Salta

Piu Europa

Profilo di Piu
Obiettivi
  • Reclute totali
    50
    23 raccolti! 46.0% del tuo obiettivo
Reclute
(23)
Attività Recente
  • Della Vedova all'AGI: Alleanze non scontate. +Europa pronta ad andare da sola

    (AGI) - Roma, 23 feb. – Creare un soggetto forte, aperto e inclusivo fuori dal perimetro del centrodestra sovranista e populista e dal perimetro del centrosinistra ancora alla ricerca di una identità. Per il segretario di +Europa, Benedetto Della Vedova, la ragione ispiratrice della ‘sua’ creatura è oggi quanto mai valida. Lo dimostra il seguito che sta avendo il manifesto di Carlo Calenda, Siamo Europei sul quale, tuttavia, Della Vedova tiene a precisare: “Se uno fa una cosa con il Pd, fa una cosa del Pd”. Per il resto, Della vedova si dice “d’accordo al 90% con l’iniziativa di Calenda, lo dice uno che più di due anni fa ha fatto Forza Europa: è ineccepibile per il 90 per cento, è un testo in cui mi riconosco. Differenze ci possono essere, ma il manifesto di Calenda, la sua qualità, non sono in discussione”. I due, Della Vedova e Calenda, si sono anche incontrati e l’ex ministro dello Sviluppo Economico “durante la campagna elettorale, è stato molto generoso con +Europa: è venuto al nostro congresso a Milano. Non ci divide l'idea liberaldemocratica di una Italia protagonista in Europa e non antagonista piagnona”, ma “lo schema di gioco che lui propone perché lega tutto a quello che deciderà il Pd”. In ogni caso, aggiunge Della Vedova, “avremo modo dopo il congresso del Pd di riparlarne. Il nostro obiettivo, l'obiettivo di più Europa, è dare forza a una iniziativa politica distinta dal Pd. Se uno fa una cosa con il Pd fa una cosa del Pd. Al nostro congresso questa cosa era chiara, la nostra scommessa - ed è scommessa vera - è quella di costruire un soggetto distinto dal Pd, europeista e riformatore”. Oltre alla necessità di dare vita a un soggetto fieramente europeista distinto dal Partito Democratico, Della Vedova avanza una seconda perplessità sull’operazione in corso nel Pd: “La domanda da porsi è: mettendo tanti soggetti insieme aumenti i voti oppure no? Il nostro obiettivo è superare il 4%, ma bisogna chiedersi se mettere insieme elettorati diversi produca risultati oppure no. Calenda è comunque una persona di valore, il tema è il Pd, ma la nostra direzione di marcia è quella di costruire una offerta politica chiara”. Intanto, +Europa ha fatto chiarezza lì dove altri stanno cercando ancora risposta: la collocazione all’interno della famiglia europea. “Noi siamo entrati nell'Alde 15 giorni fa a Berlino. Mentre i socialisti fanno i socialisti e i popolari litigano se tenersi Orban – e qui l'ambiguità di Tajani è massima visto che stanno al governo nelle regioni con populisti e sovranisti e vorrebbero starci anche in Europa – la nostra linea di marcia è andare ad elezioni europee con una proposta che scommetta su una categoria nuova, la società aperta difesa dalla liberaldemocrazia, avendo in mente un’Italia migliore. Le sfide sono nell'interesse degli italiani, per essere protagonisti in Europa. Una linea che si contrappone con quella del governo che attacca l'Unione Europea”. Per quello che riguarda i temi, Della Vedova cita “ambiente, difesa, immigrazione, competitività industriale, difesa dei trattati commerciali, e un occhio attento a rappresentare una alternativa per gli elettori che in passato hanno votato centrodestra, ma che non si riconoscono nel salvinismo. Elettori che in passato si definivano di centro, che hanno a cuore l'Europa e hanno l'Europa nel cuore. Quelli che vogliono fare la Tav perchè pensano che un treno che unisce Madrid a Budapest passando per Milano è un vantaggio per l'Italia o che difendono il Ceta e i grandi accordi commerciali, che vogliono un esercito vero europeo pur dentro la Nato. Perchè la Russia è ai nostri confini. E' bene che facciamo un esercito comune”. E qui entrano in gioco le alleanze interne, meno facili da stringere. All’ultima assemblea di +Europa è infatti passata una mozione che impegna il segretario a valutare accordi con Verdi e Italia in Comune. Problema: i Verdi guardano a Sinistra Italiana e hanno un approccio più cauto su temi come il Ceta e la Tav. “Con i Verdi e con Italia in Comune abbiamo un confronto aperto, leale, ma dall'esito tutt'altro che scontato”, spiega della Vedova: “Oggi ho visto che i Verdi hanno considerato come interlocutori del loro progetto anche forze più a sinistra, come Sinistra Italiana. Con tutta la simpatia personale che posso avere per molti esponenti, sono interlocuzioni fuori dall'orizzonte di +Europa. C'è un confronto con Verdi e Pizzarotti perchè c'è una condivisione sui temi dell'Europeismo e del federalismo europeo. Anche sull'importanza complessiva del tema ambientale, sia per quanto riguarda i cambiamenti climatici che l'economia circolare. Il tema sarà vedere se su questo sarà possibile costruire una alleanza politica. Perchè il giudizio sulla Tav, ad esempio, ci vede su posizioni opposte. Io penso che la Tav vada fatta punto e basta, perchè è un'opera internazionale già cominciata. Mi preoccupo dei soldi che verrebbero buttati, parliamo di alcuni miliardi, non di qualche decina”. Idem sui trattati commerciali internazionali: “Per noi sono temi di un Paese che vuole crescere ed esportare. L'export è decisivo per noi, anche se non esaustivo. Il confronto l'abbiamo aperto, sarà serio e leale, ci sono differenze su questo, magari anche sugli Ogm. Ci sono poi i cartelli elettorali, i Verdi sono in una fase di ripresa a livello europeo ma i cartelli elettorali sono sempre belle bestie da domare. Dobbiamo stare attenti che nelle alleanze elettorali non sbiadiscano tutti i messaggi”, avverte il leader di +Europa. Un po' diversa è la situazione con Pizzarotti e Italia in Comune: “Sui grandi temi, a partire dalla Tav, c'è una posizione comune e molto più pragmatica”. Nel frattempo, c’è da portare avanti il lavoro di opposizione al governo: “Stiamo facendo molte iniziative. Per inizio marzo ci mobiliteremo in difesa della libertà di impresa nel commercio, contro questa iniziativa del governo sulla obbligatorietà delle chiusure domenicali che rischia di essere solo un favore alle grandi piattaforme online”, spiega ancora Della Vedova; “I centri commerciali sono una cosa super democratica dove ci vanno tutti e soprattutto le famiglie dove entrambi i genitori lavorano e ti consentono di andare a fare la spesa e avere prezzi migliori spesso. La trovo una cosa totalmente insensata. Certo, bisogna fare dei controlli perchè le persone che lavorano di domenica siano premiate non penalizzate. Consumi e investimenti interni sono bloccati e loro pensano di varare una legge contro il commercio. Mi sembra una delle ragioni per cui siamo in recessione. Noi faremo una iniziativa con una raccolta di firme su questo”. Su questo, c’è stata la valutazione di Fitch che ha fatto esultare la maggioranza di governo: “Sono felicissimo per lo scampato pericolo, perchè come sanno di un gradino avrebbe aperto una voragine. Dopo di che tutto c'è tranne che festeggiare, è infantile, è il ballo del Titanic. Se uno festeggia è perchè non vede l'Iceberg. Fitch dice che sarà un anno difficile e che il 2020 sarà orribile”. (AGI)

  • Reddito di Cittadinanza: la povertà si contrasta con un welfare sostenibile, non con nuovo debito

    Di Roberto Cicciomessere

    Se il governo non fosse stato accecato dal bisogno di annunciare menzogne propagandistiche, con l’obiettivo di sfruttarle dal punto di vista elettorale, il Parlamento avrebbe potuto, anche con il contributo delle opposizioni e delle tante associazioni che la lotta alla povertà la fanno veramente, evitare la partenza prematura di una misura come il cosiddetto reddito di cittadinanza, che si presenta con una visione esclusivamente lavorista dell’esclusione sociale. Si è persa così l’opportunità di varare un provvedimento capace effettivamente di cancellare la povertà assoluta in un numero limitato di anni, avendo il tempo di riformare e rafforzare tutti i servizi per il lavoro e quelli sociali dei Comuni che sono gli unici a possedere le competenze per affrontare le diverse dimensioni della povertà – che sono purtroppo sottodimensionati – e di rimodulare le prestazioni di welfare esistenti di cui spesso beneficiano, illegittimamente, le classi più abbienti. Questo tempo sarebbe anche servito utilmente a recepire i buoni risultati del Rei, riducendo di conseguenze la spesa corrente per il 2019 per indirizzarla verso investimenti con un alto moltiplicatore capaci di stimolare la crescita della ricchezza posseduta dalle famiglie e dalle imprese e dell’occupazione, anche per fronteggiare il ciclo recessivo che si annuncia per quest’anno.

