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  • ITA: non è ancora nata ma già dovrebbe essere venduta

    Di Valerio Federico

    ITA, la nuova compagnia pubblica che sostituirà Alitalia dal 15 ottobre prossimo non è la soluzione perché difficilmente sarà in grado di stare sul mercato, di “volare con le proprie ali”. La dimensione non è concorrenziale. ITA oggi può essere solo una soluzione economicamente sostenibile nel breve periodo, a costi gestionali drasticamente ridotti, nella speranza di poter riscuotere l’interesse di qualche grande aggregazione europea ed essere venduta, venduta finalmente a chi rischia i propri soldi e non quelli dei contribuenti.

    I sindacati stanno aggiungendo danni a una soluzione, la nazionalizzazione, sbagliata. Respingono l’unico piano oggi in campo, peraltro aggiungendo nuovi scioperi e disservizi ai passeggeri,  dimenticando un quarto di secolo di soldi dei contribuenti buttati, un quarto di secolo di errori dei quali sono stati sodali.

    Il piano di ITA ha visto il via libera della Commissione europea e della maggioranza di governo e prevede garanzie per i lavoratori di Alitalia in linea con quelle assicurate agli altri lavoratori italiani, e non salva posti di lavoro improduttivi. Purtroppo, sono previsti tagli importanti alle retribuzioni che paiono inevitabili per rendere sostenibili i costi di una compagnia che dimensionalmente non potrà essere competitiva. Il piano ITA mette a gara, almeno, il brand e i servizi di handling e manutenzione, soluzione di mercato che vede l’opposizione dei sindacati.

    Dal 1997, anno della liberalizzazione europea del trasporto aereo, Alitalia non è mai stata in grado di stare sul mercato con le sue ali nonostante il traffico aereo sia triplicato nel periodo, i vari governi hanno distorto il mercato con coperture di perdite e prestiti ponte – 13 miliardi di euro dei contribuenti dal 2008 – e la compagnia ha prodotto continuamente extra-costi promossi dai governi e dai sindacati.

  • Tra brogli e repressione, Putin rivince le elezioni in Russia

    di Yuri Guaiana

    Russia Unita, il partito di Putin, sta vincendo le elezioni per la Duma, la camera bassa della Federazione Russa, tenutesi dal 17 al 19 settembre.

    Il risultato non sorprende nessuno, non per via della popolarità del partito di Putin, che in realtà sembra essere in calo, ma per come queste elezioni sono state preparate e condotte.

    Dopo l’arresto di Navalnyj, l’unico che rappresentava davvero una minaccia per Putin, la sua rete è stata dichiarata estremista, esattamente come Al Qaeda, e a molti dei suoi candidati è stato impedito di partecipare alle elezioni. I sostenitori di Navalnyj hanno reagito con il cosiddetto «voto intelligente», votare il candidato che aveva più possibilità di battere quello di Russia Unita. Questa strategia è stata indebolita dalla decisione di Google e Apple, aspramente criticata dai sostenitori di Navalnyj e lodata dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, di rimuovere dalle loro piattaforme - nel primo giorno delle elezioni - la app per il «voto intelligente». Un colpo terribile alla libertà su internet in Russia, già messa in pericolo da altre manovre governative, che aveva spinto varie associazioni a chiedere che le Big Tech mantenessero internet aperto e sicuro durante le elezioni. Nonostante ciò, il successo dei Comunisti sembra esser dipeso in gran parte proprio da questa strategia.

    Ma la repressione di Putin è andata ben oltre quella contro il suo acerrimo nemico, e ha colpito tutti i partiti che non rientrano nell’innocua opposizione di sistema, come il due partiti liberali iscritti ad ALDE Party: il Partito Popolare della Libertà e Yabloko (il partito della mela). Solo il secondo ha partecipato alle elezioni sostenuto anche dal primo, ma sembra essersi fermato fermato all’1.03% dei voti.

    Oltre ai partiti la repressione colpisce da anni blogger, attivisti, organizzazioni non governative e media indipendenti che quotidianamente fanno resistenza al governo di Putin.

    Ma Putin è andato oltre la repressione e quest’anno ha impedito anche agli osservatori Osce di monitorare le elezioni limitandone l’accesso a un numero eccessivamente ridotto con la scusa della pandemia, come ha denunciato Matteo Mecacci, direttore dell'Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell'Osce.

    Non sorprende allora leggere il resoconto di Yabloko sulle irregolarità delle elezioni: "Caroselli [quando le stesse persone votano più volte in diversi distretti], persone morte indicate come elettori nelle liste elettorali, osservatori non sono autorizzati a vedere le liste degli elettori, l apparecchiature per il voto touch-screen non sono sigillate, voto a domicilio che raggiunge il 50% in alcune aree, libri degli elettori non sono pinzati o numerati, agli osservatori è vietato fare foto e video, sono allontanati dai seggi e persino picchiati, le urne portatili non sono sigillate, ci sono malfunzionamenti nel sistema di voto a distanza," ha denunciato leader del partito Nikolai Rybakov.

    Se a questo si aggiunge il sostegno plebiscitario garantito dal leader ceceno Kadirov all’amico Putin, non sorprende davvero che Russia Unita possa aver già dichiarato di aver raggiunto maggioranza due terzi grazie alla vittoria in in 195 collegi uninominali. Se questo venisse confermato Russia Unita avrebbe la maggioranza necessaria per cambiare la costituzione in una legislatura in cui Putin dovrà decidere se continuare a rimanere Presidente.

    Putin continua a costringere la Russia nella sua morsa autocratica senza risolvere i problemi che preoccupano i russi come l’aumento dei prezzi, della disoccupazione, della povertà e della corruzione. Noi continueremo a stare al fianco dei cittadini russi e dei liberali di Yabloko e de Partito Popolare della Libertà per sostenerli nella loro lotta.

  • Bene HERA ma serve dare all’Unione europea piena competenza sulle pandemie

    Di Valerio Federico e Dino Rinoldi 

    +Europa nell’aprile 2020 chiese una maggiore integrazione europea sul governo delle pandemie: la costituzione di una forza di intervento sanitario rapido e di protezione civile dell'Unione europea per le emergenze sanitarie fino a un reparto ad hoc federale. La petizione fu firmata da oltre 150 professori universitari, tra i quali Carlo Cottarelli, Massimo Bordignon, Matteo Bassetti, Elsa Fornero, Riccardo Puglisi e i compianti Giuseppe Tesauro e Philippe Daverio. Firmarono anche Dacia Maraini, Marco Cappato, Gabriele Albertini e molti altri. Emma Bonino presentò sul punto un’interpellanza al governo Conte che la ignorò. Nei mesi seguenti Regione Campania e 9 comuni, tra i quali Milano, Lucca e Parma hanno approvato delibere che chiedono al governo italiano di muoversi in questo senso.

    Oggi la Commissione Europea lancia HERA, un’agenzia che raccoglierà informazioni e predisporrà i mezzi per affrontare le emergenze sanitarie, oltrechè sviluppare, produrre e distribuire farmaci e vaccini. Si tratta certamente di un successo, un primo passo utile e importante verso un obiettivo che però resta prioritario, una condivisione di competenze sanitarie con ll’Unione da parte degli stati nazione per governare a 360° le pandemie, competenze che oggi non ha e che, nonostante la nascita di HERA, ancora non avrà: il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) attribuisce infatti a quest’ultima, all’art. 168, solo alcuni compiti di supporto a politiche sanitarie pubbliche che restano esclusivamente nazionali anche nella «lotta contro gravi minacce per la salute a carattere transfrontaliero».

  • published Da Ursula von der Leyen l'Europa che vogliamo in News 2022-01-19 16:50:11 +0100

    Da Ursula von der Leyen l'Europa che vogliamo

    Di Anita Bernacchia

    "Se sembra impossibile, allora si può fare". Chiude così Ursula von der Leyen il discorso sullo Stato dell'Unione, pronunciato al Parlamento europeo riunito in plenaria a Strasburgo.
    Dal 2015, con il #SOTEU (State of the Union Address) il presidente della Commissione europea in carica illustra i traguardi raggiunti e le sfide che l'Ue ha affrontato durante l’anno, anticipando i passi futuri.

