il licenziamento dal settore pubblico. Finché una sera mi rapirono. Erano tre uomini della Guardia Nacional: due armati di fucile, il terzo di una 9 millimetri. Mi caricarono a bordo della mia stessa auto e iniziammo a girare a vuoto per le strade di Caracas per tutta la notte. "Tu sei un obiettivo militare" mi dicevano. "Se dici ancora una parola, ti renderemo impossibile anche solo respirare". Mi lasciarono in una strada abbandonata fuori città. Da allora vivo nell'ombra. Ho tuttora la doppia cittadinanza: quello che più mi ha fatto male è stato il totale silenzio dell'Ambasciata italiana, del governo dell'epoca e di quelli seguenti, dei ministri degli Esteri che si sono susseguiti negli anni. Ho la doppia cittadinanza ma né il governo italiano né quello venezuelano riconoscono la gravità di quanto sta succedendo in Venezuela da vent'anni a questa parte.”

    Il caso del Venezuela rende ancor più lampante quanto battersi per la parità di genere sia strettamente correlato col battersi per uno Stato di diritto libero e democratico, a prescindere dalle ideologie politiche e i sofismi filosofeggianti. Chiamatelo comunismo, chiamatelo neofascismo, ma un regime resta e resterà per sempre tale. Anche per questi motivi, +Europa ha lanciato lo scorso 6 gennaio la petizione Venezuela Libre, per impegnare il governo italiano a prendere finalmente una posizione chiara sulla questione venezuelana per unirsi alle volontà di UE e Gruppo di Lima

     
    La testimonianza riportata nell’articolo racconta della vera storia di un medico italo-venezuelano che per ragioni di incolumità propria e della propria famiglia preferisce restare anonimo. Tuttavia, si rende disponibile a rivelare la propria identità in caso di una presa di posizione del governo italiano sulla situazione politica, sociale, economica e sanitaria del Venezuela, oltre che all’attuazione di un piano di protezione concreto nei suoi confronti.

    Link petizione

  • Next Generation EU: le donne sono più colpite dalla pandemia ma ricevono meno fondi.

    Di Maddalena Valli.

    La sostenibilità non è più una questione esclusivamente ambientale.

    A dircelo è proprio l’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile e i relativi Obiettivi di sviluppo sostenibile che i Paesi membri delle Nazioni Unite, tra cui l’Italia, si sono impegnati a raggiungere entro il 2030.Tra i 17 obiettivi il quinto è proprio la parità di genere: raggiungere l’uguaglianza di genere e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze.

     

     

    E nonostante l’Agenda e gli Obiettivi siano entrati in vigore il 1°gennaio 2016 e deliberati all’unanimità da tutti i 193 Stati membri, ad oggi, nell’accezione comune la “sostenibilità” sembra essere ancora solo una questione ambientale. E senza voler con questo sminuire l’importanza (enorme)della tutela ambientale, è giusto ricordare che non esistono Obiettivi più importanti o meno importanti, tutti vanno perseguiti e raggiunti, e le risorse ed impegno istituzionale deve essere proporzionale.

    Ma così non sembra quando ad esempio si leggono i dati del piano “Next Generation Italia” ovvero della ripartizione dei fondi comuni stanziati dall’UE ai vari Stati membri per porre riparo ai danni causati dalla pandemiaCovid-19 e per promuovere la ripresa economica.

    A fronte diun totale di euro 196 milioni destinati allo Stato italiano: 74,3 milioni sembrerebbero essere destinati alle questioni “ambientali” e solo 4,2 milioni alla “parità di genere”. E ciò non appare logico neppure se si considerano le immediate ripercussioni della pandemia sulle differenze di genere in ambito lavorativo; con riguardo in particolar modo alle lavoratrici madri, sulle quali è ricaduta la gestione della improvvisata didattica a distanza.

    Certamente più rincuorante appare, invece, la recente proposta di emendamento alla legge di bilancio che parrebbe prevedere lo stanziamento di un fondo di 30 milioni di euro per sostenere la parità salariale di genere ed incentivare le aziende a ridurre la differenza di stipendi tra uomini e donne (che oggi si attesta attorno al 20%).