    Certo, per affrontare in modo serio e ragionato il grave problema dell’esclusione sociale e della povertà occorre guardare al bene e agli interessi dell’intero popolo di questo Paese, e non solamente ai propri destini elettorali e alle poltrone, come questo governo dimostra di fare, in perfetta continuità con molti di quelli passati.

    Purtroppo, il provvedimento voluto dalla maggioranza gialloverde, frettoloso e malfatto, deluderà le aspettative di crescita del PIL e dell’occupazione, non potrà impedire che sia usato in modo fraudolento, e in definitiva allargherà ancora una volta la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.

    Non funzionerà neppure la furbizia di limitare al massimo le persone che dovranno essere convocate dai Centri per l’impiego che sono sottodimensionati e inefficaci, escludendo una buona parte dei beneficiari occupabili: grazie a un trucco pensato proprio per mascherare questa obiettiva impossibilità, la norma prevede che, almeno il primo anno, sia convocata esclusivamente una piccola platea costituita solo dalle persone più facilmente occupabili (si escludono gli adulti e gli anziani con più di 26 anni e i disoccupati di lunga durata) e da quelle che devono essere comunque convocate in base al JobsAct, come i percettori dei sussidi di disoccupazione. Gran parte delle responsabilità dell’inefficacia del provvedimento ricadranno sui servizi sociali dei Comuni, anch’essi sottodimensionati e poco efficaci, anche per mancanza di risorse seguite ai tagli. Questo espediente è palesemente finalizzato a contenere e limitare il fallimento dei CpI e dell’obiettivo occupazionale, almeno fino alle elezioni di maggio, mentre tutti i problemi strutturali di questo provvedimento emergeranno sulla distanza, in particolare per quanto riguarda i casi di povertà multidimensionale, che prevede una teorica collaborazione tra Comuni e Centri per l’impiego per l’erogazione dei servizi più appropriati per ciascun nucleo familiare, con la convocazione anche dei beneficiari poco occupabili.

    Ma non ci rassegniamo alla logica del “tanto peggio, tanto meglio” e non vogliamo aspettare che i danni laceranti di un provvedimento mal pensato e mal fatto disgreghino ulteriormente, insieme al tessuto socioeconomico del nostro Paese, il rapporto tra cittadini e istituzioni. Il lavoro portato avanti dal gruppo welfare di Radicali Italiani dimostra che noi siamo più che favorevoli, siamo favorevolissimi a provvedimenti di carattere universale che abbiano come obiettivo l’eliminazione quasi completa della povertà assoluta – oltre 5 milioni di persone nel 2017 – e il contenimento di quella relativa – 9,4 milioni sempre nel 2017 – attraverso misure di sostegno al reddito e interventi volti all’attivazione nel mercato del lavoro e all’inclusione sociale dei beneficiari. Non a caso, abbiamo elaborato una proposta di legge finalizzata ad abolire la povertà assoluta, ma che contestualmente riforma profondamente e complessivamente il sistema di welfare per rendere sostenibile il suo finanziamento, e che è stata depositata alla Camera a prima firma del deputato di +Europa Riccardo Magi.

    Proprio perché sappiamo che non esistono e non possono esistere soluzioni facili e frettolose a un problema complesso come quello della povertà, che in Italia presenta profonde differenze a livello territoriale, dovute anche alle diversità del tessuto socio-economico e del mercato del lavoro, esprimiamo un profondo dissenso nei confronti della misura contenuta nel decreto-legge, impropriamente chiamata reddito di cittadinanza, sulla base di dieci principali ragioni.

     