    Salute e pandemia tra i temi chiave, con l’avvio di HERA, l’Autorità dell'Ue per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (HERA), e il #Certificato digitale europeo, che ci ha consentito di tornare a viaggiare e divertirci e di esercitare le nostre libertà. E l’annuncio di una nuova strategia europea sulle terapie.

    L’Ue pone i #giovani al centro, tra le categorie che più hanno sofferto in pandemia: a loro sarà dedicato il prossimo anno europeo (2022).
    Sui giovani si punta molto per modellare la Conferenza sul futuro dell'Europa. E qui, l’impegno serio del capo dell’esecutivo europeo per il buon esito di questo forum di consultazione cittadina: la Commissione si impegna a dar seguito ai punti proposti dalla Conferenza.

    La crisi afgana ha mostrato ancora una volta le debolezze di una Ue poco decisa in materia di politica di difesa. Ursula lo ha ribadito ancora: abbiamo bisogno di un’Unione della difesa per garantire la sicurezza degli stati membri. Entro fine anno sarà annunciata una Dichiarazione UE-NATO, mentre sotto la Presidenza francese sarà convocato un vertice sulla difesa europea per trarre le somme, tra l’altro, della riflessione attorno alla Bussola strategica, che intende definire la capacità dell’Unione di creare una cintura di sicurezza attorno all’Europa.

    L’impegno umanitario si riconferma con l’intenzione di stanziare un nuovo pacchetto da 100 milioni di euro per l’Afghanistan.

    La mancanza di volontà politica dell’Ue in politica estera sarà compensata da più cooperazione in fatto di intelligence e cybersicurezza, con una nuova proposta di legge per una cyber-resilienza europea. Sarà essenziale per contrastare gli attacchi ibridi all'Europa, che non saranno più tollerati.
    Non manca l’accento sulla migrazione, per cui si cerca un "terreno comune" sul nuovo patto proposto un anno fa. E’ ormai tempo per una nuova "politica per la gestione migratoria" europea.

    Un’Europa più sicura, più resiliente, ma anche un’Europa responsabile, che si batte per il cambiamento climatico, i cui effetti sono causati dall’uomo, e proprio per questo risolvibili. L’importante è prendere come base la scienza e i suoi dati, dice la presidente citando il recente rapporto dell’IPCC dell’ONU.
    E un’Europa più digitale e connessa, con la nuova strategia per la connettività Global Gateway.
    Anche un’Europa della giustizia, che ribadisce che i diritti umani non sono negoziabili, e che lo stato di diritto non è solo un nobile scopo, ma la base stessa per il progresso. Le sentenze della Corte, sottolinea von der Leyen, vanno rispettate in ogni stato dell’Ue. ?Un’Europa dei diritti, con un Pilastro per i diritti sociali, e che, per tutelare i diritti di una tra le categorie più colpite dalla pandemia, ha in piano una legge sulla lotta alla violenza contro le donne.
    Tutela dei diritti che passa anche per la libertà dei media, troppo spesso vittime di violenze e attacchi nello svolgimento del proprio lavoro.

  • published Nasce la nuova segreteria di Più Europa in News 2022-01-19 16:49:55 +0100

    Nasce la nuova segreteria di Più Europa

    ?? Nasce la nuova segreteria di Più Europa ??
     
    Ne fanno parte Rita Di Sano, Giulio del Balzo, Roberto Baldi, Federico Eligi, Valerio Federico, Anna Lisa Nalin, Yuri Guaiana, Tania Pace, Manuela Zambrano, Nicolò Scibelli, Carla Taibi, Marco Taradash.
    Coordinatore della Segreteria: Giordano Masini.
     
    Il segretario Benedetto Della Vedova: “È una segreteria che vuole coinvolgere tutte le energie di Più Europa. Lavoreremo con rinnovata convinzione e slancio per offrire una alternativa europeista e liberaldemocratica ai sovranisti e ai populisti, nel solco delle famiglie politiche confluite al Parlamento Europeo nel gruppo di Renew Europe. Cercheremo di farlo con altri che condividano questo progetto politico ed elettorale. Su crescita economica, sostenibilità, ambiente, diritti e libertà individuali abbiamo avuto e avremo posizioni riformatrici e liberali, con una particolare attenzione alle nuove generazioni. Al centro del nostro progetto, naturalmente, restano la richiesta e la promozione di una più forte integrazione europea, in vista degli Stati Uniti d’Europa. In bocca al lupo a tutti noi!”.
  • published Ecco perché lascio il Pd e passo a +Europa in News 2022-01-19 16:28:26 +0100

    Ecco perché lascio il Pd e passo a +Europa

    di Luca Lacerenza
     
    Sarò breve, perché lungo è già stato invece il travaglio di questa decisione. Come ho scritto lo scorso settembre, ho riscoperto la militanza, le piazze e i banchetti. Non ne avevo ormai quasi più memoria, nonostante io sia iscritto ad un partito da quattordici anni. Ho riscoperto la militanza grazie alla campagna referendaria “Eutanasia Legale”. In questa bellissima esperienza, in cui mi sono ritrovato un po’ per caso, non ho trovato (quello che fino a oggi è stato) il mio partito. Il PD ha deciso di non decidere. Di temporeggiare.
    Il PD, il suo segretario nazionale, i suoi molti ministri, capigruppo, dirigenti nazionali e locali non hanno detto assolutamente nulla su questa questione che veniva dal basso, che tocca la carne viva delle persone, i loro diritti e le loro libertà fondamentali. Eppure senza questi diritti, senza queste libertà, non potremmo nemmeno definirci una democrazia. Questioni che erano alla base della grande alleanza progressista che nel 2007 diede vita al Partito Democratico e oggi sono invece ignorate, dimenticate.
    Nel silenzio dei media tradizionali e nel disinteresse dei grandi partiti si sono comunque riempiti di firme montagne di moduli. Raccogliendo quasi quattro volte quelle necessarie. Mentre il PD non ha ancora preso una posizione e non la prenderà stando alle poche parole pronunciate ieri dal suo segretario nazionale.
    A questo Partito, che oggi non sento più mio, credo di aver dato tutto, prima come militante e poi come membro di direttivo e di segreteria. Per questo Partito mi sono anche candidato alle amministrative del 2018, in un momento in cui nessuno voleva candidarsi sotto quel simbolo, sotto le sue insegne. Quando cioè la nave sembrava affondare e i magri risultati delle elezioni politiche di quell'anno segnarono il peggior risultato di sempre, sia in termini percentuali che assoluti.
    Oggi le cose vanno (apparentemente) meglio per il PD. Forse proprio per questo approccio da sacrestia, un po’ democristiano e un po’ ecumenico, di rinviare tutte le scelte più divisive, il PD è da due settimane in testa alle preferenze di voto, secondo tutti sondaggi.
    Ora che la nave ha ripreso a viaggiare nuovamente a gonfie vele (?), posso serenamente valutare di lasciare. Me ne vado, è giusto dirlo, verso una formazione politica da percentuali a una cifra, assai più piccolo del PD, ma che ha incrociato più di altre la mia sensibilità, su molti temi: i diritti civili (come la campagna referendaria Eutanasia Legale), la questione ambientale, il cambiamento climatico e l’Europa. Sì, l’Europa, l’Unione europea e il progetto federalista, difese anche attraverso battaglie scomode, come quella per l’applicazione della direttiva Bolkestein, disattesa dal 2006, a tutela dei consumatori e dei cittadini. Battaglia portata avanti in Parlamento da Più Europa di fatto in solitaria.
    È verso questo partito che vado, un partito figlio della tradizione liberale, riformista e radicale. Un partito piccolo si dirà; una piccola nave corsara, certamente, a confronto con i galeoni che imbarcano chiunque e qualsiasi cosa, ma poi rimangono fermi in porto. Un partito piccolo, ma per questo agile e soprattutto scomodo: come scomode sono tutte le battaglie per il cambiamento.
  • TIM e la partita per un asset strategico della sicurezza nazionale