    Proposta quest’ultima di cui si auspica l’accoglimento anche tenuto conto che la parità di genere in quanto sostenibilità è idonea a creare valore per le aziende. Integrare nel business progetti sostenibili, volti al raggiungimento della parità di genere, consentirà pertanto alle imprese di aumentare il proprio valore a lungo termine, di incrementare la propria reputazione e facilitare l’accesso al capitale finanziario o ad altro capitale di cui l’azienda possa necessitare. La capacità di creare valore a lungo termine è infatti un indice valutato positivamente dagli investitori e più in generale dagli stakeholder.

    Investire nella parità di genere è paradigma “win- win” in cui a vincere non saranno solo le donne che si vedranno riconosciuto il diritto a percepire lo stesso stipendio degli uomini a parità di mansioni e anzianità. Ma vinceranno anche le imprese, aumentando il valore della loro azienda e vinceranno le istituzioni che si sono impegnate alla realizzazione di questo importante Obiettivo di sostenibilità con l’approvazione dell’Agenda globale per lo sviluppo sostenibile e i relativi Obiettivi.

  • PARLANO DELLA CAMPAGNA "2020 50/50 DA QUI ALLA PARITA'"

    In questa pagina raccogliamo i principali articoli su giornali nazionali che hanno parlato della campagna e petizione 2020 50/50 #DaQuiAllaParità lanciata da Prime Donne.

     

    Ecco il nostro comunicato

    Prime Donne, la scuola di politica al femminile di +Europa, rilancia la campagna “2020 50/50 #DaQuiAllaParità”, la petizione che, attraverso 10 video-testimonial d’eccezione, spiega perché, “per il bene di tutti”, ci vogliono più donne in politica.

    La video-maratona completa la prima edizione e apre la seconda stagione della scuola che punterà a sensibilizzare i leader politici uomini al tema della parità. Da oggi 16 dicembre e fino a giovedì 31 dicembre 2020, i canali social di Prime Donne ospiteranno 10 ambassador tra cui Ersilia Vaudo dell’Agenzia Spaziale Europea, la presidente dei Copernicani Patrizia Feletig, la giornalista Azzurra Meringolo e la filosofa Giorgia Serughetti. Ciascuna presenterà un punto del Decalogo politico stilato da Prime Donne.

    “Perché avere più donne in politica? Per dare la giusta considerazione alla dimensione della parità in settori come giornalismo, imprenditoria, diplomazia, intelligenza artificiale e politiche di bilancio - evidenzia Costanza Hermanin, fondatrice della scuola Prime Donne e fellow dell’Istituto Universitario europeo - E’ un approccio che va a beneficio di tutti, non solo delle donne. Lo rimarcano in questi giorni i movimenti #Giustomezzo e #Halfofit, che si focalizzano su una distribuzione paritaria delle risorse del Recovery Fund."

    “La politica è il settore in cui c’è meno parità, in Italia e nel mondo: una governatrice donna su 20, solo il 13% di donne sindaco, oltre a task forces per la gestione della pandemia in cui le donne sono state incluse in numero congruo solo dopo la mobilitazione #Datecivoce - aggiunge Hermanin. E’ dimostrato che il fatto di avere più donne in posizioni decisionali è anche il metodo più efficace per ridurre le diseguaglianze, migliorando la situazione sociale ed economica di tutto il Paese, non solo delle donne”.

    Secondo il World Economic Forum, l’Italia si trova al 70esimo posto, su 140, per parità di genere. Il dato che relega così in basso il nostro Paese nella classifica è quello sulla presenza politica. Mai un Presidente del Consiglio donna, 13 governi formati solo da uomini e, su oltre 1500 incarichi di ministro assegnati fino al 2018, solo 83 per le donne: in 41 casi si trattava di incarichi senza portafoglio. Solo il 13% dei Comuni ha una donna sindaco.

    Firma la petizione

     
     

    Di seguito potete trovare gli articoli che parlano di noi:

    Il Messaggero: Pari opportunità, più donne in politica: parte la campagna "da qui alla parità"

    Affari Italiani: Pari opportunità, la petizione di +Europa per chiedere più donne in politica

    Il Mattino: Pari opportunità, più donne in politica: parte la campagna «da qui alla parità»

    msn notizie: Pari opportunità, più donne in politica: parte la campagna «da qui alla parità»

    Le Ultime Notizie.eu: Pari opportunità, la petizione di +Europa per chiedere più donne in politica