    1. Una misura universale che abbia la grande ambizione di abolire la povertà assoluta dal nostro Paese attraverso servizi efficaci ha un costo superiore a quello previsto dall’attuale provvedimento (5,9 miliardi di euro nel 2019, 7,8 miliardi a regime) ed è in ogni caso insostenibile per le finanze pubbliche e per i vincoli di bilancio, anche comunitari, aggravati dal debito: diventa compatibile solo attraverso una riforma complessiva di numerose misure di welfare che preveda l’eliminazione o la rimodulazione di alcune prestazioni esistenti e la loro sostituzione con nuove prestazioni fondate su princìpi di maggiore equità sociale, di corrispondenza ai bisogni reali e di migliore utilizzo delle risorse esistenti. Basti pensare, per esempio, alla confusione normativa che si crea tra la sovrapposizione della cosiddetta pensione di cittadinanza e le prestazioni già esistenti come l'integrazione al trattamento minimo delle pensioni e l’assegno sociale. Del resto, lo stesso ministro Tria era di questo parere non molti mesi fa, quando dichiarò in audizione nella commissione finanze del Senato che il reddito di cittadinanza dovrà sostituire e trasformare strumenti di protezione sociale già esistenti e il suo costo dovrà essere sostitutivo di altre misure e non aggiuntivo.
    2. Infatti, come è emerso dalle audizioni dell’Ufficio parlamentare di Bilancio e dell’Istat, il cosiddetto reddito di cittadinanza farà uscire dalla povertà assoluta, nella migliore ipotesi, meno di tre quarti delle persone che si trovano in questa condizione di esclusione sociale - 72,5% - con grandi differenze territoriali e un vantaggio immotivato per i residenti del Mezzogiorno e gravi discriminazioni nei confronti degli stranieri.
    3. La esclusione di più di un quarto dei poveri assoluti su base territoriale deriva da una scelta apparentemente incomprensibile, quella di fissare un’unica soglia di povertà esclusivamente monetaria (Eurostat) per tutto il paese (780 euro al mese), a prescindere dalla sua modificazione nel corso dell’anno e dal diverso costo della vita tra Nord e Sud,invece di utilizzare la soglia di povertà assoluta, calcolata dall’Istat, che varia ogni anno e prende in considerazione un paniere di beni e servizi essenziali per consentire una vita dignitosa, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza (area metropolitana, grande comune, piccolo comune). Per fare un esempio, 780 euro del reddito di cittadinanza per un single è superiore a 618 euro della soglia di povertà assoluta del Mezzogiorno, ma inferiore a 827 euro del Nord.
    4. Il requisito richiesto per gli stranieri extra-comunitari della residenza in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo, è barbaro e anticostituzionaleperché, come ha ribadito in diverse occasioni la Corte costituzionale, lo status di cittadino non è di per sé sufficiente al legislatore per operare nei suoi confronti erogazioni privilegiate di servizi sociali rispetto allo straniero legalmente risiedente da lungo periodo (5 anni) in particolare per quanto riguarda le esigenze di tutela di bisogni primarie che anche le previsioni di un più incisivo radicamento territoriale per prestazioni non essenziali devono essere contenute entro limiti non arbitrari e irragionevoli. Èaltamente probabile che la Corte costituzionale dichiari in contrasto con la legge fondamentale dello Stato questo limite odioso nei confronti degli immigrati sottopagati, ma per voi è importante che ciò accada dopo le elezioni.
    5. Non è una misura universale perché se i costi per la misura saranno superiori agli stanziamenti previsti, com’è altamente probabile causa dell’inefficacia dei controlli previsti, si procederà a ridurre l’ammontare del reddito di cittadinanza. Non solo non è certo, alla luce del probabile sforamento del deficit di bilancio derivante dalla stagnazione dell’economia e dalle stime irrealistiche di crescita, se il reddito di cittadinanza potrà essere finanziato oltre il 2021, ma una percentuale ancora più bassa del 72,5% di italiani uscirà dalla povertà assoluta. Ma questo accadrà solo dopo le elezioni di maggio.
    6. La normativa che prevede l’attivazione nel mercato del lavoro dei beneficiari del reddito e le norme che condizionano l’erogazione dei sostegni monetari all’accettazione di offerte di lavoro è irrealisticaperché i centri per l’impiego italiani, di competenza regionale, sono inefficaci (solo il 2,4% degli occupati ha trovato lavoro nel 2017 attraverso questo canale), sotto-finanziati e senza adeguato personale rispetto alle analoghe strutture – Public Employment Services- dei grandi paesi europei: a fronte dei quasi 8 mila operatori dei Centri pubblici per l’impiego italiani che costano annualmente circa 751 milioni di euro, in Germania operano quasi 100 mila addetti con un costo di circa 11 miliardi, in Francia 54 mila operatori con un costo di 5,5 miliardi e nel Regno Unito 74 mila operatori con un costo di circa 5,8 miliardi. Risulta evidente che l’assunzione programmata in Italia nel 2019 di 13 mila operatori aggiuntivi in gran parte precari (si passerebbe a 21 mila operatori complessivi) non modificherà sostanzialmente l’inadeguatezza del personale, ma soprattutto è improbabile che queste assunzioni possano essere fatte nel 2019 e che il personale possa essere formato adeguatamente per offrire offerte di lavoro ai beneficiari del reddito di cittadinanza: per quale ragione non si è prevista un’attuazione della legge scaglionata nel tempo, in modo da poter rafforzare adeguatamente i centri per l’impiego e i servizi sociali dei Comuni? Ancora una volta l’unico interesse del governo è la scadenza elettorale del prossimo maggio.
    7. In via più generale, ogni riforma unitaria dei servizi per l’impiego che determini livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi uniformi nel territorio, al fine di attuare misure per contrastare la povertà e più in generale un efficace ricollocamento dei disoccupati attraverso politiche attive, è resa impraticabile dalla competenza concorrente in questa materia tra Stato e Regioni, determinata dal titolo V della Costituzione, che la maggioranza del Paese non ha voluto modificare bocciando il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016: anche il reddito di cittadinanza subirà la stessa sorte di analoghi provvedimenti del passato che sono stati snaturati dalle leggi regionali, e l’ambiziosa volontà, ma velleitaria in questa condizione di mancata leale collaborazione tra Stato e Regioni, di creare le due Piattaforme digitali per l’attivazione e la gestione dei Patti farà la stessa fine della Borsa nazionale del Lavoro, voluta dal ministro Roberto Maroni.
    8. Per queste ragioni, è molto improbabile che i beneficiari del reddito di cittadinanza siano anche solo convocati dai centri per l’impiego entro trenta giorni dal riconoscimento del beneficio, al fine di sottoscrivere il patto per il lavoro, per l’assoluta carenza del personale, che solo nel 2020 sarà rafforzato in misura modesta e insufficiente, mentre è certo che solo una sparuta minoranza riceverà le tre offerte di lavoro, il cui rifiuto determinerebbe l’applicazione delle sanzioni, fino alla revoca del beneficio, persino retroattiva. Infatti, è sostanzialmente assente nei centri per l’impiego la capacità di raccogliere le domande di lavoro da parte delle imprese al fine di offrire opportunità di occupazione ai disoccupati, anche per la mancanza della figura del consulente aziendale nella maggior parte dei CpI, e, nel Mezzogiorno, a causa di un tasso di disoccupazione elevatissimo (19,4%), specie tra i giovani (51,4%), che evidenzia una generalizzata mancanza di opportunità di lavoro anche per le persone con elevate competenze professionali.
    9. Il rischio che il provvedimento incentivi fenomeni di azzardo morale, di utilizzo illegittimo della misura e di lavoro nero, derivante anche dal fatto che nel Mezzogiorno il reddito da lavoro è spesso inferiore al valore massimo del reddito di cittadinanza, per cui soggetti che lavorano e che percepiscono salari bassi avranno una disponibilità economica uguale a quelli che non lavorano, è determinato anche dallo stesso impianto della legge che esonera sostanzialmente dalla possibilità di subire controlli e di essere sanzionati circa tre quarti dei beneficiari del reddito di cittadinanza. Infatti, il decreto prevede un sistema complesso spesso contraddittorio di condizioni per definire i percorsi dei beneficiari del reddito di cittadinanza, che è stato quantificato dall’UPB:
      • il 37% delle famiglie (circa 1,3 milioni di persone), costituite da persone che si trovano in condizioni di non poter essere occupate (minorenni, studenti o in formazione, anziani, disabili o con carichi di cura) è escluso da qualsiasi obbligo previsto dai percorsi lavorativi (patto per il lavoro) e di inclusione (patto per l’inclusione sociale) e percepisce il sussidio economico senza ulteriori vincoli;
      • il 26% delle famiglie (circa 900 mila persone), costituite da persone “prontamente attivabili” (giovani fino a 26 anni, non occupati da non più di 2 anni, percettori dei sussidi di disoccupazione, ecc.) ma non da tutte quelle che sono occupabili, dovrebbe essere preso in carico dai centri per l’impiego (compatibilmente con le sue capacità) ed è sottoposto teoricamente a tutti gli obblighi, condizionalità, controlli e sanzioni;
      • Il37% delle restanti famiglie (circa 1,3 milioni di persone) dovrebbe essere preso in carico dai servizi sociali dei comuni con condizionalità assai meno gravosedi quelle previste per il percorso lavorativo del precedente gruppo.

    Questa ripartizione ha anche una sua logica e giustificazione, alla luce dell’inefficacia dei servizi per l’impiego e soprattutto dell’eterogeneità delle persone povere e in condizioni di esclusione sociale, ma smaschera la menzogna elettorale circa le finalità di una legge per contrastare la povertà che non può proporsi, se non come ricaduta accessoria, l’aumento dell’occupazione nel nostro paese e tantomeno quella del PIL.

    10. Infatti, sempre secondo l’UPB, la ricaduta occupazionale del provvedimento sarà piuttosto modesta: si ipotizza un aumento della forza lavoro (occupati + disoccupati) di 300 mila persone e di circa il doppio nel 2020, con un conseguente aumento del tasso di occupazione di 0,1 punti percentuali (un decimo di punto percentuale)nel 2019 e di 0,2 punti (due decimi di punto percentuale)nel 2010, ma il tasso di disoccupazione salirebbe di circa 1 punto percentuale nel 2019 e di quasi 2 nel 2020. Altrettanto modesti saranno, nonostante i roboanti annunci del governo, gli effetti del reddito di cittadinanza sul PIL, pari a 0,2 punti percentuali (due decimi di punto percentuale) quest’anno e di 0,4 punti (quattro decimi di punto percentuale)nel 2020.

     

    Per tutte queste ragioni, senza una riforma profonda e complessiva del sistema di welfare, come quella depositata alla Camera dai radicali italiani, non è pensabile “abolire la miseria”, la povertà assoluta e affrontare in modo serio e responsabile l’esclusione sociale che è cresciuta in Europa quasi esclusivamente nel nostro Paese.

    Da persone serie, che sanno guardare alla realtà dei fatti e dei numeri, non ci facciamo abbindolare dalla propaganda e continueremo a offrire a questo Paese ragionamenti solidi, ragionevoli e responsabili e proposte alternative alle mistificazioni.

     

     

    Roberto Cicciomessere

  • Brexit: Labour e Tories diversamente sovranisti. Noi con i LibDem per il referendum bis

    di Manlio Trovato

    +Europa Londra

    La storia politica democratica e liberale del Regno Unito è stata messa a dura prova dalla gestione della Brexit. Alla base di tale crisi c’è l’inadeguatezza dei Conservatori e dei Laburisti, i due partiti politici principali britannici, a rappresentare il proprio elettorato. Ambedue i partiti raccolgono il consenso di un elettorato con pluralità di opinioni, sebbene con chiare differenze sulla politica economica. Ma in ambedue i casi, i leader dei due partiti si sono arroccati su posizioni estremiste: l’uno facendosi interprete delle posizioni sovraniste ed estremiste pro-Brexit, che avevano in passato trovato espressione nel partito indipendentista UKIP, l’altro legittimando sentimenti antisemiti e facendosi portatore di un concetto di società statalista oramai anacronistico.