    Di Paolo Costanzo

    Come noto, nei prossimi giorni, il Consiglio di Amministrazione di TIM dovrà esprimersi sul documento di offerta recapitato dal Fondo US Kkr. La proposta dovrebbe contenere gli elementi che possano permettere al board di decidere se consentire la due diligence confirmativa richiesta dal fondo. Ad oggi si può parlare solo di indiscrezioni e l’auspicio è che il Consiglio di Amministrazione si esprima quanto prima anche al fine di evitare che le asimmetrie informative incidano in modo improprio sulla generalità degli azionisti e quindi sul pubblico risparmio. Il progetto sembrerebbe centrato sulla separazione dell’attività connessa ai servizi, da quella infrastrutturale e quindi sullo scorporo della rete che verrebbe poi offerta alla Cdp a riassetto completato. Il riassetto dovrebbe prevedere iniezioni di capitali e una razionalizzazione delle attività finalizzata al miglioramento della posizione finanziaria netta del Gruppo, la cui entità non ha permesso di effettuare gli investimenti necessari a migliorare l’estensione della rete infrastrutturale sul territorio e a sostenere l’innovazione tecnologica. La rete telefonica rappresenta un asset strategico per la sicurezza nazionale su cui il PNRR, nell’ambito della Missione per la transizione digitale, ha previsto notevoli investimenti finalizzati, tra gli altri, alla realizzazione delle reti ultraveloci. L’offerta sarà sicuramente subordinata al mancato esercizio dei poteri di Golden Power da parte del Governo. Su questo aspetto si è aperto un dibattito fra chi sostiene che in un libero mercato la Golden Power non dovrebbe essere esercitata e chi sostiene il contrario.

    Senza voler entrare nelle vicende storiche che hanno condotto il Gruppo a privare l’Italia di un campione tecnologico che avrebbe potuto contribuire ad una maggiore crescita del Paese, sarebbe necessario soffermarsi su ciò che potrebbe determinare un monopolio infrastrutturale governato da un investitore istituzionale le cui finalità non possono che essere quelle di realizzare una maggiore remunerazione per i propri quotisti (i sottoscrittori del Fondo).

    Il Digital Divide del nostro Paese è determinato, oltre che da una assenza diffusa di competenze digitali, dalla inadeguatezza delle infrastrutture materiali. Infatti, nonostante la rete di accesso fissa e mobile alla banda larga si sia evoluta negli ultimi anni, il Digital Economy and Society Index (DESI) pone il nostro Paese al di sotto della media europea per copertura e velocità della rete di accesso. Per colmare questo gap saranno necessari investimenti anche nelle aree nelle quali non è assicurato il ritorno dell’investimento. Oltretutto, l’infrastruttura di rete rappresenta un asset grazie al quale si realizza la libera concorrenza dei fornitori di servizi digitali e di connettività. Sarebbe pertanto auspicabile che la proprietà della rete infrastrutturale possa permettere una governance che sia in grado di evitare comportamenti speculativi proprio per assicurare la libera concorrenza nella fornitura di servizi che acquisteranno sempre di più un valore strategico per la crescita del Paese.  Occorrerà pertanto che il Governo presti una grande attenzione agli investimenti previsti sul territorio e alle dinamiche economiche e proprietarie del riassetto che qualificano le intenzioni del Fondo, con particolare riferimento al destino della rete infrastrutturale, assolutamente centrale nell’ambito di un mercato dei servizi digitali che operi in un regime di libera concorrenza.

  • Quarantuno anni fa il terremoto dell'Irpinia. Sulla sicurezza c'è ancora molto da fare

    di Manuela Zambrano

    41 anni il terremoto dell’Irpinia – circa 3.000 morti, 9.000 feriti e 300.000 sfollati. Un territorio montuoso, quello dell’Irpinia, soggetto a cadenza quasi regolare ad eventi sismici, talvolta distruttivi. Grazie alla lungimiranza di Giuseppe Zamberletti, quel sisma fu l’occasione, per l’Italia, di dare vita alla Protezione Civile Nazionale, straordinaria organizzazione a tutt’oggi tra le migliori in Europa. Ma, oltre questo, quell’evento non lasciò una concreta consapevolezza della fragilità degli insediamenti umani in Italia, terra di dissesto idrogeologico, di vulcani e terremoti.

    Secondo l'attuale classificazione sismica italiana, 21,5 milioni di persone abitano in aree del paese esposte a rischio sismico molto o abbastanza elevato; altri 19 milioni risiedono in aree a rischio basso.

    Più del 50% del patrimonio edilizio italiano è stato costruito prima dell’approvazione della prima normativa sismica, avvenuta nel 1974. Si stima, altresì, che il 40% del patrimonio edilizio italiano non sia adeguato a resistere ad un sisma di media intensità rispetto alla classificazione sismica del territorio di riferimento. Dal 1968 (terremoto del Belice) ad oggi, gli eventi sismici hanno generato una spesa pubblica annua per la ricostruzione di 2,2 miliardi di euro, lasciando comunque situazioni irrisolte come quella di Messina dove, per il terremoto avvenuto nel 1908, ancora migliaia di cittadini vivono in alloggi-baracche.

    Con molta lentezza, finalmente qualche anno fa, sono stati approvati incentivi statali per interventi antisismici negli edifici esistenti.

    Il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha stimato che l’utilizzo del Sismabonus ha raggiunto ad oggi quota 350 milioni di euro, a fronte di una media annua di utilizzo degli incentivi per ecobonus di 3,5 miliardi. L’abisso tra l’accesso al Sismabonus e agli incentivi per Ecobonus (dell’ordine di dieci/venti volte superiori) evidenziano che c’è ancora molto da fare per garantire la sicurezza dei cittadini italiani nelle proprie case, in un territorio come quello italiano che non ha solo bisogno di rispetto per l’ambiente ma anche, e profondamente di incremento della sicurezza nei confronti del rischio sismico.

  • Sei marocchina? Può esserti imposto il velo integrale. L'assurda decisione della Procura di Perugia

    A pochi giorni dalla giornata contro la violenza sulle donne, il 25 novembre, si apprende che nell’Italia del 2021 si può maltrattare e segregare la propria moglie in casa per anni e costringerla a tenere il velo integrale, se si è di origini marocchine.

    Infatti, per la Procura di Perugia ciò rientrerebbe “nel quadro culturale dei soggetti interessati” e quindi la denuncia della donna merita solo di essere archiviata.

    “Da quando le libertà individuali e i diritti civili sono soggetti a eccezioni religiose-culturali, in Italia?”, si domanda Yuri Guaiana della segreteria di Più Europa. “La coraggiosa richiesta d’aiuto della giovane marocchina di 33 anni non può essere ignorata da un paese civile, poiché le tutele e i diritti devono valere per tutte e tutti.

    Come giustamente ricorda Souad Sbai, presidente della onlus "Acmid Donna”, sono in molte le donne che, in Italia, oggi vivono in uno uno stato di assoggettamento intollerabile e non possono essere lasciate sole, se non vogliamo altre Saman.

    Non c’è spazio per il comunitarismo ideologizzato in uno Stato liberale. Dove sono i vari social warriors che, soprattutto a sinistra, tanto si riempiono la bocca di diritti, internazionalità e di razzismo istituzionale?”

  • Covid in Europa: a chi il premio di buona condotta?

    Di Erica Galanti

     

    Il trend è confermato: come nel 2020, i contagi Covid aumentano nella stagione autunnale. Non fa eccezione l’Europa: secondo l'Ecdc, il Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie, i dati riguardanti la pandemia nel continente sono notevolmente peggiorati. L’Italia, che nel marzo 2020 è stato uno dei paesi più colpiti dal Covid, si pone stavolta davanti ai vicini europei per quanto riguarda numero di vaccinazioni, misure anti-covid e numero di regioni con minore pericolo di diffusione.