    I due partiti si sono fortemente e velocemente polarizzati al punto tale che una buona parte dei suoi parlamentari adesso fa fatica a riconoscersi nelle scelte politiche dei propri leader. Questo dissenso, diffuso tra i parlamentari dei due partiti, ha trovato una clamorosa espressione la settimana scorsa nell’uscita di otto parlamentari dal partito laburista e di tre da quello conservatore, con la conseguente formazione di un nuovo gruppo parlamentare indipendente.

    La crisi di rappresentanza politica si è manifestata in maniera grave ed evidente sul tema Brexit. Infatti, sia in parlamento che nell’elettorato, le posizioni sulla Brexit sono divise all’interno dei due partiti. Né i conservatori né i laburisti sono, al loro interno, uniti sul come interpretare il risultato del referendum consultivo del 2016. Diversa è la posizione dei Liberal Democrats, il terzo partito britannico, che si sono subito schierati uniti a favore del Remain e di un secondo referendum.

    Il governo May ha impostato il negoziato sulla Brexit con l’Unione Europea partendo dalla posizione che trovava favore tra i parlamentari conservatori pro-Brexit più estremisti. Le cosiddette “red lines” del governo, cioè le condizioni non negoziabili, presupponevano un taglio netto tra il Regno Unito e l’Unione Europea, che includeva l’uscita dal mercato unico, l’uscita dall’unione doganale, la fine dalla supervisione della corte di giustizia europea e il controllo delle frontiere con la revoca della libertà di movimento dei cittadini europei.

    Ma, contemporaneamente, lo stesso governo May si è trovato a dover conciliare tali obiettivi con le posizioni dell’Europa a difesa dei diritti dei cittadini e dell’economia. In particolare, a difesa dell’accordo di pace tra l’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che prevede l’assenza di una frontiera tra i due stati, e a garanzia di un periodo di transizione per dare il giusto tempo per negoziare e implementare nuovi accordi commerciali. Ma non è stata solo l’Europa a sostenere questi obiettivi, ma anche la maggioranza dei parlamentari britannici moderati, inizialmente silenziosa ma che adesso sta cominciando a farsi sentire.

    Che le due posizioni fossero inconciliabili è risultato evidente dalla difficoltà nel raggiungere un accordo, firmato poi dopo due anni di negoziati dal Regno Unito e l’Unione Europea lo scorso novembre. Accordo che, però, ha scontentato un po’ tutti ed è quindi stato bocciato il mese scorso dal parlamento britannico a larga maggioranza.

    In questa situazione di impasse, il governo May ha adottato la tattica del rinvio, sperando di arrivare ad un aut-aut sul filo di lana e obbligare i parlamentari britannici ad approvare l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea con i termini del Withdrawal Deal, come unica alternativa per evitare un’uscita disordinata, il cosiddetto no-deal, o la revoca della Brexit. Dal canto suo, Corbyn, il leader del partito laburista, ha assunto per lungo tempo una posizione ambigua sulla Brexit, strumentalizzando l’atteso fallimento del governo per farlo cadere e arrivare al potere. Nonostante le critiche al governo, Corbyn ha sostenuto, seppure in maniera ambigua, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, perché questa gli permetterebbe di mettere in atto il suo programma di nazionalizzazioni che, altrimenti, non sarebbe realizzabile sotto i limiti imposti dalla legge dell’Unione. Nell’adottare questa scelta, Corbyn ha di fatto ignorato il dissenso dei suoi parlamentari e della sua base, che è prevalentemente schierata per il Remain.

    Le dimissioni degli undici parlamentari dai propri partiti appaiono, dunque, come una forma di protesta liberatoria contro due linee politiche pro-Brexit e estremiste. Parlamentari ribelli perché tenuti ostaggi sulla base del principio di responsabilità collettiva, che è stato abusato da due leader estremisti, al punto da porre le convinzioni di pochi al di sopra delle opinioni dei molti e dell’interesse della nazione.

    Questa ribellione può rappresentare, quindi, l’occasione per far prevalere in parlamento uno spirito libero e liberale, e operare per il bene della nazione, e non dei partiti. A poco più di un mese dall’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il governo dovrebbe consentire al parlamento di raggiungere un accordo cross-party sui termini di uscita, da concordare con l’Unione Europea tramite un rinvio della scadenza dell’articolo 50 e rinunciando alle red lines rigide, estremiste e dannose per la nazione, e poi consentire al popolo di votare, con l’opzione di uscire con tale accordo o rimanere nell’Unione Europea.

    Più Europa, tramite il gruppo +Europa Londra, si è mobilitato a sostegno di un voto consapevole e informato sulla Brexit e quindi a favore di un secondo referendum sulla Brexit. Non ci stupiremmo se, dopo tale processo di trasparenza, anche gli elettori britannici si esprimessero liberi dai vincoli di partito e si ribellassero, con il loro voto, alle politiche estremiste dei Conservatori e dei Laburisti, votando a favore di rimanere nell’Unione Europea. Per migliorare l’Europa liberale e renderla più forte.

  • Tutti i candidati di Più Europa per le elezioni dell'Emilia-Romagna

    Tutti i candidati di Più Europa per le elezioni dell'Emilia-Romagna del 26 gennaio 2020

    Guarda la conferenza stampa di presentazione

     

    Bologna

    1 CAZZOLA GIULIANO

    2 LANDUCCI MARCO

    3 VALLISNERI SILVIA

    4 MACEDONIO ARCANGELO

    5 MIGLIACCIO TOMMASO

    6 DURANTE NICOLETTA

    7 MONTERISI SABRINA

    8 SAIBANTE VALENTINA

    9 CANIGLIA ROBERTO

    10 GENTILINI SARA

    11 CARNEVALE CARMELA

     

    Piacenza

    1 ARCELLI FONTANA MARCO

    2 CIARDELLI LUCA

    3 MIGLIOLI MARTA (del 1983)

    4 GALAVERNA MONICA

     

    Parma

    1  FREDDI MARIA MARCO

    2 BIACCHI PAOLA

    3 CANTONI GIANPAOLO

    4 FRACASSI NATASHA

    5 SPADACCIA GIANFRANCO

     

    Reggio Emilia 

    1   DE LUCA DARIA

    2  SERENARI DANIELE

    3 DOMENICHINI FRANCESCA

    4  STEFANO ROSSI

    5  ATTOLINI ELISA

    6  LORENZO DE MEDICI

     

    Modena

    1  GIOVANNONI RUBEN

    2  CASTIELLO ANNA

    3  CRISTONI PAOLO

    4  MANNI MARCELLA

    5  BRISCAGLI GIAMPAOLO

    6  MUSSINI VANESSA

    7  SAVINO TERESA

    8  MONTANARI IVAN

     

    Ferrara

    1 BOREA SAURO

    2 GAGLIANI RENATA

    3 ZAMORANI MARIO

    4 SORIO CRISTINA

     

    Ravenna

    1  TAZZARI ELEONORA

    2  RAVAGLIA STEFANO

    3  ARMUZZI GABRIELE

    4 BELTRAMI LAURA

     

    Forlì - Cesena

    1   ROSSI MONICA

    2   SPINELLI MARIA detta EDERA

    3   BURATTI ELENA

    4   PEDRELLI EDOARDO MARIA

    5   SEVERI PAOLO

     

    Rimini

    1   SCASSELLATI SFORZOLINI GIUSEPPE

    2   ANTILI PAOLA

    3   CARNEVALE CARMELA

    4   VASINI JACOPO

  • Soldi all’istruzione, non all’assistenzialismo,

    di Piercamillo Falasca
    L'Italia è l'unico Paese dell'Unione europea in cui la spesa per interessi sul debito pubblico, 69 miliardi nel 2017, supera quella per l'istruzione, 66,1 miliardi: nel giorno dello sdoppiamento dei ministeri dopo le dimissioni di Fioramonti, polemico per gli scarsi investimenti sulla scuola, ricordiamo al governo qual è la causa per cui in Italia ad ogni legge di bilancio si fanno le nozze coi fichi secchi. Continuiamo a sprecare miliardi di euro in spese assistenzialiste e acchiappa-consenso, che gonfiano il debito pubblico e sottraggono risorse a istruzione, sanità, ambiente, infrastrutture e difesa. Per pagare il reddito di cittadinanza e Quota 100, per dire lo Stato rinuncia a fare bene le uniche cose che davvero lo Stato dovrebbe fare.