     

    Misure poco efficienti, scarsa prevenzione e non abbastanza vaccinati si traducono, a partire da ottobre, in un notevole peggioramento del numero di casi Covid in tutta Europa. Vengono colpiti in particolare paesi come la Germania, l’Inghilterra e la Bulgaria, costretti a rivedere le proprie misure anti-Covid e decidere se prorogare lo stato di emergenza. Hanno fatto discutere le nuove misure del governo austriaco ad esempio, che da lunedì 15 novembre fa scattare un altro lockdown, stavolta  per i non vaccinati, e quello olandese, che prevede un nuovo coprifuoco ed un lockdown “moderato” per le prossime tre settimane. 

     

    In Italia la situazione è tra le migliori in Europa. Seconda solo alla Spagna questa settimana per numero di contagi, nella mappa dell’Ecdc l’Italia è al primo posto. La penisola infatti conta solo aree arancioni - zone in cui i contagi sono meno di 50 su 100mila abitanti con tasso di positività inferiore al 4% - e addirittura sei regioni verdi - zone in cui i contagi sono meno di 50 su 100mila abitanti con un tasso di positività inferiore all’1%. Un traguardo importante, considerando che le zone verdi sono assenti in tutti gli altri stati europei. Basta guardare la Germania, l’Olanda o la Romania per comprendere la differenza: si tratta di paesi segnati di rosso - zone in cui i contagi sono più di 200 su 100mila abitanti con un tasso di positività superiore al 4% - o addirittura interamente rosso scuro - zone in cui i contagi sono più di 500 su 100mila abitanti con un tasso di positività superiore al 4%. 

     

    I meriti che portano l’Italia sul podio della gestione pandemica non sono pochi. Una campagna vaccinale di successo, che vede il 73% della popolazione vaccinata con due dosi nel mese di novembre, è sicuramente il motivo principale per cui la situazione rimane sotto controllo. “«L’effetto negativo sui contagi dovuto alla diffusione della variante Delta, più trasmissibile delle precedenti, in Italia è stato praticamente annullato dalla campagna vaccinale» conclude lo studio dell'ISS e della Fondazione Bruno Kessler, sottolineando i traguardi raggiunti con la vaccinazione. Seguono misure efficaci come quella del Green Pass, reso obbligatorio nei posti di lavoro pubblici e privati, nelle università, nei trasporti e nelle attività ed i servizi, ed al mantenimento di altre misure cautelari nei luoghi pubblici come le mascherine e la distanza di sicurezza.

     

    I risultati italiani si pongono come esempio per tutti i vicini europei. Con l’arrivo delle terze dosi e della stagione invernale, l’Italia dovrà fare attenzione a mantenere questo andamento positivo per poter permettere la continuazione e la piena ripresa delle attività economiche, commerciali e sociali.

  • Cop26: un passo troppo lento nella direzione giusta

    di Annalisa Nalin e Giordano Masini

    La Cop26 di Glasgow, copresieduta dall’Italia col Regno Unito, si è conclusa con un passo nella direzione giusta ma alla velocità sbagliata, e la velocità è determinante rispetto ai traguardi perché il clima non attende i nostri tempi.

    Il Glasgow Climate Pact è un progresso rispetto al passato, sarebbe sbagliato non riconoscerlo e dimenticare che fino a pochissimo tempo fa scontavamo addirittura l’uscita degli Stati Uniti di Trump dall’accordo di Parigi, mentre oggi l’obiettivo di contenere a 1,5 gradi l’aumento globale della temperatura è condiviso da tutti i 196 paesi, e l’Occidente condivide un approccio ancora più drastico di quello sancito dall’accordo.

    Ci sono progressi importanti sulla deforestazione e sul metano, sono stati promessi 100 miliardi di dollari a sostegno dei paesi più vulnerabili. Non possiamo però ignorare che il cambio di una parola imposto all’ultimo momento dall’India con il sostegno della Cina, phase down invece che phase out, riduzione invece di eliminazione del sostegno alle fonti fossili di energia, ridimensiona drasticamente il risultato rispetto alle legittime aspettative.

    Il giorno dopo Glasgow sappiamo che il cambiamento climatico è ancora una montagna da scalare per l’umanità, che sono ancora da fare progressi che si sarebbero potuti e dovuti fare ieri, e che non sono comunque rimandabili per evitare che l’accelerazione del riscaldamento globale - come giustamente avverte la scienza - spedisca fuori tempo massimo gli sforzi promessi.

    La delusione dei milioni di ragazze e ragazzi che in tutto il mondo hanno animato i Fridays for Future è giusta e comprensibile.

    Oggi potremmo dire loro di guardare il bicchiere mezzo pieno - anche il traguardo del phase down è un progresso, a ben vedere - ma sappiamo che se anche ieri sono stati fatti dei passi avanti è proprio perché loro finora non si sono accontentati, perché hanno mantenuto alta l’asticella delle aspettative.

    Fanno bene a non accontentarsi nemmeno oggi e noi faremmo bene ad essere loro grati, piuttosto che trattarli con paternalismo e sufficienza.

    Una parola infine per la scienza: siamo riusciti a prendere consapevolezza dell’emergenza climatica, a superare gli scetticismi e a individuare delle possibili contromisure grazie agli straordinari progressi della ricerca scientifica degli ultimi decenni. Dobbiamo sostenerne ancora gli sforzi, nella consapevolezza che la civiltà si protegge e si sviluppa solo grazie al sapere, alla conoscenza e alla loro applicazione sostenibile.

  • published Programma per l'Italia in News 2022-01-19 16:25:37 +0100

    Programma per l'Italia

    Il Comitato Scientifico "Programma per l'Italia” è Presieduto da Carlo Cottarelli e composto da Più Europa, Azione, Partito Repubblicano Italiano, Alleanza Liberaldemocratica per l’Italia (ALI) e I Liberali, ha il compito di elaborare proposte per risanare il nostro paese, la sua economia e il suo tessuto sociale, mantenendo un saldo ancoraggio europeo ed atlantico.

    Clicca qui e qui per rivedere la conferenza stampa di presentazione.

    Primo capitolo: Una nuova giustizia per l'Italia
    Clicca qui per leggere il capitolo.
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    Secondo capitolo: Valorizzare il capitale umano: scuola, università e ricerca
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    Terzo capitolo: Un lavoro più giusto, efficiente e produttivo.
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  • Mario Draghi è garanzia di un PNRR a beneficio delle future generazioni e non del consenso elettorale

    di Paolo Costanzo

    La stagnazione ventennale che ha caratterizzato il nostro paese è stata causata dalla bassa produttività del lavoro penalizzata dalla inadeguata accumulazione di conoscenze nella maggioranza delle imprese e dalla scarsa capacità innovativa delle stesse che non hanno sfruttato adeguatamente lo sviluppo del web e delle reti e la generazione di algoritmi sempre più sofisticati. Grazie al PNRR, se le risorse saranno allocate correttamente, potremo recuperare il tempo perduto e sfruttare le opportunità offerte nell’economia della conoscenza che si fonda sul capitale intellettuale e sulla sua capacità di applicare innovazione, scienza e tecnologia all’economia e alle imprese. L’efficiente allocazione delle risorse sarà necessariamente l’elemento essenziale alla stabilità macroeconomica, alla creazione di posti di lavoro e alla generazione di risorse per le politiche di coes  ione a sostegno dei più svantaggiati, nel contesto della doppia trasformazione ecologica e digitale al centro dell’agenda europea. Fra gli addetti i lavori esiste una certa preoccupazione perché la disponibilità delle risorse potrebbe solleticare comportamenti censurabili e perché vi sono forti perplessità circa la capacità amministrativa di utilizzarle in maniera efficace nei tempi previsti dal Piano (si ricorda che le risorse devono essere spese entro il 2026)

    La percezione che la Pubblica Amministrazione sia costosa, inefficiente e corrotta rappresenta una distorsione della realtà che non coglie le origini del problema e non ne permette la soluzione. La presenza di fannulloni e incompetenti è comune a tutti i settori dell’economia e non rappresenta il carattere distintivo della Pubblica Amministrazione del Paese.

    Sicuramente vi è un eccesso di leggi, permessi e autorizzazioni che unitamente alla scarsa intellegibilità delle stesse, minano la fiducia delle parti sociali, ostacolano la vita dei cittadini e frenano la crescita economica e lo sviluppo. Sotto questo profilo, la semplificazione della legislazione supporterebbe trasversalmente tutte e sei le missioni del PNRR. Anche la semplificazione delle norme in materia di appalti pubblici e concessioni e? obiettivo essenziale del Piano per l’efficiente realizzazione delle infrastrutture e per il rilancio dell’attività edilizia. Tale semplificazione deve avere a oggetto non solo la fase di affidamento, ma anche quelle di pianificazione programmazione e progettazione.

    Un ulteriore problema che dovrà essere affrontato, che sembra essere percepito nel Piano, è rappresentato dalla paralisi decisionale degli organi di governo. Spesso i funzionari pubblici sono disincentivati a prendere decisioni, dati i rischi reputazionali, patrimoniali e penali che questi si assumono. Per risolvere il problema di una burocrazia che frena la crescita economica e penalizza i cittadini, i nodi che creano la paralisi decisionale degli organi di governo dovranno essere sciolti. Si tratta da un lato di creare i cosiddetti “check and balance” che permettano ai funzionari pubblici di assumere decisioni in maniera consapevole, e dall’altro occorre agire sugli aspetti comportamentali e culturali di tutte le parti sociali che, come noto, non sono sovvertibili con un intervento legislativo.

    Gli impatti macroeconomici complessivi del PNRR sono stimati, nei sei anni, in una crescita del PIL che varia dal 12,7 per cento, utilizzando la metodologia del modello QUEST, a circa il 14,5 utilizzando la metodologia del modello MACGEM-IT.

    Si tratta quindi di un’occasione unica che il Paese non può permettersi di farsi sfuggire. Se Draghi andrà al Quirinale, dunque, sarà prioritario scongiurare il rischio di attribuire la cabina di regia del PNRR a chi ne vuole fare diventare uno strumento di consenso elettorale e non di crescita sostenibile del Paese a beneficio delle future generazioni.

     

     

  • Sulle concessioni balneari l'indecenza di difendere l'indifendibile

    di Riccardo Magi

    In questi tre anni e mezzo di legislatura ho presentato emendamenti in tutte le occasioni possibili (legge di delegazione europea del 2018, legge europea 2018 e 2020, legge di bilancio 2021) per garantire l'assegnazione delle concessioni demaniali marittime tramite procedure di gara aperte e competitive e ridurre quella proroga insostenibile fino al 2033. Questi emendamenti sono sempre stati respinti dal voto trasversale della quasi totalità della Camera.

    Il Presidente Draghi sin dal suo primo discorso davanti alle Camere ha posto la giusta enfasi sul valore della concorrenza al servizio della ripresa economica e sui ritardi che il nostro Paese deve recuperare e quello delle concessioni è uno degli ambiti in cui il ritardo è maggiore. E' evidente a tutti che l'attuale situazione oltre ad essere illegittima è irragionevole e non più difendibile perchè non risponde all'interesse pubblico e alle esigenze di rilancio del settore turistico e getta gli stessi operatori in una situazione di incertezza normativa. Si rischia persino un impatto negativo sull'accesso ai fondi del Next Generation Eu.

    E' letteralmente indecente continuare a difendere l'indifendibile anziche' lavorare su come adeguarsi al diritto europeo nell'interesse della maggior parte dei cittadini.

     

  • Alcune proposte per una esecuzione più efficiente del PNRR

    Di Nicoletta Parisi e Dino Rinoldi

    Il 17 ottobre scorso Emma Bonino, nel proprio intervento all’Assemblea nazionale di +Europa, rinnovata dal Congresso, ha ricordato quanto urgente e importante sia per il nostro Paese una buona attuazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) italiano.

    Il Presidente del Consiglio, commemorando il 14 settembre scorso Beniamino Andreatta, ha auspicato un «percorso di riforme» tramite l’attuazione del PNRR italiano. Qualche giorno dopo (23 settembre), in Confindustria, egli ha evocato la necessità di «un patto economico, sociale e produttivo» per il rilancio del Paese. All’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 24 settembre, ha parlato di transizione ecologica come motore della crescita e della urgenza di affrontare i costi economici e sociali immensi che essa comporta, in un clima di solidarietà europea e internazionale. All’inizio di ottobre (l’8) ha sottolineato che per tutto ciò «i tempi sono diventati anche brevi».

    Il Presidente dell’Autorità antitrust italiana, Roberto Rustichelli, ha parlato al riguardo (il 29 settembre) di «molte incognite», osservando che «una riflessione urgente si impone» su corruzione, disciplina degli appalti e normativa regolatrice della concorrenza perché si «rischia … di ostacolare il conseguimento degli obiettivi del PNRR».

    L’Italia ha oggi una particolare responsabilità in quanto Paese maggiormente beneficiato dai fondi europei: del “pacchetto” NextGenerationEU-NGEU di 750/800 miliardi (comprensivo del Dispositivo per la ripresa e la resilienza di 672,5 miliardi: regolamento 2021/240 del Parlamento europeo e del Consiglio) al nostro Paese possono infatti essere attribuite risorse (fra sovvenzioni e prestiti) pari al 28% dell’intero ammontare. L’evoluzione futura dell’Unione europea, in particolare quanto alla sua capacità di fornirsi in modo strutturale di strumenti di intervento finanziati da vere «risorse proprie», come previsto dall’art. 311 del Trattato sul funzionamento dell’UE, dipenderà molto dalla capacità dell’Italia di impiegare in modo efficace ed efficiente i nuovi finanziamenti introdotti (per ora provvisoriamente) per superare l’emergenza pandemica. È temporaneo il SURE (regolamento 2020/672 del Consiglio volto a sostenere i rischi di disoccupazione); è temporanea la raccolta da parte della Commissione europea dei capitali necessari a finanziare il Dispositivo per la ripresa e la resilienza; è solo in itinere la creazione di nuove risorse proprie europee (decisione 2020/2053 del Consiglio). Ma la prima emissione nei mercati finanziari del debito, da parte della Commissione, di Euro Green Bond avvenuta nei giorni scorsi e chiusasi con una raccolta di 15 miliardi di euro (con domande di 11 volte superiori alla richiesta) a scadenza di 15 anni non può non rendere ottimisti.

    Le parole che il Presidente del Consiglio ha pronunciato segnano un percorso che il Governo ha già affermato di voler seguire con i tanti provvedimenti in qualche misura già adottati o annunciati come prossimi. Draghi ha del resto richiamato ciascuno di noi «al senso di responsabilità. Non solo verso l’UE, ma verso noi stessi e le nuove generazioni. Abbiamo il dovere di spendere [le risorse del PNRR] in maniera efficiente e onesta. E di avviare un percorso … per rendere l’economia italiana più giusta e più competitiva». Tre sostantivi pesanti il Presidente del Consiglio ha indirizzato alle istituzioni pubbliche, ai cittadini del nostro Paese: responsabilità, efficienza, onestà.

    Perché questi tre concetti si trasformino in azione e non rimangano soltanto un auspicio chiediamo che:

    1. Si dia corso alla riduzione del numero (così come lo si è fatto per le Camere di commercio) e alla massima professionalizzazione delle stazioni appaltanti, al fine di rendere credibile una competente azione pubblica di spesa e di “messa a terra” dei progetti di investimento contenuti nel PNRR italiano: soltanto chi è competente può avere capacità di spesa su progetti dal quale dipende la crescita sostenibile del Paese e il benessere delle future generazioni.

    2. Si proceda a dare miglior esecuzione al decreto - a seguito di sua pubblicazione in Gazzetta ufficiale - sulla digitalizzazione dei contratti pubblici di affidamento di servizi, lavori e forniture, sola via per assicurare l’effettiva semplificazione e congiuntamente anche la velocità nell’affidamento ed esecuzione dei contratti pubblici.

    3. Non si adottino riforme normative in materia di strategia di prevenzione della corruzione che abbassino lo standard di integrità della pubblica amministrazione, aprendo così varchi all’infiltrazione di pratiche illegali o di maladministration: non si possono consentire usi distorti di risorse pubbliche essenziali alla crescita del Paese.