  • Iran: l'intervento Usa sarà foriero di ritorsioni. Teniamoci stretta l'Europa

    Io penso che l’intervento americano contro Soleimani sarà foriero di ritorsioni. Come, dove e di quale entità non è dato sapere. Ci sarà una reazione iraniana che coinvolgerà tutta la regione. E credo che quello che sta succedendo avrà riflessi su di noi e su altri paesi europei non solo in termini di ondate migratorie: si pensi solo che nello stretto di Hormuz passa la gran parte del traffico petrolifero.

    Per disgrazia l’Unione europea oggi non ha una politica estera e di difesa comune: ognuno va a ruota libera e il risultato è l’irrilevanza più totale. Questo ci dimostra che ogni paese dei 27 da solo non è assolutamente in grado di far fronte alle sfide che possono nascere di giorno in giorno con effetti preoccupanti. Deficitaria o no, teniamoci stretta l’Europa perché non abbiamo altro destino. 

    Emma Bonino, intervenendo a Reggio Emilia alla presentazione dei candidati della lista di Più Europa alle regionali dell’Emilia-Romagna a sostegno di Stefano Bonaccini. 

  • published No alla password di Stato! in News 2022-02-01 13:49:01 +0100

    No alla password di Stato!

    di Piercamillo Falasca
    La ministra Pisano può anche aver precisato usando il condizionale ‘potrebbe’, ma la gravità delle sue parole e della sua proposta resta: immaginare una password rilasciata dallo Stato per l’accesso a servizi privati online è da Stato autoritario, in cui il governo intende controllare e autorizzare ciò che un cittadino fa, legge, compra o vende. L’unica smentita possibile è il totale rifiuto di qualsiasi filtro di Stato alla libertà dei cittadini. Oltre ai rischi connessi ai possibili furti di identità, il pericolo è quello di un monitoraggio costante delle nostre scelte di vita da parte di qualche autorità pubblica, trasparente o meno. Per evitare che la smentita solo parziale del ministro Pisano danneggi l’immagine dell’Italia come Paese aperto e libero chiediamo apertamente la sconfessione del ministro da parte del premier Conte.
  • Di Maio e la legge sulla cittadinanza: quando l'Europa fa comodo ma non c'entra nulla

    di Costanza Hermanin
     
    A chi gli ha chiesto se il caso di Rami e Adam, i ragazzi nati in Italia ma senza cittadinanza che hanno salvato i compagni a San Donato Milanese, potesse riaprire il dibattito sulla legge sulla cittadinanza,  Di Maio ha risposto che non solo la legge sullo Ius culturae, la possibilità per i bambini che frequentano un ciclo scolastico in Italia di diventare italiani, non è nell’agenda del governo, ma anche che è un tema che va affrontato a livello europeo. Noi saremmo anche d’accordo. Peccato però che l’Europa non può sindacare su come si prende o perde la cittadinanza degli Stati membri e certo il Ministro Salvini non gradirebbe vedersi imporre regole europee su un tema tanto sensibile.
     
    Ma il caso di San Donato Milanese dimostra che chi è nato in Italia, o frequenta la scuola assieme agli altri bambini italiani, è avviato su un percorso di integrazione che il divieto di acquisire la cittadinanza può interrompere bruscamente, creando discriminazioni tra i bambini in una stessa classe, tra chi ha la cittadinanza e entra al museo gratis o va in gita, e chi è straniero fino ai 18 anni e magari si vede negare la mensa, vedi il caso Lodi.
     
    Il Movimento, che nel 2013 aveva proposto una legge sulla cittadinanza ancora più liberale di quella discussa nella scorsa legislatura, si nasconde dietro il paravento dell’Europa solo quando gli fa comodo. Mentre l’assenza di una proposta di riforma della legge sulla cittadinanza nel contratto di governo, quella sì che genera insicurezza. L’insicurezza che deriva da ragazzi che crescono sentondosi diversi perché non hanno le carte in regola, o che, come ha detto Mahmood dopo Sanremo, si scoprono improvvisamente “stranieri”.

  • Della Vedova a La Stampa: "Il no al listone? Ci siamo assunti un rischio di impresa politica".

    Benedetto Della Vedova è il segretario di +Europa, nelle scorse settimane ha detto no alla proposta di Nicola Zingaretti di fare un listone unico alle europee, nonostante lo sbarramento al 4% che potrebbe bloccare parecchie liste. Ora il leader Pd avrebbe alcuni sondaggi che danno ai democratici un potenziale del 30% e dipingono uno scenario difficile per le altre liste del fronte europeista. Numeri che, però, non fanno cambiare idea a Della Vedova.

    «Noi stiamo facendo una cosa diversa perché siamo una forza politica diversa. Ci siamo assunti un rischio di impresa politica: c’è un margine di rischio perché c’è l’impresa, altrimenti non avremmo corso rischi ma non avremmo fatto nessuna impresa politica. L’impresa politica è quella, in Europa, di portare nel gruppo del centro europeista, riformatore e liberale parlamentari italiani che non c’erano nella scorsa legislatura. Un’area che probabilmente convergendo con en Marche e Macron potrà dare vita a un gruppo che avrà un ruolo importantissimo nel prossimo Parlamento europeo, perché i socialisti e il Ppe non avranno la maggioranza che hanno sempre avuto».

     

    Ma, dicono Zingaretti e Calenda, se non si supera lo sbarramento si rischia di non arrivare proprio in Europa. Il Pd aveva proposto un listone aperto per evitare il rischio di sprecare voti nella sfida ai sovranisti…

    «E’ una sfida importante e decisiva, ma ci arrivi autorevolmente se arrivi con le tue gambe, se arrivi camminando sulle gambe di altri non hai autorevolezza. Convergiamo su un obiettivo, che è quello di costruire l’alternativa al fronte nazional populista e lo faremo anche in Italia alle elezioni, ma la costruiamo facendo ciascuno il suo. Siamo una forza distinta e plurale che avrà successo proprio per questo, l’alternativa ai gialloverdi non può e non deve essere ricondotta al solo Pd. Si vota con una legge elettorale totalmente proporzionale, non come alle politiche: certamente la soglia non ci spaventa e se hai paura di una soglia.... Allora non fai una forza politica».

     

    Temete che il Pd, al di là delle dichiarazioni, abbia la tentazione di inseguire una sorta di vocazione maggioritaria come fece Veltroni nel 2008?

    «Non so, ma questa non è più quella stagione lì. Non lo è in Italia e non lo è altrove, nemmeno in Gb. Noi non abbiamo paura. Abbiamo ben presente chi sono i nostri avversari, e abbiamo una proposta che poi emergerà sempre di più. Ieri c’è stata una riunione dell’Alde che ha deciso il “team Europe” – le sette personalità che guideranno la campagna dell’Alde - e tra queste c’è Emma Bonino, mentre il Pd sostiene Timmermans (come candidato alla guida della commissione Ue, ndr). Siamo forze distinte, prendo ad esempio il Ceta, il trattato di libero scambio col Canada. Noi siamo a favore, un pezzo del Pd no. E così anche sulla Bolkestein. E’ un elemento distintivo col segretario Zingaretti.

     

    Steve Bannon dice che i sovranisti potrebbero avere più del 50% del prossimo europarlamento. Non è preoccupato?

    «Non accadrà. E’ una sfida, ma non accadrà, non c’è alcuna proiezione che dia una maggioranza agli anti-europei. Non è alle viste. Ma siccome - come dice Bannon - il centro della rivoluzione è l’Italia, l’alternativa deve passare dall’Italia e quindi dal consolidamento alle prossime eleizoni di un’alternativa che costruiscono insieme forze diverse che si presentano distinte. Sennò diventa un escamotage. Non faremmo la somma dei voti che faremo invece il 26 maggio, due eccellenti risultati mi auguro».