    4. Non si adottino riforme normative che abbassino il livello di trasparenza amministrativa vigente in Italia, in particolare riducendo le possibilità di accesso civico del cittadino ai dati, alle informazioni e agli atti della pubblica amministrazione: non si operi in favore di una piattaforma unica sulla trasparenza situata presso l’Autorità Nazionale Anticorruzione, che determinerebbe come minimo una de-responsabilizzazione di ciascun ente della pubblica amministrazione a fare luce dall’interno sul proprio agire valorizzando la propria accountability.

    5. Venga ripreso il processo di adeguamento alla direttiva dell’Unione europea (n. 2019/1937/UE) in materia di tutela del dipendente che segnala illeciti (cd. Whistleblower), affinché il nostro ordinamento adempia ad essa tempestivamente (ovvero entro il 17 dicembre prossimo) almeno per la parte di rilievo pubblicistico, ma già preparandosi all’attuazione nel 2023 della parte privatistica. Il Whistleblowing è uno strumento di prevenzione delle irregolarità e delle illegalità che ha dato buona prova di sé anche in questo periodo di pandemia, scongiurando il riprodursi di comportamenti suscettibili di mettere a rischio la salute pubblica: occorre valorizzarlo dando certezza al “segnalante” che da questa sua iniziativa non deriveranno misure demansionanti, discriminatorie, vessatorie.

    6. Venga costruita (in Open Data) la piattaforma informatica (ai sensi dell’art. 1, comma 1043, della Legge di bilancio 2021) destinata ad attivare trasparenza nell’esecuzione del PNRR tramite la possibilità di ciascun cittadino di accedervi per informarsi e per monitorare l’avanzamento della “messa a terra” dei singoli progetti e delle riforme che danno consistenza al PNRR stesso.

    7. Si attivi il Tavolo permanente per il partenariato economico, sociale e territoriale, previsto dall’art. 3 della legge n. 108/2021 e istituito con dcpm 14 ottobre 2021, per consentire che la società civile, tramite gli enti esponenziali di sua rappresentanza, ivi comprese le università, possano esercitare la funzione consultiva loro assegnata in modo incisivo e responsabilizzato, al fine di contribuire alla miglior esecuzione del PNRR accompagnando l’azione in materia delle pubbliche istituzioni. La gran parte dei progetti contenuti nel PNRR italiano è infatti destinata ai cittadini stessi, alle comunità territoriali in cui essi vivono, perseguendo effetti che possibilmente siano duraturi o comunque di lungo periodo e capaci di determinare crescita economica, sviluppo sociale, stabilità anche per il futuro. Di nuovo menzionando la trasparenza amministrativa occorre ricordarne l’intrinseca caratteristica di essere strumento di democrazia e di contribuire alla stabilità delle istituzioni.

    8. A motivo della temuta pletoricità del tavolo per il partenariato nominato al precedente punto 7, e dunque in ragione delle possibili difficoltà che esso incontrerà - quando istituito - nell’esercitare rapidamente ed efficacemente la funzione consultiva conferitagli dalla legge, si provveda ad utilizzare anche altre modalità di coinvolgimento della società civile nelle diverse fasi di esecuzione del PNRR, come per esempio quella offerta dall’art. 8, comma 5bis, della legge di conversione del decreto legge governance e semplificazioni bis (legge n. 108/2021): esso dispone la costituzione di tavoli di lavoro di settore e territoriali da parte di ciascuna amministrazione titolare di interventi previsti nel PNRR, tavoli continuativi e finalizzati a discutere i progetti di investimento e le loro ricadute economiche. Occorre che al più presto sia adottato il protocollo d’intesa nazionale tra Governo e parti sociali più rappresentative affinché questi tavoli possano costituirsi: infatti stanno già per essere pubblicati i primi bandi per l’affidamento di progetti PNRR.

    9. Si impari - dalla metodologia che l’Unione europea impone a ciascuno degli Stati membri per accordare le risorse del “NextGeneratioEU” - a utilizzare un efficiente ed efficace modello per la valutazione futura delle politiche pubbliche nazionali. L’esperienza auspicabilmente positiva maturata con l’esecuzione del PNRR dovrebbe essere messa a regime oltre il 2026, al fine di adottare criteri di valutazione sistematica delle politiche pubbliche. Tali criteri dovrebbero diventare parte integrante dello stesso processo di formazione del bilancio pubblico. Sarebbe ugualmente un lascito duraturo del Piano se l’ordinamento italiano fosse capace di utilizzare, anche oltre l’attuazione del PNRR, una metodologia condivisa fra ambiente pubblico e investitori privati, tale da consentire la selezione degli investimenti migliori e più in generale della spesa pubblica con modalità che nelle mutate contingenze siano più congrue al sostegno della crescita economica e dello sviluppo sociale, capaci di escludere certe tipologie di spesa dall’applicazione di un futuro Patto di stabilità e crescita.

    Non vanifichiamo lo sforzo finanziario che l’Unione europea e, una volta tanto, i suoi Stati membri hanno messo in campo con l’iniziativa NextGenerationEU. Serve alla crescita del Paese; serve allo sviluppo dell’integrazione europea; consente di guardare alla federazione continentale che l’art. 1 dello Statuto di +Europa si dà come obiettivo.

    Serve anche ad avviare i negoziati su un nuovo Patto di stabilità e crescita, su basi propulsive e non meramente contenitive, difensive. Solo così l’Italia contribuirà concretamente al processo di integrazione del continente europeo, condividendo – dunque arricchendo – la propria sovranità nazionale di fronte a sfide che, per essere globali, richiedono una risposta non dimensionata su base statuale.

    È da queste considerazioni che è nata la mozione particolare - intitolata «Tempi brevi per l’attuazione del PNRR» presentata il 17 ottobre scorso in Assemblea, dove è stata accolta come raccomandazione.

  • published Quota 100: un suicidio economico in News 2022-01-19 16:21:45 +0100

    Quota 100: un suicidio economico

    di Paolo Costanzo

     

    Nei suoi recenti interventi, Matteo Salvini ha affermato che “Tra le priorità della Lega nella prossima manovra finanziaria c’è quella di confermare Quota 100. Faremo le barricate davanti al Parlamento per difenderla”. Fortunatamente, il Consiglio dei Ministri, disinteressandosi del bieco interesse elettorale del leader della Lega, ha varato la legge di bilancio 2022 prevedendo una transizione di un solo anno da Quota 100 alla legge Fornero in versione integrale. In particolare, è prevista una Quota 102 “secca”, ovvero la possibilità di uscita nel 2022 al raggiungimento dei 64 anni d’età anagrafica e dei 38 anni di contributi per “traghettare” i lavoratori penalizzati dai nuovi requisiti richiesti.

    Quota 100, varata dal Governo Gialloverde con la Legge di Bilancio 2019, ha determinato forti squilibri nelle dinamiche del mercato del lavoro oltre che nei conti pubblici. Vediamo perché.

    Il sistema pensionistico del nostro Paese, organizzato secondo il criterio della ripartizione, è disegnato per fornire un flusso di pagamenti a chi: (i) ha cessato l'attività lavorativa per ragioni di età anagrafica (pensioni di vecchiaia) o di età contributiva (pensioni di anzianità); (ii) non è più in grado di partecipare al processo produttivo per una sopravvenuta incapacità lavorativa (pensioni di invalidità); (iii) è legato da rapporti familiari con persone decedute che hanno fatto parte della forza lavoro (pensioni di reversibilità); (iv) è sprovvisto di qualunque forma di reddito e non è in grado di lavorare (pensioni assistenziali).

    In una situazione di equilibrio, le prestazioni pensionistiche erogate in un periodo dovrebbero essere finanziate dai contributi versati dai lavoratori e dai datori di lavoro. Nel nostro Paese, invece, lo Stato interviene ricorrendo alla fiscalità generale per compensare lo squilibrio annuo, di diverse decine di miliardi di euro, fra le prestazioni erogate e i contributi versati. Lo squilibrio è principalmente legato: (i) ad un trend demografico caratterizzato da un aumento dell’età media della popolazione, come riflesso di un aumento dell’aspettativa di vita, e di un basso tasso di natalità; (ii) ad un trattamento pensionistico molto generoso; (iii) ad un elevato livello di evasione fiscale e contributiva che si trascina oramai da diversi decenni.