  • Grazie George Soros e Tamiko Bolton! Un contributo a +Europa è un contributo alla libertà in Ue

    di Benedetto Della Vedova e Silvja Manzi*
     
    Ringraziamo di cuore George Soros e sua moglie Tamiko Bolton per aver avviato la campagna di autofinanziamento di +Europa in vista delle elezioni europee con un contributo di 100.000 euro ciascuno, pubblicati sul nostro sito e notificati a norma di Legge.
    Ci auguriamo che molti cittadini, e fra loro in particolare imprenditori e manager, seguano il loro esempio. 
    Sarà una campagna elettorale durissima e decisiva. 
    In Italia più che in altri paesi dell'Unione Europea è messa in discussione la democrazia liberale e con essa la società aperta. Solo in Italia governa un'alleanza fra partiti di ispirazione autoritaria e totalitaria che ha come obiettivo comune la distruzione del sistema economico di libero mercato, dello stato di diritto, della democrazia rappresentativa e dell'integrazione europea. Solo in Italia la maggioranza di governo offre una sponda alle ambizioni di espansione geopolitica della Russia di Putin. Solo in Italia un governo europeo è sponsor del progetto di una Europa sovranista, populista e giustizialista. 
    Ringraziando nuovamente George Soros, anche e soprattutto per il suo incessante e decennale lavoro di difesa e promozione dei valori liberaldemocratici, dunque, ci appelliamo a tutti coloro che ne hanno la possibilità perché diano forza politica e consistenza economica alla mobilitazione civile necessaria per difendere e rinnovare il disegno di un'Europa di pace, benessere e di amicizia fra i popoli e i cittadini dell'Unione.
     
    *Segretario e amministratrice di +Europa

  • La decisione della Corte di Giustizia Ue non cambia la storia delle banche italiane

    di Giordano Masini
     
    Nel 2015 la Commissione Europea ha dichiarato illegittimo l’impiego del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositanti (FITD) nel salvataggio di Tercas. Pochi giorni fa la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha annullato la decisione della Commissione. La contrarietà della Commissione, che considerava l’impiego del FITD come un aiuto di Stato per via della natura obbligatoria del fondo stesso, ha indotto il Ministero dell'Economia a promuovere, sempre in seno al FITD, il cosiddetto “schema volontario”, che ha permesso di fare esattamente la stessa cosa: l’uso di risorse delle banche sane per intervenire, fin dove possibile, in soccorso di quelle malate.
     
    Secondo il tribunale europeo aveva ragione il Governo italiano e torto la Commissione, dunque ci sarà un appello e vedremo il giudizio finale. La decisione della Commissione, secondo l’Abi, avrebbe reso più complicata una soluzione ordinata delle crisi. Non avremo la prova del contrario, naturalmente, ma è bene ricordare che lo “schema volontario” ha permesso comunque, come in una partita di giro, di salvare Tercas con gli stessi soldi che erano stati restituiti al FITD a seguito del "no" della Commissione.
     
    E sulle famose quattro banche in risoluzione nel 2015 (Marche, Etruria, Chieti e Ferrara) si è intervenuti: i loro passivi sono costati proprio a questo “schema volontario” circa 3,6 miliardi di euro, e nessun parere diverso della Commissione Europea sul FITD avrebbe potuto risarcire azionisti e obbligazionisti subordinati, ovvero i detentori del capitale di rischio. Invece sono stati “salvati” gli obbligazionisti “senior” e i depositanti oltre i 100.000 euro, che invece avrebbero dovuto accollarsi la loro parte di perdite in caso di bail-in effettivo.
     
    E non è poco, dato lo stato in cui versavano - non certo per colpa dell'Europa - le quattro banche. Quelle banche sono saltate perché erano ridotte troppo male: nessun fondo, obbligatorio o volontario, le avrebbe tirate fuori dal pantano senza causare azzeramento di azioni e bond junior. E la storia si è ripetuta con il Fondo Atlante (che pure era nato in realtà con una missione assai diversa, quella dell’acquisto in una logica non meramente speculativa degli NPL) che replicava lo "schema volontario" del FITD, con le due banche venete Veneto Banca e Popolare di Vicenza in dissesto per gestioni dissennate.
     
    Comunque sia, la discussione in Italia sulla sentenza della Corte di Giustizia Ue, riapre seri interrogativi sul vero problema legato ai salvataggi bancari: fino a che punto il costo dei fallimenti di singole banche non sistemiche può essere spalmato sulla collettività, attraverso i contribuenti o coinvolgendo le banche sane, allargando il rischio di contagio a tutto il sistema?
     
    È sbagliato rifiutare a priori qualsiasi salvataggio preventivo, laddove i benefici superano i costi, ma l’idea che il Governo sta facendo passare, ovvero che un fondo nato a garanzia dei piccoli risparmiatori possa essere usato indiscriminatamente come un bancomat per intervenire nei dissesti di questa o quella banca, è un’idea profondamente sbagliata e pericolosa per tutti noi, prima che legittima o illegittima dal punto di vista formale.

  • Emma Bonino a Repubblica: “In Europa insieme a Pizzarotti. Una sfida liberal contro i sovranisti”

    Zingaretti faccia la sua partita con la sinistra. Noi faremo la nostra. Abbiamo target, per così dire, diversi". Emma Bonino e +Europa hanno detto no al listone con il Pd ma hanno stretto l'alleanza con "Italia in comune" di Federico Pizzarotti: "Ci ho sperato e abbiamo lavorato per questo".  Clicca qui per continuare la lettura

  • Ius Soli: Capriccioli, "La cittadinanza deve essere un diritto, non la benevola concessione di un despota ai sudditi"

    di Alessandro Capriccioli

    La differenza tra diritti e concessioni è che i diritti spettano agli uomini liberi, mentre le concessioni si fanno ai sudditi.
    Salvini ci ha messo anche troppo a capirlo: ma appena l'ha capito ha subito fatto marcia indietro, ha smesso di fare il bullo e ha annunciato l'intenzione di superare la legge, concedendo la cittadinanza a Rami, in virtù del suo comportamento straordinario. Che poi, tradotto, significa semplicemente esercitare il potere in modo arbitrario.
    Ecco, io trovo questo atteggiamento più nauseante del bullismo di prima. Perché, non so come dire, quello almeno indicava, ancorché in modo becero e sguaiato, la necessità di sottomettersi a una legge, ancorché iniqua e sbagliata.
    Questa roba è peggio. Questa roba disegna in modo plastico un divario insuperabile tra chi dispensa a piacimento la propria magnanimità e chi ne beneficia. Il divario incolmabile tra il padrone e il servo.
    Io sogno un paese in cui gli uomini liberi si battono per cambiare le leggi ingiuste.
    Questi, invece, sognano un paese in cui i servi fanno a gara per accaparrarsi la loro benevolenza.
    E temo che stiano iniziando a darsi da fare per fabbricarlo.

  • Bruno Tabacci: i dati economici dicono che il governo ha perso il controllo

    Mettendo in fila i problemi si capisce chiaramente che il governo ha perso totalmente il controllo. La pioggia di dati di oggi conferma che la politica economica del governo ci ha portato in un vicolo cieco.

    Siamo in recessione. Da dodici giorni aspettiamo i decreti dati per approvati, lo Sblocca cantieri e il decreto Crescita. Se si vuole invertire la tendenza i tempi andrebbero bruciati non dilatati. Poi c'è l'indicatore della fiducia delle imprese che è all'ottavo calo consecutivo in otto mesi. E il calo dell'occupazione che certifica il fallimento del decreto dignità ma pure di Quota 100 e Reddito di cittadinanza che invece di far emergere lavoro nero ne determinano altro.

    Mentre il presidente Borghi continua a baloccarsi sulle riserve auree della Banca d'Italia, la verità è una: che non c'è più tempo.

  • Ferrandelli: "La Sicilia come base logistica strategica per l’area di libero scambio Afro-mediterranea"

    di Fabrizio Ferrandelli

    La Sicilia può diventare una base logistica strategica per l’area di libero scambio Afro-mediterranea, grazie sia alla sua posizione geografica che alle sue basi logistiche.

    Al Roadshow di Confindustria a Palermo, assieme al presidente Vincenzo Boccia abbiamo parlato di riforme per l'Europa con proposte per le imprese, di infrastrutture e di come potere utilizzare fino in fondo i fondi comunitari.

    Serve poter parificare le retribuzioni in tutti i Paesi dell’UE; in Sicilia il comparto dei Contact Center occupa oltre 15.000 persone, il loro posto di lavoro è costantemente a rischio per la concorrenza delle aziende allocate nei paesi dell'Est europeo facenti parte della UE.

    In questi paesi i livelli retributivi (e le tutele sindacali) sono esageratamente più bassi dei nostri e senza controllo. Questo comporta (in settori come il CRM dove il costo del lavoro è la parte più consistente del costo aziendale) un sistema concorrenziale che uccide le nostre aziende in maniera scorretta.

    L'UE non può permettere queste forme di dumping all'interno della Unione e deve assolutamente intervenire legiferando sull'argomento. Si è parlato ultimamente in Italia di un salario minimo garantito ed è l'occasione per rilanciare anche questo argomento in Europa, prima che sia troppo tardi.

  • Recessione, chiusura all'Ue e mancanza di diritti: ecco perchè il sovranismo di Erdogan sta fallendo

    di Costanza Hermanin

    Domenica la Turchia si è riavvicinata all’Europa, con il successo dei laici nelle sue tre maggiori città: Istanbul, Ankara e Izmir (Smirne).  Lo ha fatto contemporaneamente alla Repubblica Slovacca, dove Zuzana Caputova, europeista, ha trionfato come presidente con il 58% dei voti. 

    Non si tratta solo di un risultato di elezioni amministrative: le tre città ospitano quasi un quarto tra gli 80 milioni di turchi. Tra queste, la più europea delle città turche, Istanbul, è stata nelle mani di Erdogan dal 1994, quando egli stesso fu eletto sindaco. Anche nel resto del paese il partito del Presidente, l’AKP, che a lungo si è basato sul consenso nelle campagne, ha faticato a mantenersi maggioritario.

    La disfatta del sultano Erdogan deriva da un vizio sempre più diffuso tra i leader populisti: impostare la politica di crescita sul debito. Lo scorso anno la crisi della lira turca e due trimestri in negativo hanno finalmente svelato tutti rischi di una strategia del genere, quella che anche i populisti nostrani vorrebbero venderci: la recessione. 

    Si aggiungono la bolla edilizia, la disoccupazione giovanile ai massimi livelli dopo anni di politiche per incentivare la natalità tra i turchi, una crisi del credito interno e delle esportazioni, conseguenza del rallentamento a livello globale.  Questi i complici della disfatta di Erdogan: perché erano le stampelle fragili con cui lui e l’AKP hanno tenuto in piedi per quindici anni un governo reazionario, che ha piegato la Turchia, paese laico, verso la chiusura, l’islam di Stato, la repressione delle donne, della stampa, dei dissidenti, di magistrati e avvocati. Un governo che ha fatto perdere ai turchi l’apertura all’Europa, che proprio quindici anni fa iniziava con la Turchia i negoziati per l’adesione. Un tempo che sembra ormai lontanissimo,  adesso che il sultano ha trascinato il paese sempre più verso un regime autoritario.

    Rimane un paese impoverito, nei diritti e nelle libertà ancor più che nelle tasche. Un rischio che corrono anche alcuni paesi europei dell’est, per non citarne: Polonia e Ungheria, dove governi illiberali mantengono il consenso grazie a un successo economico di cui non sono gli artefici e designando “nemici esterni”. La stessa cosa che ha fatto Erdogan negli anni passati.

    Adesso tocca all’Europa sostenere il risultato democratico delle elezioni locali, che già il governo tenta di mettere in discussione. Perché una Turchia democratica è un baluardo anche per l’Unione europea. 

  • Magi: “Dalla vicenda Marino solo una gogna giustizialista e mediatica e nessuna soluzione per Roma”

    di Riccardo Magi

    “Il Partito democratico smetta di giocare alla playstation con il Comune di? Roma?. Finalmente ??Marino?, come chiedevamo dal primo minuto di questa crisi, vuole riportare il dibattito nelle sedi istituzionali. Ora basta personalismi. Alla Città non servono eroi ma riforme urgenti. Solo su questo abbiamo sempre giudicato il Sindaco e la Giunta e continueremo a farlo, se sarà ancora possibile, in Aula”.
    Così scrivevo su Facebook due giorni prima che la Giunta Marino cadesse. Quel dibattito in Aula Giulio Cesare non ci fu mai, e si privò così la città di un momento di trasparenza e responsabilità politica nei riguardi dei cittadini. Un confronto che doveva avvenire pubblicamente in Consiglio comunale, cioè nella sede istituzionale che rappresenta la comunità cittadina e che stava vivendo e continua tuttora a vivere uno svilimento continuo delle proprie funzioni e del proprio ruolo.
    Ci fu invece un appuntamento dal notaio, a cui fui invitato ma, ovviamente, non andai.

    Ho vissuto da vicino quegli anni. Da consigliere comunale radicale eletto nella Lista Marino, ho avuto scontri durissimi con molti della stessa maggioranza per aver denunciato alcune prassi politiche devastanti, prima che queste diventassero anche oggetto dell’attenzione della magistratura, e per alcune proposte considerate troppo riformatrici.
    In alcuni fasi, nell’isolamento totale, mi sono trovato a difendere il sindaco Ignazio Marino dal suo partito. In altre l’ho criticato duramente perché troppo “ostaggio” di alcune dinamiche di quel partito e per questo ci siamo anche scontrati.
    Sono stati sempre scontri pubblici, condotti a viso aperto, che mettevano in luce problemi cronici della nostra città e servivano a proporre soluzioni su cui discutere.

    Il conflitto tra il PD e Ignazio Marino non aveva una dimensione politica e purtroppo ha aggravato la paralisi amministrativa della Capitale, sprecando una rara occasione di riforma e di alternativa che quella esperienza avrebbe potuto esprimere.

    La gogna mediatica, giustizialista subita da Marino, oltre che nauseare, ha prodotto un esito politico amministrativo destinato a subire e, con ogni probabilità, a soccombere alla stessa gogna.
    Oggi Ignazio Marino ottiene giustizia, sebbene amara. Resta però la ferita per il metodo antidemocratico con cui si è messo fine alla sua amministrazione.
    Nessun confronto serio è stato mai aperto sui gravi problemi che oggi come allora continuano ad attanagliare Roma, né sulle difficili, ma possibili soluzioni da costruire.
    È ora di iniziare a farlo. Noi ci siamo, oggi come allora.

  • Iran, Emma a Il Mattino: "Ue si distingua dagli Usa e difenda i suoi interessi"

    di Generoso Picone

    Emma Bonino, da ministro degli Esteri del governo di Enrico Letta, fu la prima diplomatica di un Paese dell'Unione europea a entrare in Iran dopo dieci anni di sanzioni. Era il 22 dicembre 2013. Oggi, dopo l'operazione che a Baghdad ha portato all'eliminazione da parte degli Usa del generale Qasam Soleimani, il capo militare del regime degli ayatollah, si interroga su come l'Europa possa svolgere un ruolo nel nuovo scenario che si è determinato.

    Bonino, quale?

    Cercare di difendere i suoi interessi, anche e soprattutto quando non coincidono con quelli americani. La difficoltà, è restare uniti a 27 su una posizione chiaramente dialettica rispetto a quella di Washington. E a quella di Londra, che è oramai fuori dalla famiglia europea.

    Donald Trump e il segretario di Stato americano Mike Pompeo si sono lamentati della scarsa disponibilità dei Paesi europei.
    A dire il vero, gli USA non hanno dato alcun avvertimento agli alleati europei che hanno truppe in Iraq che stavano pianificando un’operazione spettacolarmente rischiosa per la sicurezza del personale di stanza nel paese. Solo a cose fatte Pompeo ha cominciato a chiamare tutti o quasi, chiedendo solidarietà per la decisione non condivisa.
    Non molte capitali europee erano convinte che l’attacco extraterritoriale ed extra-giudiziale a Soleimani fosse la migliore idea per cominciare bene il 2020.  Esiste il diritto internazionale, questo tipo di azioni (se non giustificate) può essere caratterizzato come un atto di guerra. A parte il fatto che l’UE ha difeso allo stremo il valore dell’accordo nucleare con Teheran, che sarà verosimilmente distrutto dalle tensioni in corso.