    Prima della riforma varata dal Governo Amato nel 1992, il trattamento pensionistico era determinato dallo stipendio percepito negli ultimi cinque anni di lavoro, con un tasso di rendimento medio pari al 2 per cento annuo (cosiddetto metodo retributivo). In tal modo, si è venuta a creare una forte dissociazione tra contributi versati e pensioni percepite determinando il ricorso alla fiscalità generale e lo scompenso intergenerazionale.

    Con la riforma Dini del 1995, che introdusse criteri di determinazione delle prestazioni secondo criteri prettamente attuariali, anche se con un periodo di transizione molto lungo, si realizzò il passaggio dal criterio retributivo a quello contributivo che iniziava a garantire l’associazione tra contributi versati e prestazione pensionistica erogata. La riforma Maroni del 2005 (legge delega 243/2004) e la tanto avversata legge Fornero (n. 214/2011) hanno, tra le altre cose, innalzato l’età pensionabile, indicizzandola alle aspettative di vita. Secondo le stime ufficiali italiane elaborato dalla Ragioneria generale dello Stato (RGS), le riforme realizzate fino al 2018 avrebbero condotto a una relativa stabilità del rapporto tra spesa pensionistica e Pil. Queste previsioni sono però basate su stime piuttosto ottimistiche circa il tasso di crescita della produttività (1,5%) e dell’occupazione (10% entro il 2040). Recenti studi svolti dal Fondo Monetario Internazionale e dal WGA (Working Group on Ageing), dipingono uno scenario futuro differente, con aumenti della spesa pensionistica di 4 punti percentuali entro il 2050. A seguito dell’introduzione di Quota 100, il Fondo Monetario Internazionale ha stimato che l’incidenza della spesa pensionistica sul Prodotto interno lordo, senza tenere conto dell’effetto Covid, supererà il 18% per poi assestarsi nel 2070. Al riguardo, la Ragioneria Generale dello Stato, solitamente più ottimista nelle sue analisi rispetto al FMI, ha segnalato una incidenza della spesa pensionistica sul PIL nella misura del 17% per il 2020 e intorno al 16,5% fino al 2045 (si pensi che la sanità e la formazione incidono per meno del 6%).

    Vi è poi un ulteriore effetto distorsivo emerso da un recente studio condotto da alcuni economisti di Banca d’Italia. In particolare, nel nostro Paese si sta verificando un fenomeno paradossale che i Populisti sottovalutano o non ne comprendono la portata: vi sono diversi settori dell’economia del nostro Paese che denunciano difficoltà a reperire personale nonostante si registri un numero di occupati ai minimi storici. La quota di occupazione in proporzione alla popolazione adulta è scesa nel 2020 al 58% circa e la riduzione non è spiegabile solo dalla Pandemia, ma anche da Quota 100.

    Gli economisti di Banca d’Italia hanno appurato che il tasso di occupazione naturale del nostro Paese, ovvero quello depurato delle oscillazioni temporanee dei cicli economici, è sceso in gran parte a causa di un aumento dei flussi di pensionamento indotti da una riduzione temporanea nei requisiti di accesso alla pensione. Questo effetto si somma alle stime demografiche che vedono un crollo di circa 6 milioni di persone in età di lavoro entro il 2040.

    Quota 100 si rivela sempre di più un suicidio economico: oltre a pesare sulle casse dello Stato incidendo sull’aumento della spesa corrente ha ridotto la capacità produttiva del Paese riducendo la popolazione in età di lavoro.

     

  • G20, Cop26, rivoluzione sostenibile: inizia il conto alla rovescia

    di Annalisa Nalin

    Nessuno si potrà chiamare fuori. Lo sviluppo sostenibile è una priorità e una responsabilità improrogabile sia per i governi che per gli innumerevoli stakeholder del processo rivoluzionario definito “transizione ecologica”. In gioco c’è un nuovo modello di economia, oltre a nuove forme di approvvigionamento energetico. L’obiettivo: garantire la sopravvivenza del pianeta.

    Alluvioni, ondate di calore, incendi, siccità, deforestazione e desertificazione sono sotto gli occhi di tutti. Sono fenomeni legati ai cambiamenti climatici e questa tesi non è più confutabile.

    A pochi giorni dall’apertura della Cop26 a Glasgow è stato divulgato un nuovo rapporto dell’ONU che prevede un aumento della temperatura di un 2,7 gradi entro fine secolo, molto lontano dall’obiettivo condiviso alla Cop di Parigi nel 2015 di limitarlo a 1,5 gradi. Per questo motivo sia al G20, questo weekend a Roma, che poi alla Cop26 di Glasgow (31 ott -12 nov) nessuno potrà sottrarsi alle responsabilità. Occorre un piano di investimenti imponente (molto più di quanto previsto oggi), spesso incompatibile con le politiche di sviluppo economico tradizionali. Ma se diversi paesi sono refrattari, i dati non lasciano più spazio a perdite di tempo. L’urlo con cui le giovani generazioni hanno espresso la loro rabbia alla pre-Cop di Milano, solo qualche settimana fa, ha lanciato la chiamata globale.

    In primis tocca agli Stati più industrializzati, quelli del G20 che generano l’80% del PIL mondiale ma al contempo causano il 75% delle emissioni. L’Europa ha già lanciato un ampio programma di de-carbonizzazione ma le politiche nazionali per la riduzione delle emissioni entro il 2030 sono un primo passo, tuttavia non  sufficiente.

    Perché la transizione verso una società a emissioni zero sia reale occorre agire attraverso una rivoluzione economica e finanziaria. Le leve più importanti si possono riassumere in alcuni punti imprescindibili:

    ENERGIA: la sostituzione dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabile fondamentali per la transizione ecologica, non si potrà sottrarre a un’analisi approfondita di sicurezza, costi e benefici del cosiddetto nucleare verde.

    RIFIUTI: comprende l’intero ciclo, quindi non solo la raccolta differenziata ma anche lo smaltimento con tecnologie avanzate, evitando che il trasporto trasformi alcuni Stati in inquinanti Paesi-discarica.

    MOBILITÀ VERDE: promuovere e investire nell’utilizzo di mezzi di trasporto meno o addirittura non-impattanti sull’inquinamento.

    RINNOVAMENTO TERMICO DEGLI EDIFICI: con l’abbattimento sia dei costi energetici che dei livelli di inquinamento a partire dalle città ed aree metropolitane.

    TRASFORMAZIONE DI INDUSTRIA E AGRICOLTURA: servono modelli meno energivori che richiederanno cambi progressivi ma radicali anche da parte dei consumatori sia nella scelta di prodotti che nelle abitudini alimentari.

    La sfida è chiara, quindi: i grandi della terra si incontreranno al G20 e alla Cop26. Si spera che riescano a superare a fronte del futuro del pianeta e delle nuove generazioni.

     

  • published Anche sugli Ogm è tempo di ascoltare la scienza in News 2022-01-19 16:20:30 +0100

    Anche sugli Ogm è tempo di ascoltare la scienza

    Un agricoltore friulano, Giorgio Fidenato, continua da anni la sua disobbedienza civile perché venga garantita anche agli agricoltori italiani la possibilità di coltivare varietà geneticamente modificate ammesse alla coltivazione dall’Unione Europea, che permetterebbero un’agricoltura più produttiva, più sana e più attenta all’ambiente. Anche quest’anno il suo mais è stato distrutto dalla guardia forestale, e anche quest’anno Giorgio si prepara a una lunga battaglia legale per vedersi riconosciuti gli stessi diritti degli agricoltori di altri paesi.
     
    Il mais seminato da Giorgio Fidenato non ha avuto bisogno bisogno di trattamenti insetticidi perché è già resistente ai parassiti come la piralide.
     
    Il suo raccolto non sarebbe stato danneggiato dalle aflatossine, una muffa cancerogena molto diffusa nei raccolti di mais convenzionale proprio a causa della piralide.
     