    Nel giro di telefonate ai capi di Stato per spiegare la decisione assunta, Pompeo ha saltato l’Italia?
    Penso che il Segretario di Stato si preoccupasse in questo caso soprattutto della reazione delle 3 capitali responsabili dell’accordo nucleare con Teheran. Temendo, non a caso, che la preoccupazione per la distruzione di un accordo così importante avrebbe limitato fortemente l’entusiasmo per l’esecuzione di Soleimani.
    L’ Italia in questo giro di sollecitazioni era meno rilevante per gli USA. Rimane il fatto che anche l’Italia ha un contingente importante in Iraq. E non è stata consultata né prima né dopo. É un atteggiamento incomprensibile fra alleati. Difficile poi storcere la bocca quando Macron parla di encefalogramma piatto dell’Alleanza. Non ci sono molti tracciati cerebrali particolarmente attivi da esibire in sede NATO ultimamente.

    Ma a cinque giorni dall’uccisioni di Soleimani le pare più chiaro l’intento di Trump?
    Da fonti anonime del Pentagono a Washington è rimbalzata la notizia che il Presidente avesse scelto la più estrema fra le opzioni proposte dai militari, una volta decisa la ritorsione contro l’assedio dell’ambasciata USA a Baghdad.
    Ma non mi piace speculare su modalità da “House of Cards”.
    La posizione US è che Soleimani era al centro di pianificazioni di attacchi contro interessi e personale USA, quindi un‘ azione eminentemente preventiva.
    Noto soltanto che è lo stesso tipo di argomentazione che sostenne l’intervento militare di Bush jr contro l’Iraq di S Hussein, con i risultati che conosciamo.

    Si rischia un effetto simile?
    Il Generale Soleimani era capo delle brigate Al Quds, ovvero il braccio esterno dei Pasdaran, una vera internazionale militare sciita, che è riuscita a contrastare efficacemente il dominio sunnita nel mondo arabo, inclusa una spettacolare vittoria in Siria, dove con l’aiuto dei Russi l’Iran ha assicurato la sopravvivenza del regime di Assad.
    Questo incidente potrebbe indubbiamente provocare una escalation di ritorsioni e contro-ritorsioni molto pericolosa e con l’intervento di elementi terroristi.

    In Libia si è aperto un altro scenario di guerra con l’intervento militare turco e la chiamata alla jihad di Haftar. In una situazione del genere è immaginabile trovare un punto di mediazione? E da parte di chi?
    Idealmente, da parte europea. L’ Europa ha interessi enormi nella stabilità del Paese.
    Anche di natura economica naturalmente. Ma allo stato attuale quello che preoccupa di più sono i pericoli legati alla sicurezza (radicalismo, terrorismo) e ai flussi migratori che attraversano in Paese da sud a Nord e si avviano ad un incerto destino Verso il Mediterraneo. Un altro failed State alle nostre porte non è sostenibile.
    Purtroppo, la missione dei ministri europei prevista per oggi non ha avuto luogo (salvo sorprese NB). Mentre si riuniscono domani ad Ankara Putin e Erdogan, per discutere del gasodotto Turk Stream ma non solo. Non escludo che trovino al loro livello un accordo militare sulla Libia, come hanno fatto in Siria. Sarebbe un fallimento drammatico per l’Europa e per l’Italia.

  • Gianfranco Passalacqua: “Perché Cittadini! sostiene +Europa”.

    di Gianfranco Passalacqua, Portavoce nazionale Cittadini!

    Domenica 14 aprile Cittadini! La Rivoluzione Liberale riunirà a Roma i suoi aderenti, che in soli quattro mesi hanno dato vita a comitati su tutto il territorio nazionale, sulla base di adesioni spontanee, che testimoniano la necessità di colmare uno spazio di rappresentanza culturale e civile ancora prima che politica.

    In quella sede illustreremo i punti che riteniamo qualificanti che offriamo al dibattito pubblico, e che costituiranno le proposte che affidiamo ai candidati liberali e civici al Parlamento europeo.

    Saranno con noi Sandro Gozi, da sempre vicino a Cittadini!, candidato di En Marche! al Parlamento Europeo, e che per biografia e valori costituisce un sicuro ed autorevole punto di riferimento, e Benedetto Della Vedova, segretario nazionale di +Europa, esempio virtuoso di liberale italiano ed europeo, capace di salutari anticonformismi.

    Cittadini! È nato come Movimento civico e liberale solo pochi mesi fa, sulla base di un appello condiviso da centinaia di donne ed uomini, finalizzato a dare rappresentanza alla parte più moderna, dinamica, aperta, europea della società italiana, affermando finalmente anche in Italia il valore centrale della cittadinanza, intesa come protagonismo civile.

    Un Movimento intimamente liberale, non tanto nella rivendicazione identitaria, ma nelle scelte che ritiene ineludibili per costruire una Italia finalmente europea, che superi le sempre presenti tentazioni assistenziali, paternalistiche, dirigiste , annidate in ogni schieramento.

    Un Movimento indissolubilmente europeista, ispirato dalla essenziale e rigorosa enunciazione einaudiana : Siamo europei in quanto italiani, siamo italiani in quanto europei.

    L’Europa non è una dimensione sovrastrutturale, ma è – anche storicamente – l’alveo nel quale la civiltà cui apparteniamo, nel suo essere variegata e pluralista, trova senso, e dove la condivisione istituzionale costituisce lo sbocco naturale.

    E’ così da oltre due millenni.

    Gli ignoranti se ne facciano una ragione.

    Ci ha mosso la convinzione che una Italia priva di una credibile rappresentanza liberale nelle istituzioni europee sarà sempre debole nell’affermazione di politiche attente ai diritti, alla innovazione, alla tutela ed alla promozione delle libertà.

    Sulla base di questa piattaforma di valori e di obiettivi, Cittadini! sin dall’inizio ha voluto interloquire con quanti erano – e sono – impegnati ad ogni livello, a dare sostanza, anche organizzativa, politico-istituzionale, elettorale, ad una matura, autorevole  e credibile opzione liberale e democratica, fermamente ancorata ad una dimensione europea, che per noi si identifica con il processo in corso che vede coinvolta l’Alleanza dei liberali e democratici europei (ALDE) , En Marche!in Francia, Ciudadanos in Spagna, insieme ad altre esperienze a forte connotazione liberale, europeista, democratica.

    In questo senso, il rapporto con +Europa è parso non solo fisiologico, ma virtuosamente obbligato, rappresentando il modo ed il luogo che massimamente favorisce la costruzione dinamica di quella opzione liberale e democratica europea, attenta alla dimensione civica,  che riteniamo indispensabile, e nella quale comunque ci ritroviamo, con i valori di cui siamo portatori e gli obiettivi che abbiamo indicato e ci siamo dati.

    Si tratta di un processo aggregativo che dovrà valorizzare e mettere in rete le tante energie, variamente organizzate, che si collocano a pieno titolo nella prospettiva condivisa di un liberalismo moderno ed aperto, in sintonia con quanto di meglio si sta affermando in Europa.

    La recente elezione alla Presidenza della Repubblica Slovacca della liberale Zuzana Caputova è solo l’ultimo dei fatti rilevanti che ci autorizzano a ben sperare e ci spronano ad agire.

    Siamo radicalmente alternativi al populismo rancoroso che negli ultimi anni ha caratterizzato il dibattito pubblico, e che oggi inizia a scricchiolare.

    “Il rancore è l’effusione di un sentimento di inferiorità” diceva Ortega y Gasset.

    L’Italia e gli italiani hanno il diritto, ed il dovere, di uscire da questa condizione, comoda e rassicurante per alcuni, ma pericolosa ed avvilente nei suoi effetti perversi.

    Siamo consapevoli , da liberali, che ogni impresa , se degna, affronta rischi, ed anche che l’obiettivo che ci poniamo è ambizioso, ma – come ci ha insegnato Anatlole France – “ per realizzare grandi cose non dobbiamo solo agire, ma anche sognare, non solo progettare, ma anche credere”.

    Buon lavoro ai liberali italiani ed europei.