    Il mais di Fidenato era sicuro, ha superato tutti i test per l’autorizzazione alla vendita (non richiesti per le varietà convenzionali) e viene coltivato da decenni in tutto il mondo senza che sia mai stata documentata alcuna controindicazione per la salute o per l’ambiente.
     
    Il mais di Fidenato è stato distrutto, ma i mangimi degli allevamenti italiani saranno comunque prodotti con mais geneticamente modificato coltivato all’estero la cui vendita è consentita nel nostro paese.
     
    Nel nostro paese non è solo vietata la coltivazione delle varietà genericamente migliorate, ma anche - caso unico al mondo - la ricerca e la sperimentazione in campo aperto.
    L’opposizione verso le varietà transgeniche è il frutto di una visione antiscientifica e irrazionale che la politica e un certo tipo di marketing hanno assecondato per molti anni, e che ormai dovremmo superare. L’agricoltura italiana merita di poter crescere nella direzione della sostenibilità ambientale e della produttività.
  • La debolezza dei partiti e alcuni dubbi sulla riforma proporzionale del sistema elettorale

    Di Nicolò Scibelli

    Il sistema dei partiti in Italia è debole, e una riforma in senso proporzionale del sistema elettorale avrebbe l’effetto di indebolirlo ulteriormente.

    Quanto al primo aspetto è utile prendere in considerazione pochi dati: il numero degli iscritti ai partiti – se si considera il dato aggregato – oggi è un ottavo di settant’anni fa. A titolo esemplificativo, il PCI nel 1946 contava circa due milioni e mezzo di iscritti, il PD nel 2020 ha di poco superato i quattrocentomila. L’astensionismo è aumentato senza sosta dagli anni Cinquanta: nel 1948 la percentuale dei votanti ammontava al 92%, nel 1994 all’86, nel 2018 al 73. Le donazioni economiche private ai partiti nel 2013 sono state complessivamente di 38,45 milioni di euro da persone fisiche e di 2,46 milioni da persone giuridiche, nel 2018 le prime hanno registrato una flessione del 38% e le seconde del 67. Secondo il Rapporto Demos del 2020 relativo alla fiducia degli italiani nelle istituzioni i partiti si collocano all’ultimo posto, dietro, tra gli altri, alle forze dell’ordine, al Comune, alla Chiesa, all’UE, alla magistratura, ai sindacati, alle banche e al Parlamento. D’altra parte, il successo delle nostre campagne referendarie, Eutanasia Legale e Cannabis, e la rapidità con cui in entrambi i casi è stata raggiunta e ampiamente superata la quota del mezzo milione di firme, sembrerebbero confermare che ad una evidente crisi dei corpi intermedi di rappresentanza non corrisponde una crisi della partecipazione democratica. La risposta si è rivelata estremamente positiva, peraltro, anche e soprattutto in una fascia di elettori che è tra le più diffidenti nei confronti dei partiti e della “democrazia elettiva”: circa la metà dei firmatari del Referendum Cannabis ha meno di 25 anni; circa la metà degli elettori under 25 non ha votato alle ultime elezioni politiche ed europee. Che alla crisi dei partiti non corrisponda una crisi della partecipazione democratica, inoltre, sembrerebbe confermarlo anche la proliferazione dei movimenti su alcune delle grandi questioni sociali della nostra epoca, in primo luogo sul cambiamento climatico e sull’ambiente, ma più in generale sui diritti – individuali e sociali – su cui si registra un incremento dell’attivismo, soprattutto tra i giovani, e delle mobilitazioni nell’ambito dell’associazionismo e del Terzo Settore.

    Sul piano dell’analisi qualitativa si osserva quindi che i partiti si rivelano sempre più inidonei nell’adempiere alla propria funzione di corpi intermedi di rappresentanza democratica e di sintesi tra le istanze degli elettori e l’azione del decisore politico, favorendo in tal modo la proliferazione e il successo dei “capi” che si rivolgono direttamente al “popolo”, e quindi le molteplici degenerazioni del circuito democratico che sono state definite: democrazia del consenso, oppure  democrazia del pubblico, popolocrazia. Il sonno della politica, dovuto in primo luogo dalla carenza di leadership partitica, genera, infatti, capi con tendenze autoritarie. Esattamente come l’epilogo della Repubblica di Weimar ha generato Hitler, e in quel caso buona parte delle ragioni della crisi del circuito democratico possono essere rinvenute proprio nell’inadeguatezza dei meccanismi istituzionali e in quel sistema di “democrazia contrattata” con cui – in una logica consociativa e proporzionale, in presenza di un sistema partitico atomizzato – si tentava di non scontentare nessuna delle parti.

    Anche nel caso italiano la debolezza dei partiti ha spesso facilitato la creazione di un ampio consenso intorno al capo di turno che, talvolta per un breve periodo di tempo, è riuscito ad instaurare un rapporto non mediato con una parte maggioritaria degli elettori: da Berlusconi a Renzi, a Salvini, a Conte. In tutti questi casi l’inizio del successo è stato preceduto da periodi più o meno lungo caratterizzati da forte instabilità politica dovuta, tra gli altri fattori, a sistemi elettorali troppo proporzionali e a conseguenti carenze di leadership. Anche la legge attualmente in vigore, prevalentemente proporzionale, funziona in una logica prettamente consociativa e proporzionalistica: non prevede vere e proprie coalizioni nei collegi uninominali, i partiti collegati tra loro non condividono un programma politico; non è quindi sorprendente che un giorno dopo il voto, in sede parlamentare, si vada ognuno per la propria strada. Se è vero che questa logica consociativa e proporzionalistica ha – in assenza di “vincitori” – rocambolescamente imposto Draghi a Palazzo Chigi, è altrettanto vero che prima di lui ha spianato la strada al governo dei due estremi, Lega-M5S. I quali, se si sommano le percentuali di voti da loro ottenuti nel 2018 (che superavano il 50%), al netto dei collegi uninominali, avrebbero avuto i numeri per governare insieme anche con il sistema più proporzionale del mondo. Il principale limite del Rosatellum sembrerebbe essere dovuto alla sua prevalente natura proporzionale e non, al contrario, alla timida quota maggioritaria. Non si superano gli estremismi rendendo ulteriormente debole il sistema partitico – che è la caratteristica di cui estremisti e populisti si nutrono – ma rafforzandolo, e intervenendo, piuttosto, sulla qualità della democrazia, la cui dimensione elettoralistica avrebbe urgente bisogno di essere integrata e rianimata da nuovi strumenti di democrazia partecipativa.

  • Trieste città della scienza. Non una frontiera NoVax

    di Alessio Briganti
    Trieste è una capitale della conoscenza, riconosciuta a livello internazionale. Una città di 200mila abitanti in cui hanno sede due università e una quantità impressionante di istituti di ricerca in cui convergono studiosi da tutto il mondo.
    Si stima che l’8% della popolazione lavori o collabori ad attività di alta formazione, ricerca, sviluppo e trasferimento tecnologico.
    Trieste è la città scelta da Rita Levi Montalcini nel 1993 per la Dichiarazione dei Doveri Umani, un impegno degli uomini di scienza nei confronti dell’umanità e delle prossime generazioni.
    Trieste è stata un simbolo della convivenza tra culture e religioni, della cooperazione, della crescita economica e del libero scambio. Oggi è il luogo di incontro dove le intelligenze, la razionalità, la conoscenza cercano di edificare un futuro di progresso e responsabilità.
    Le cronache di questi giorni vedono Trieste nuovamente “confine orientale”, frontiera di lotta di un variegato e inquietante mondo “no Green Pass”, sede dell’ennesimo pericoloso esperimento di opposizione extraparlamentare che si nutre di superstizioni antivacciniste, complotti e realtà alternative e che lancia messaggi pericolosi per la salute pubblica e a volte eversivi.
    Noi stiamo con la Trieste del progresso e della conoscenza, con le misure di contenimento del virus a difesa dei più deboli e della collettività, con il governo della ripresa.
    Difendiamo la ragione, mobilitiamo la fiducia nel futuro.